Trasporto del petrolio

Il petrolio è presente in quantità apprezzabili per poterne avviare la produzione, solo in alcune zone della Terra. Pertanto la maggior parte di esso deve essere trasportato per raggiungere le raffinerie e i luoghi di consumo. L’Italia, ad esempio, deve importare il 91,4% del petrolio che consuma da altri paesi (Fonte dei dati: eni, World Oil & Gas Review 2014).
Ci sono due modi di trasportare il petrolio, spesso complementari, gli oleodotti e le petroliere. Gli oleodotti comprendono un complesso di condotte costituite da tubi in acciaio in tronchi della lunghezza di 10-12 metri saldati elettricamente tra loro. In genere vengono interrati a una profondità di 3-15 metri o posti sui fondali marini. Il movimento del greggio lungo l’oleodotto è assicurato da grandi pompe distribuite lungo il percorso a distanze che variano dai 50 ai 250 chilometri a seconda delle caratteristiche del territorio attraversato. Stazioni di controllo e sicurezza distribuite lungo il percorso ne garantiscono il trasporto ai porti d’imbarco e alle raffinerie.
La fase del trasporto del petrolio via mare è molto delicata, poiché può trasformarsi in una delle principali fonti d’inquinamento per mari e oceani, se le navi naufragano e si spezzano. Una moderna petroliera è una nave cisterna a compartimenti separati e doppio scafo (ovvero dotate di un doppio guscio metallico a protezione del petrolio trasportato) e dotata di sistemi sofisticati di prevenzione degli incidenti, al fine di ridurre al minimo il rischio di versare il petrolio nel mare. Prima della crisi degli anni Settanta, le petroliere erano enormi (450 m di lunghezza, per 500 tonnellate di stazza), ma questa tendenza è stata frenata sia per la riapertura del Canale di Suez, che ha imposto limitazioni alle dimensioni delle navi in transito, sia per i mutamenti del mercato, sia, negli ultimi anni, per ragioni di sicurezza e tutela ambientale. Per ridurre l’impatto ambientale di queste navi, sono stati introdotti anche nuovi sistemi di ripulitura delle cisterne che permettono di raccogliere i residui petroliferi per trattarli poi in impianti a terra, anziché scaricarli in mare.

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