L’uomo e le altre specie

Le modalità attraverso cui l’uomo si rende responsabile della scomparsa delle altre specie sono piuttosto differenti. Da questo punto di vista una responsabilità fondamentale deve essere addebitata all’impatto dell’agricoltura sull’ecologia terrestre. La conversione agricola del territorio, che ha sottratto superfici considerevoli alle foreste, alle praterie e agli ambienti umidi, ha semplificato in modo profondo l’antica struttura di biomi ed ecosistemi. Naturalmente queste alterazioni hanno avuto esiti differenziali in termini di estinzioni: nelle fasce tropicali e subtropicali, dove la biodiversità raggiunge i suoi valori più alti, gli esiti della conversione agricola del territorio sono stati molto più pesanti che a latitudini più elevate. Ma anche l’industrializzazione e l’urbanizzazione hanno giocato un ruolo chiave nell’estinzione delle specie. In particolare, negli ultimi tre-quattro secoli, la crescita demografica umana ha registrato un tasso che in precedenza non si era mai verificato, e l’antropizzazione degli ambienti naturali che ne è derivata, con tutto ciò che ne è conseguito in termini di cementificazione, industrializzazione e deterioramento del territorio, ha modificato profondamente la fisionomia e la qualità ecologica degli habitat. Un altro fattore cruciale nell’attuale perdita di biodiversità risiede nel cambiamento climatico antropogenico. L’accumulo atmosferico di gas serra emessi dall’uomo, infatti, ha prodotto un aumento della temperatura globale che in molte regioni del pianeta sta già segnalando gravi alterazioni biologiche con fenomeni di estinzione documentati. L’origine delle estinzioni che si stanno registrando in tutto il mondo tuttavia non è recentissima. A causa (diretta o indiretta) dell’uomo si sono estinte diverse centinaia di specie animali e vegetali a partire da 400 anni fa. Si deve inoltre considerare che molte altre specie oggi possono sopravvivere solo grazie al loro allevamento in cattività o a programmi di conservazione.
L’organizzazione IUCN (International Union for Conservation of Nature and Natural Resources) ciclicamente elabora la cosiddetta “lista rossa” degli organismi minacciati di estinzione, che attualmente comprende 12.500 specie ripartite nelle categorie “in pericolo critico”, “in pericolo” e “vulnerabile” . Tanto per fare un esempio, delle quasi 10.000 specie note di uccelli, oltre 1.000 rientrano in una delle tre categorie indicate sopra, il che significa che più del 10% dell’avifauna mondiale corre un rischio significativo di estinzione. Il problema tuttavia può assumere una connotazione ancora più preoccupante. Infatti, se da un lato molti organismi “a rischio” oggi si possono monitorare con relativa facilità e quindi si possono mettere in atto misure efficaci per la loro protezione, dall’altro esiste tutto un universo di organismi non facilmente controllabili che, per le loro dimensioni microscopiche, per le loro abitudini, o per il semplice fatto che non sono ancora stati scoperti, sfuggono a ogni valutazione sul loro stato di conservazione. La puntualizzazione è importante perché la maggior parte della biomassa del pianeta probabilmente è concentrata proprio in questi organismi, che a loro volta giocano un ruolo indispensabile agli equilibri degli ecosistemi.

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