dcsimg

pubblicato il 16 dicembre 2014 in energia

Compostiamoci bene!

Piccolo manuale introduttivo per aspiranti compostatori

C’era una volta la buccia d’arancia…
C’era una volta una buccia d’arancia… galleggiava nel piatto degli avanzi della cena e spiccava per il suo vivo colore arancione. Con lei però c’erano anche il cavolfiore, un pezzetto di formaggio con la crosticina verde e l’insalata. Poi ancora quel boccone di carne e quel pugno di riso che proprio non andavano giù. Alcuni li chiamerebbero anche scarti, oltreché avanzi, perché abbandonati lì nel piatto possono solo augurarsi di essere buttati nella spazzatura ed essere mandati in una discarica, in mezzo a tante cose diverse da loro, ma che una volta potevano essere utili. Una volta…o forse ancora? E se invece di uno scarto questi avanzi costituissero una nuova risorsa? Possibile che quella buccia non abbia un altro destino? Ovviamente un’alternativa c’è: la buccia d’arancia e tutti i nostri scarti organici possono diventare compost!

Dalla buccia al compost
La parola compost è una parola inglese, che viene dal latino compositus attraverso il francese composte e che significa “composto, variegato”. Questo perché il compost trae la sua origine da tante cose diverse che una volta trasformate originano il compost. Ma facciamo un po’ d’ordine, innanzitutto cos’è il compost, cosa c’entra la buccia d’arancia? Come dicevamo prima, la buccia d’arancia può avere davanti a sé due destini quando si trova nel piatto degli avanzi: può essere trattata come rifiuto e gettata oppure può essere recuperata e conferita come frazione organica umida. Per frazione organica umida si intende tutto ciò che è scarto organico biodegradabile. Pensa a cosa succede a una buccia d’arancia o a una buccia di banana dopo aver mangiato il frutto: se non le butti e lasci passare dei giorni, osserverai che il loro aspetto cambierà, si anneriranno, inizieranno ad avere un cattivo odore e infine marciranno. Se aspettassi ancora molti giorni vedrai che non esisteranno più, ma che si saranno trasformate in terriccio. Questo processo naturale di decomposizione è opera di alcuni microrganismi ed è essenziale per il mantenimento dei cicli naturali, perché permette di trasformare gli scarti in nuove sostanze nutritive. Il nome del moderno processo di trasformazione dei nostri scarti organici biodegradabili in terriccio è compostaggio ed è un processo accelerato di ciò che avviene in natura.
Il terriccio ottenuto si chiama compost ed è particolarmente prezioso per diversi motivi. Innanzitutto permette di ridurre in modo consistente i rifiuti prodotti senza portare ulteriore inquinamento, anzi trasformandoli nuovamente in una risorsa proprio come avviene in natura. Circa un terzo della nostra pattumiera, infatti, è riempita proprio con gli avanzi dei nostri piatti.
Inoltre, se i rifiuti organici non venissero compostati, sarebbero probabilmente portati in discarica, dove contribuirebbero alla formazione di percolati (liquidi prodotti dal contatto tra rifiuti e acqua di pioggia contenenti spesso inquinanti originati nelle discariche) e biogas. Se non viene recuperato, il biogas si disperde in atmosfera e concorre all’effetto serra, dato che è composto in larga parte da metano, un potente gas serra. Oltre alle ragioni ambientali, a favore del compost ci sono anche ragioni economiche. Producendo compost realizziamo un ottimo ammendante per il terreno con molte sostanze nutritive utili ai nostri suoli, grazie alle quali è possibile ridurre l’uso di fertilizzanti sintetici più inquinanti; il compost rende il terreno più soffice e poroso, con una maggiore capacità di trattenere l’acqua, combatte la possibilità di malattie e infestanti per le piante o la formazione di muschi.
Dal punto di vista dei costi, da una stima di 60-90 € a tonnellata spesi per i rifiuti compostati si passa al doppio per i rifiuti avviati in discarica o inceneriti.

512px-Compost-dirt

Rifiuti organici trasformati in compost. Credits: normanack [CC-BY-2.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons

Adesso che abbiamo visto quanto sia più vantaggioso che la buccia d’arancia diventi compost, vediamo più nel dettaglio come e con cosa si fa il compost.

