La zonazione sismica

Conosciuti i tempi di ritorno dei sismi in una data zona, tutte le costruzioni umane dovranno tenere conto di questo e si dovranno mettere in opera opportune difese, prima fra tutte la realizzazione di costruzioni antisismiche. Esempi di costruzioni antisismiche sono antichissimi, come si osserva, per esempio, nelle mura incaiche di Cuzco, in Perù. Una costruzione antisismica, naturalmente, non potrà resistere a tutti i terremoti possibili: per essere davvero sicura, è sufficiente (e necessario!) che possa resistere al sisma di massima intensità mai registrato nella regione. Un terremoto di intensità inusuale, però, pur essendo poco probabile, potrebbe sempre verificarsi, vanificando tutti gli sforzi di prevenzione: per questo, vivendo in aree a forte attività sismica, è necessario imparare a convivere con un certo grado di rischio. Ne è un esempio un Paese come il Giappone, che, pur essendo preparato e attrezzato a far fronte alla maggior parte dei sismi, a volte subisce gravi danni, nonostante le rigorose normative edilizie. Nonostante tutte le precauzioni, quindi, è praticamente impossibile eliminare il rischio sismico. Ma c’è dell’altro. In molte zone, comprese molte aree italiane, il criterio di adeguare le opere antropiche al sisma di massima intensità mai registrato provocherebbe costi proibitivi per ogni opera umana. Si prendono allora in considerazione i tempi di ritorno dei sismi maggiori, Se questi sono molto lunghi, nell’ordine di centinaia di anni, o di molti decenni, può essere economicamente più vantaggioso costruire con criteri meno restrittivi, tenendo ben presente, però, che la durata della costruzione non potrà superare il tempo di ritorno del sisma più intenso. Questo vale soprattutto per opere che non sono destinate a durare nel tempo, come, per esempio, una diga o un ponte, che, in genere, dopo alcuni anni necessitano comunque di ammodernamenti e di grandi manutenzioni. E’ proprio questo criterio che permetterebbe di costruire il tanto discusso ponte sullo Stretto di Messina. Semplice, no? Purtroppo, in questo approccio c’è una terribile illusione: il tempo di ritorno è calcolato su una base statistica, è una media. In media, si verificano, poniamo, due sismi di magnitudo 7 in un secolo: uno ogni 50 anni, dunque? Non è detto: come accade per il sorteggio dei numeri del Lotto, lo stesso numero può uscire per due volte di fila e poi non uscire più per mesi, così si possono verificare due terremoti di magnitudo 7 nel giro di due mesi, e poi più nulla per i successivi 100 anni. Decidere, quindi, il grado di rischio da accettare e i criteri di resistenza delle costruzioni per poter colonizzare un’area richiede scelte molto delicate: costruire con criteri antisismici è molto costoso, e ancora di più è risistemare vecchie costruzioni, per cui in termini puramente economici potrebbe essere più vantaggioso lasciare che un evento poco probabile si verifichi senza prendere adeguati provvedimenti, o con provvedimenti di importanza inferiore e poi ricostruire, magari, statisticamente, una volta ogni 100 anni… Il problema è riuscire a valutare correttamente il fattore probabilità, e altra cosa sono, naturalmente, le considerazioni dei costi sociali: la perdita di vite umane, infatti, non ha prezzo, nemmeno una volta ogni 100 anni…

 

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