La perforazione in mare

L’esigenza di trasferire gli impianti di produzione ed estrazione a largo delle coste, con le conseguenti difficoltà nel realizzare un impianto in grado di resistere a condizioni ambientali particolari, ha fatto sì che la ricerca e l’ingegneria offshore siano diventate innovative e all’avanguardia per quanto riguarda lo sviluppo tecnologico.
Gli impianti in mare sono di diversi tipi e si differenziano in base ai fondali, alle profondità e alle condizioni climatiche in cui si opera. Fino a 100 metri di profondità d’acqua, si usano piattaforme mobili autosollevanti (jack-up) formate da uno scafo sostenuto da tralicci scorrevoli (gambe). Queste poggiano sul fondo del mare, lasciando lo scafo 15-20 metri sopra il livello del mare per non risentire dell’azione delle onde e delle maree. Per profondità fino a 1.500 metri si utilizzano piattaforme galleggianti che, una volta ancorate, poggiano su scafi sommergibili. Per profondità superiori (fino a 3.300 metri) occorrono navi di perforazione, dotate di un’apertura nella carena per far passare la tubazione telescopica (riser), che collega l’impianto galleggiante alla testa del pozzo. Tali navi possono operare senza ormeggi fissi, mantenendo la posizione con sistemi dinamici, composti di numerose eliche contrapposte, azionate da computer.

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