Come si fa il compost
Per fare un buon compost sono necessari tre ingredienti fondamentali: la nostra buccia d’arancia e altri scarti organici, i microrganismi che operano la trasformazione e, infine, le condizioni ottimali affinché i microrganismi possano lavorare al meglio.
Partiamo dalla materia prima, le bucce d’arancia e affini. Abbiamo detto che per avviare il processo di compostaggio è necessario utilizzare la frazione organica dei rifiuti, ovvero: gli avanzi della cucina (verdura, frutta, pane, pasta, pesce, carne, formaggio, ecc), fazzoletti di carta, bustine del tè, fondi di caffè, ma anche residui di potatura, rametti, foglie, sfalci di prato, fiori appassiti. Teoricamente la lista potrebbe continuare perché tutto ciò che è biodegradabile può essere compostato, ma alcuni materiali non sono adatti o richiedono tempi molto lunghi e possono portare problemi di odori, pertanto si preferisce evitarli (ad esempio le conchiglie delle vongole o delle cozze, i noccioli e i gusci di noce non si compostano o lo fanno in tempi molto lunghi). Esiste la possibilità di utilizzare anche legno, tappi di sughero, gusci d’uovo, cenere, segatura, sacchetti di carta, ma con alcuni accorgimenti che vedremo a breve.

512px-Composting_in_the_Escuela_Barreales

Scarti di cibo all’interno di una compostiera

Raccolti i materiali osserviamo che questi possono essere umidi o secchi: se sono umidi hanno un elevato contenuto di azoto (N), se sono secchi hanno un maggiore contenuto di carbonio (C). Di solito sono umidi gli scarti di cucina, mentre sono più secchi i rametti, le foglie o la carta. Un corretto rapporto tra N e C è essenziale per la riuscita del compost, perché un eccesso di uno o dell’altro rallenta troppo il lavoro dei microrganismi. A cosa servono carbonio e azoto ai microrganismi? Il carbonio fornisce l’energia, mentre l’azoto fornisce il “cibo” necessario per produrre amminoacidi e proteine. Il rapporto ottimale C/N è circa 30, ovvero per ogni parte di azoto, ne servono 30 di carbonio. La maggior parte dei nostri ingredienti ha un rapporto sbilanciato a favore dell’azoto e sono umidi, per questo è bene mischiarli con elementi più secchi e quindi più ricchi in carbonio come i sacchetti di carta, i fazzoletti, ecc Un altro degli elementi fondamentali per la buona riuscita del compost è l’ossigeno, perché i microrganismi responsabili della degradazione degli scarti sono aerobi, ovvero lavorano solo se è presente ossigeno. Sia per garantire l’ossigeno, sia per avere una buona eterogeneità di materiali e quindi permettere ai microrganismi di lavorare meglio, è buona norma rimescolare di frequente il cumulo di scarti umidi e secchi. Se buttando i nostri avanzi e i nostri materiali secchi si creassero condizioni di anaerobiosi, ovvero di assenza di ossigeno, entrerebbero in azione microrganismi indesiderati, che non permetterebbero la corretta trasformazione del compost e provocherebbero anche odori sgradevoli dovuti alla formazione di metano e ammoniaca.
Oltre all’ossigeno e al rapporto C/N, un terzo parametro fondamentale per la buona riuscita del compost è l’umidità: il cumulo deve essere leggermente umido, ma non troppo, cioè non deve essere bagnato. Per capire se l’umidità è corretta basta prendere in mano un po’ di compost in via di trasformazione: se sembra fango ed è compatto significa che è troppo umido, se si sbriciola e sembra polvere è troppo secco, se invece rimane un po’ attaccato alla mano, ma si disgrega proprio come la terra, allora ha l’umidità giusta.
Infine, come noi soffriamo se fa troppo caldo o troppo freddo, anche i microrganismi richiedono una temperatura ideale e bisogna evitare che il cumulo sia esposto a temperature troppo rigide. L’aumento o la diminuzione di temperatura identifica le fasi del processo di compostaggio. Nella prima fase, detta di fermentazione (o termofila), i microrganismi iniziano a lavorare e portano la temperatura del cumulo prima a 40-45°C poi a 50-60°C. Se il cumulo è caldo e rivoltandolo sprigiona calore, i microrganismi stanno lavorando bene, inoltre le alte temperature igienizzano il compost e precludono il proliferare di germi patogeni o uova parassitarie. Dopo un periodo compreso tra i 30 e i 60 giorni, la temperatura scende nuovamente a 40° e si entra nella fase di maturazione, in cui alcuni funghi e batteri specializzati aiutano i microrganismi a decomporre le componenti più resistenti dei materiali. Nella terza fase di decomposizione finale, il cumulo quasi pronto di compost viene interessato dalla visita di lombrichi o altri piccoli macro invertebrati, che accelerano e concludono il processo e la cui presenza è indice di successo!
Quanto tempo ci mette la mia buccia d’arancia per diventare compost? I tempi sono variabili a seconda del metodo utilizzato (compostaggio industriale o domestico), del luogo in cui viene realizzato, dei materiali introdotti ecc., ma in linea di massima si ottiene un compost detto fresco dopo 2-4 mesi, raggiunti i 6-9 mesi si arriva a un compost pronto e infine dopo 9-12 mesi il compost sarà diventato maturo, avrà un peso ridotto del 50% rispetto a quello degli scarti iniziali e un volume del 30-40% in meno.
Adesso che sappiamo come avviene il compostaggio, quali soluzioni pratiche esistono per poter evitare che i nostri rifiuti organici finiscano in discarica? Le soluzioni dipendono dal nostro stile di vita: se viviamo in una villetta con giardino siamo fortunati e possiamo cimentarci nel compostaggio domestico, se invece viviamo in un condominio e non abbiamo la possibilità di utilizzare il giardino, possiamo differenziare correttamente i nostri rifiuti organici e avviarli al compostaggio industriale o aderire alle realtà di compostaggio collettivo che iniziano a diffondersi anche in Italia.

