Che cos’è un fossile

Alla morte di un organismo, le parti che normalmente sono risparmiate dalla decomposizione sono le parti dure, mineralizzate: gusci e esoscheletri, ossa e denti, scaglie, squame. Una volta dissolti i tessuti molli, le parti mineralizzate possono venire trasportate dall’ acqua o dalla gravità, e accumulate in giacimenti fossiliferi, dove divengono parte dei sedimenti che li includono e possono conservarsi per milioni di anni. In questi casi, raramente si rinvengono scheletri completi, e i resti fossili sono in genere mescolati, spesso con organismi di specie diverse frammisti tra loro. Le modalità di trasporto, inoltre, come nel caso di correnti fluviali, possono operare una selezione sui resti, accumulando, per esempio, soltanto i frammenti di maggiori dimensioni, o, al contrario, trasportando soltanto quelli più piccoli.
In casi eccezionali, come, per esempio, nel caso di un rapidissimo seppellimento sotto una coltre di sedimenti molto fini, in presenza di scarso ossigeno, la parti organiche molli possono conservarsi, lasciando un’impronta nei sedimenti che, a volte è incredibilmente nitida e ricca di finissimi dettagli, come penne, squame, corteccia, tracce di pelle: famosissimi sono i fossili giurassici, splendidamente conservati nei minimi particolari, delle località tedesche di Holzmaden e Solnhofen, antiche lagune ipersalate, vere e proprie “trappole” di morte per gli organismi che vi venivano sospinti dalle onde.
In altri casi, i tessuti possono essere disciolti dalle acque circolanti nei sedimenti e sostituiti, molecola per molecola, con altri minerali, per esempio, calcite, il minerale sicuramente più diffuso, ma anche silice, come nel caso di tronchi e legni silicizzati, che spesso costituiscono vere e proprie “foreste pietrificate” (come le palme fossili del Sahara e la foresta di conifere dell’Arizona), quarzo o pirite, realizzando, in questo caso, veri e propri “gioielli” naturali, come, per esempio, i ben noti fossili piritizzati di Ammoniti, dal particolare aspetto “metallico”. A volte questo processo conserva anche i dettagli più fini degli organismi.
I fossili più interessanti sono quelli che, oltre ad essere conservati nella loro interezza, vengono ritrovati in “posizione di vita”, cioè nel punto in cui vivevano, magari sorpresi dalla morte mentre erano intenti alle loro attività: la caccia, il sonno, la lotta, il parto. Questi fossili ci forniscono, oltre che indicazioni sulla loro fisionomia, anche importanti indizi sull’ambiente in cui vivevano, sul loro stile di vita e sull’interazione con altri esseri viventi.
Questo in genere si verifica quando l’organismo muore a causa di eventi catastrofici, che provocano un seppellimento immediato: per esempio, un’eruzione vulcanica che copre di ceneri un’area, una frana che seppellisce all’istante chi si trova sul suo percorso, un’alluvione, o la caduta accidentale in “trappole” naturali, come laghi, depositi naturali di bitume (come gli scheletri delle tigri dai denti a sciabola di Rancho la Brea, vicino a Los Angeles), pozzi o crepacci, o, per gli organismi più recenti, il ghiaccio o il permafrost, come è accaduto ai mammut siberiani.
Per gli organismi più piccoli, come gli insetti, anche una colata di resina lungo il tronco di una conifera può costituire un evento drammatico, che porta ad una rapida morte e a una fossilizzazione istantanea: è il caso di piccoli artropodi magnificamente conservati nell’ambra, una resina fossile naturale. Lo stato di conservazione di questi piccoli fossili ha fornito l’idea iniziale del celeberrimo libro di Crichton, dove il sangue prelevato dallo stomaco di una zanzara fossilizzata nell’ambra fornisce la possibilità di ricostruire il DNA dei futuri ospiti di Jurassic Park.
Altri fossili non sono veri e propri organismi, ma soltanto le tracce della loro attività: impronte di zampe, o di corpi che strisciavano, tane, escrementi. Per molti di questi è stato possibile risalire al “colpevole”, ma alcuni di quelli più antichi sono le uniche tracce di organismi a tutt’oggi sconosciuti.

 

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