Studiare il percorso delle acque

A volte, l’appartenenza di una grotta e di una sorgente al medesimo sistema è di immediata intuizione, soprattutto nel caso dei cosiddetti trafori idrogeologici, dove il percorso delle acque sotterranee può essere fisicamente seguito dagli speleologi dall’inghiottitoio alla sorgente. Altre volte, invece, non ci sono evidenze dirette delle relazioni di una grotta con sorgenti carsiche, anzi, può capitare che le sorgenti più vicine, e logicamente più probabili candidate ad essere in connessione con un sistema carsico, non appartengano in realtà a quest’ultimo. Non bisogna dimenticare che, mentre in superficie la topografia permette di individuare facilmente gli spartiacque tra bacini idrografici diversi, in profondità la dipendenza dei sistemi carsici dalla struttura geologica può creare spartiacque sotterranei, difficilmente intuibili dall’esterno, a meno di non conoscere bene la geologia dell’area.
Il metodo più semplice e sicuro per stabilire la connessione tra grotte e sorgenti è il tracciamento delle acque. L’operazione è semplicissima: si immette un tracciante nell’acqua, in un punto qualsiasi di un sistema, all’ingresso, ma anche all’interno, nelle parti più profonde, e se ne rileva poi la presenza alle sorgenti. Il ritrovamento del tracciante nelle sorgenti è prova inequivocabile della connessione tra punto di immissione e punto di controllo. Non solo: l’analisi dei tempi di arrivo del tracciante, la diluizione che questo ha subìto, correlati con le portate della sorgente, e, magari, con un’analisi chimica delle acque, permettono di ricavare importanti informazioni sull’acquifero carsico, sulle sue riserve idriche, sulle velocità di movimento dell’acqua, addirittura sullo spessore della zona satura e sulla presenza di grandi condotte di drenaggio sotterraneo.
I traccianti normalmente usati sono sostanze coloranti come la fluoresceina (che dà una colorazione verde), o gli sbiancanti ottici, come il Tinopal (la sostanza che conferisce al nostro bucato il “bianco più bianco”), che, oltre alla bassissima tossicità anche nei confronti degli organismi più delicati, hanno il vantaggio di poter essere rilevabili con metodi semplici anche a basse concentrazioni, invisibili a occhio nudo, il che rende possibile utilizzarne modesti quantitativi.
In passato sono state utilizzate sostanze diverse, tra cui alcune particolarmente curiose, entrate ormai a far parte della letteratura, come le leggendarie anguille usate per “tracciare” le acque del Timavo, paglia, segatura, spore, elementi radioattivi, sale da cucina. Alcune colorazioni sono state del tutto involontarie, come in occasione del rovesciamento di un’autobotte carica di Pernod nel Sud della Francia, che ha permesso di stabilire la connessione tra un piccolo corso d’acqua a lato della strada e un importante sistema carsico nelle vicinanze, per la gioia degli speleologi presenti in grotta al momento del passaggio del “tracciante”… Semplici in teoria, le operazioni di tracciamento delle acque richiedono, in realtà, una serie di precauzioni per evitare inquinamenti e falsi risultati positivi, e sono operazioni riservate agli specialisti del settore… pena incidenti a metà tra il tragico e il comico, come la grande macchia verde misteriosamente apparsa, negli anni ’80, di fronte a Nesso, sul lago di Como, o le decine di km2 di risaie fluorescenti in Filippine, ad opera di una spedizione italiana, costretta poi a berne l’acqua per dimostrare agli infuriati abitanti, capitanati da alcuni anziani tagliatori di teste, la non tossicità della sostanza… gli effetti collaterali di un bicchiere di acqua di risaia sono sicuramente di maggior entità della tossicità della fluoresceina utilizzata….

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