Il compostaggio domestico
Se hai una villetta con giardino o orto a disposizione, potrai vedere direttamente come funziona il processo di compostaggio e permettere che la buccia d’arancia si trasformi in compost.
Il primo passo è quello di selezionare accuratamente i materiali, selezionandoli in modo che sia il più possibile eterogenei (ovvero variegati) e ricordando le regole del paragrafo precedente. Fra gli scarti citati sono particolarmente adatti: gli avanzi di frutta e verdura (cotta o cruda), filtri del tè e fondi di caffè, resti di piante in vaso, tovaglioli e sacchetti di carta, resti dell’orto, fogliame, peli, piume, lettiere di piccoli animali, cenere. Vanno utilizzati in quantità moderata scarti di: pesce, carne, salumi e insaccati, ossa, noci e nocciole in grandi quantità. Non vanno assolutamente inseriti: plastiche, carta plastificata o patinata, tessuti (anche in fibra naturale perché sono spesso trattati e sono colorati), filtri di aspirapolvere, olii e gomme.
Raccolti i materiali annessi, è buona norma sminuzzarli o triturarli per permettere ai microrganismi di essere più efficienti nel loro lavoro.
Adesso che i tuoi scarti sono pronti puoi scegliere se realizzare il compostaggio in cumulo o nella compostiera.

composter

Esempio di composter con in evidenza i vari strati del cumulo e i differenti momenti del processo di compostaggio

Il compostaggio in cumuloè quello più semplice ed economico, ma necessita di uno spazio verde di grandezza sufficiente. Di solito i diversi strati di materiale si alternano tra scarti verdi e umidi e scarti secchi; gli strati vengono collocati uno sopra l’altro, fino a formare un cumulo a base triangolare o quadrata, di dimensioni opportune comprese tra 100-150 cm e altezza 80-100 cm e con il fondo realizzato con materiale secco e drenante. Per regolare l’infiltrazione di acqua piovana è preferibile realizzare un cumulo a forma di piramide o trapezio.
Per evitare problemi estetici e logistici, una soluzione più pratica è quella di ricorrere alla compostiera, ovvero un contenitore di svariate forme e dimensioni che facilita la realizzazione del processo di compostaggio. Per una famiglia di 4 persone si consiglia l’utilizzo di compostiere dalla capacità di circa 400 litri. Le compostiere più diffuse e pratiche in Italia sono in plastica ad asse verticale a forma di tronco di cono o trapezio, ma ne esistono anche ad asse orizzontale o compostiere in legno e acciaio. La base è formata da una rete piana, per permettere l’areazione, che culmina in un cono al centro, in modo che l’aria possa raggiungere facilmente anche l’interno del cumulo e sia più facile provvedere al rivoltamento. Sulla base è posizionato il corpo centrale – ovvero lo spazio dove avviene il processo di compostaggio – munito di due aperture: una superiore per l’introduzione dei rifiuti e una inferiore per il prelievo del compost maturo. Se sei particolarmente bravo con il bricolage e vuoi cimentarti nella costruzione della tua compostiera, puoi trovare su internet video e siti che spiegano come realizzarla. Inoltre, molte amministrazioni comunali offrono uno sconto sulla tassa dei rifiuti ai residenti che recuperano autonomamente i propri rifiuti organici.
Adesso che abbiamo scelto che tecnica vogliamo utilizzare, non ci resta che seguire i passaggi che abbiamo visto nel paragrafo sulla formazione del compost e…aspettare alcuni mesi per vedere i primi risultati!

