Il proteo

Si tratta di un anfibio, lontano parente delle salamandre, che presenta uno dei più sorprendenti adattamenti alla vita nelle grotte. Vive nelle grotte dell’area mediterranea orientale, in Dalmazia, Slovenia e nel Carso triestino e goriziano. E’ lungo 20- 30 cm, di colore roseo e forma allungata, con una lunga coda e 4 piccole zampe (dotate di tre dita quelle anteriori e di due dita quelle posteriori), che non sono, però, in grado di sostenerlo, per cui il proteo non può camminare, ma solo nuotare. Alla nascita presenta occhi sviluppati, ma questi, crescendo, si atrofizzano completamente. La sua particolarità sono i due ciuffi rossi delle branchie ai lati del muso, che rimangono anche nell’individuo adulto. Il proteo non completa la sua metamorfosi e rimane alla stadio larvale, giovanile , per tutta la sua vita: si tratta, in pratica. di un eterno bambino… Numerosi laboratori sotterranei di biospeleologia ne allevano esemplari a scopo di studio, ma la sua riproduzione in cattività è molto difficile. Nel 1832, il naturalista Alberto Parolini ne introdusse alcuni esemplari nelle grotte di Oliero, vicino a Vicenza, dove la specie era assente. Dei protei introdotti non si seppe più nulla e si pensò che non fossero sopravvissuti, ma nel 1965 alcuni speleosub nella sorgente del Cogol dei Veci fecero un incontro straordinario con diversi esemplari, che, evidentemente, si erano adattati e si erano riprodotti, e ora l’incontro con questi buffi animaletti è molto frequente per gli speleologi che si immergono nelle sorgenti di Oliero. Questo dimostra la grande adattabilità di questi animali e fa ben sperare di poterlo reintrodurre nelle zone in cui era originariamente presente, ma da cui è scomparso, spesso a causa dell’inquinamento delle acque.

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