E per il futuro?

Dati raccolti sul campo
I ghiacciai sono sensibili indicatori delle variazioni climatiche, in particolare delle variazioni di temperatura e di precipitazioni e come, attraverso lo studio delle variazioni frontali e dei bilanci di massa, sia possibile seguirne il comportamento nel corso degli anni.
In generale, a partire dalla metà degli anni ’80, dopo una breve fase di avanzamento, la maggior parte dei ghiacciai in tutto il mondo è in fase di regresso, anche se, naturalmente, non mancano le eccezioni. Per esempio, in Norvegia, il ghiacciaio Nigardsbreen, uno dei ghiacciai di sbocco del grande Jostedalsbreen, il più grande d’Europa, esclusa l’Islanda, monitorato dal 1962, mostra, in 40 anni di osservazione, 26 anni di bilancio positivo, ed è avanzato di 260 m tra il 1988 e il 2000, mostrando quindi una grande differenza con i “colleghi” alpini. Proprio queste differenze ci fanno comprendere come i processi che legano il comportamento dei ghiacciai alle variazioni climatiche siano molto poco conosciuti e molti anni di ricerche sul campo siano ancora necessari per poter fare ipotesi sul futuro che attende, insieme ai ghiacciai, anche noi e l’intero nostro pianeta.
Anche per quanto riguarda le grandi calotte, i dati sono ancora incompleti per avere un quadro generale. Si può osservare che i distacchi di iceberg, anche di grandi dimensioni, sono un evento comune , così come anche le dimensioni delle piattaforme di ghiaccio oscillano continuamente, espandendosi e ritirandosi con una tendenza che non è ancora stato possibile determinare. Nel maggio 2002 la piattaforma di Ross ha “perso” un iceberg lungo poco meno di 200 km e nel giro di pochi mesi almeno altri tre giganti, lunghi da 80 a 50 km, si sono staccati dalla stessa zona: dopo questi eventi, la piattaforma di Ross è ritornata alle dimensioni rilevate nel 1911 dall’esploratore Robert Scott. Questo sembrerebbe indicare un’espansione rispetto ai primi anni del secolo scorso. Dal 1979, sembrerebbe però che la frammentazione delle piattaforme antartiche si stia intensificando, tuttavia soltanto dalle osservazioni sugli icerberg non è possibile dire se i ghiacci dell’Antartide si stiano riducendo. Ogni anno le piattaforme antartiche perdono circa 1.450-2.000 km3 di ghiaccio, ma questo dato non è sufficiente: per poter fare affermazioni più precise, occorre verificare se la quantità di ghiacci persi sotto forma di iceberg superi o meno la quantità di nuovo ghiaccio formatosi a seguito delle annuali precipitazioni nevose. Soltanto con questi dati a disposizione su un certo numero di anni è possibile determinare un bilancio e quindi azzardare una previsione sul futuro dei ghiacci antartici. Quello che è certo è che rispetto agli anni ’40 si è registrato un aumento della temperatura media annua di 2,5 ° C, che dovrebbe accelerare la fusione dei ghiacci, ma accanto a questo in alcune zone dell’Antartide si è registrato da alcuni anni un aumento delle precipitazioni nevose, che dovrebbe andare ad alimentare la calotta e i suoi ghiacciai: quale di queste due tendenze prevarrà in futuro, non è dato ancora saperlo, ma è evidente come tutto dipenda da un fragile equilibrio, in cui i fattori accennati sopra sono soltanto due tra le tante variabili nel complesso gioco del clima terrestre. In definitiva, occorrono ancora anni di studi e di costanti osservazioni per poter comprendere il funzionamento del clima del nostro pianeta e per poter di conseguenza presentare modelli previsionali per il prossimo futuro: si comprende quindi come la ricerca sul campo sia di fondamentale importanza per suffragare, con dati oggettivi raccolti “in natura”, teorie scientifiche e modelli di previsione.

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