Compostaggio industriale o collettivo
Se non disponiamo di un giardino, non dobbiamo arrenderci: abbiamo comunque due alternative per produrre il nostro compost! Per i comuni che prevedono la raccolta differenziata dell’umido, dobbiamo stare attenti a conferire i giusti materiali organici che abbiamo visto nella lista precedente, raccogliendoli nei sacchetti biodegradabili-compostabili (come quelli in carta o in mater-Bi) dentro appositi secchielli forati, che permettono il passaggio dell’aria. Il materiale viene raccolto e portato in grandi impianti di compostaggio di tipo industriale, dove il processo di compostaggio viene realizzato su larga scala, con grandi quantità di rifiuti, utilizzo di macchinari più complessi e sistemi computerizzati per il monitoraggio costante dei parametri di processo e la massima riduzione dei tempi di trasformazione.
Nel caso in cui il tuo comune non effettui ancora la raccolta dell’umido, niente paura! Puoi cercare oppure proporre nella tua città un gruppo di compostaggio collettivo, ovvero gruppi di cittadini o attività commerciali (come ristoranti o mense) che autonomamente si organizzano per promuovere il compostaggio dei propri rifiuti. Per poterlo fare è necessario prevedere compostiere più grandi del normale o dotarsi di compostiere elettromeccaniche, con un continuo rivoltamento e apporto di aria per il mantenimento e accelerazione del processo aerobico. Sebbene il compostaggio collettivo stia muovendo i suoi primi passi e non sia del tutto disciplinato in Italia, in altri paesi d’Europa (come Francia, Inghilterra, Svezia) è già una realtà ben organizzata e molti piccoli comuni o quartieri si sono già orientati o si stanno orientando verso questa pratica.

Dove lo butto? Nuovi materiali compostabili
Adesso sappiamo bene cosa può essere compostato e cosa no, come funziona il processo e una compostiera, quali sono le differenze tra compostaggio domestico, industriale e collettivo. Ci siamo quasi per essere dei perfetti padroni dei segreti del compostaggio.
Cosa fare però con quei materiali che non sono o non sembrano organici, ma sono compostabili? Ti sarà forse capitato di andare al supermercato con i tuoi genitori e dimenticarti le borse riutilizzabili per la spesa; per ovviare al problema la cassiera vi avrà dato un sacchetto di plastica, ma un po’ diverso da quelli comuni, perché più leggero e semi-trasparente, con uno strano odore di sottobosco. Quel sacchetto è fatto con un nuovo materiale molto speciale, la bioplastica, ed è totalmente compostabile.
Cos’è una bioplastica e perché è compostabile? La bioplastica è un tipo di plastica che deriva da materie prime di origine naturale (di solito amido di mais, grano, cellulosa, ecc) ed è biodegradabile, ovvero può essere degradata dai microrganismi esattamente come la frazione organica dei rifiuti; può essere quindi compostata! Il tempo di degradazione di queste nuove plastiche è di qualche mese, contro le centinaia di anni richieste dalla plastica di origine petrolchimica (se vuoi saperne di più leggi lo speciale sull’inquinamento marino provocato dalla plastica). Le buste di plastica di origine petrolchimica sono ormai fuorilegge in Italia, anche se ancora molto diffuse purtroppo. Per riconoscere i sacchetti di plastica ammessi, puoi consultare questa piccola guida.

marchi_shopper_compostabili

Marchi di compostabilità per i prodotti biodegradabili e compostabili

È possibile produrre solo sacchetti, utilizzando le bioplastiche? Fortunatamente no! Le bioplastiche si prestano a essere utilizzate anche per una svariata quantità di altri prodotti come stoviglie usa-e-getta, contenitori per alimenti, bottiglie, fibre, ecc., addirittura assorbenti igienici e pannolini! Un grande risparmio per l’ambiente se venissero compostati! L’importante è che prima di conferire questi prodotti/materiali nell’umido controlliamo che sia chiaramente presente il logo che attesta la certificazione di compostabilità del CIC (Consorzio Italiano Compostatori) o equivalenti, oppure la dichiarazione di conformità alla norma UNI EN 13432.
Siamo giunti alla fine del nostro piccolo viaggio nel mondo del compostaggio e ormai non resta altro che vedere cosa succede alle nostre bucce d’arancia mettendo in pratica queste nuove conoscenze!

 A cura di Nadia Mirabella

 
 
 
Eni S.p.A. - P.IVA 00905811006