L’obsolescenza programmata

Si parla di “obsolescenza programmata o pianificata” per definire la strategia adottata dall’economia industriale, secondo la quale la durata dei beni di consumo viene limitata a un periodo prefissato. Passato quel tempo, il prodotto diventa inservibile oppure diventa semplicemente obsoleto agli occhi del consumatore in confronto a nuovi modelli sul mercato, che appaiono più moderni sebbene siano poco o per nulla migliori dal punto di vista funzionale. L’obsolescenza programmata nasce con l’industrialismo moderno e con l’epoca della produzione di massa dei beni di consumo, quindi a cavallo tra ‘800 e il ‘900. In un primo momento la produzione industriale contava sulla qualità per far leva sul mercato, quindi si faceva uso di materiali robusti, vi era una buona fabbricazione e progettazione ottimale. Questo però durò poco: già nei primi anni ’20 del secolo scorso ci si accorse che i prodotti “duravano troppo” e che questo frenava la produzione proprio in un momento in cui invece le fabbriche erano in grado di produrre sempre più oggetti, riducendo la quantità di lavoro umano. Quindi, possedere un oggetto duraturo era il principale ostacolo alla crescita dei fatturati. E così nel 1924 i produttori di lampadine crearono il Cartello Phobos che fissò, insieme alla standardizzazione degli attacchi, della potenza e della luminosità, la durata “ideale” – per le industrie, non certo per il consumatore – delle lampadine a 1.000 ore, quando già si arrivava facilmente a produrne della durata di 2.500. Il termine “obsolescenza pianificata”  comparve per la prima volta in letteratura nel 1932, anno in cui il mediatore immobiliare Bernard London propose che fosse imposta alle imprese per legge, così da poter risollevare i consumi negli Stati Uniti durante la grande depressione. E fu così che si diede vita alla società dei consumi e dell’usa e getta, non pensando che, mentre gli oggetti che usiamo tutti i giorni hanno un ciclo di vita breve, i materiali di cui sono fatti durano molto più a lungo, al punto da costituire un problema permanente.
Quando, negli anni Trenta, i ricercatori dell’azienda chimica DuPont riuscirono a creare il nylon, una nuova fibra sintetica molto resistente, questa fu utilizzata per creare calze da donna che si smagliavano molto più difficilmente di quelle esistenti. Poiché la durabilità delle calze era eccessiva e dannosa per gli affari, la DuPont incaricò i propri tecnici di indebolire la fibra stessa che avevano creato.

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