Ecosistemi a rischio: perché?

L’uomo ha sempre pensato di poter modificare l’ambiente in cui vive per soddisfare le proprie necessità. Spesso però non ha tenuto conto delle conseguenze che questo comportamento implica: spesso l’uomo è intervenuto per ottenere un certo effetto, raggiungendo un risultato assolutamente contrario. Il caso tipico può essere quello della distruzione di ecosistemi molto produttivi, come estuari e paludi, in nome del recupero dei terreni ad attività agricola e quindi più produttiva. Ma non si è tenuto conto della funzione particolare che hanno estuari e paludi. Infatti, in queste zone, l’abbondante produzione di vegetali non ha una diretta utilità alimentare, ma un’importante funzione per la produzione e l’accrescimento di numerosissime specie di uccelli e di fauna acquatica. Alla distruzione di queste aree (e al loro impiego nell’attività agricola o industriale) segue inevitabilmente la scomparsa di queste specie e la perdita dei valori alimentari connessi.
Un’altra evidente contraddizione è la distruzione della foresta tropicale per fare posto all’agricoltura. In queste zone la fertilità del terreno è dovuta al continuo apporto di nutrimenti da parte della vegetazione. Infatti, i prodotti della decomposizione dei tessuti vegetali vengono bloccati e successivamente utilizzati da una fittissima rete di radici. La distruzione delle foreste tropicali, e quindi, di questa estesa e importantissima rete di apparati radicali, lascia terreni che perdono rapidamente la loro fertilità e la loro stabilità e in cui solo con elevati apporti di fertilizzanti si può ottenere una continuità nelle produzioni. Di qui la necessità di bruciare parti sempre nuove di foresta per avere a disposizione dell’agricoltura terreni fertili per qualche anno soltanto.

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