Dove si verificano i terremoti

Studiando la distribuzione dei sismi più potenti, con un paziente lavoro di raccolta di migliaia di dati, negli anni Sessanta si è potuta costruire una mappa per l’intero pianeta. Questa mappa mostra che i terremoti non sono distribuiti a caso, ma quelli più frequenti e di maggior intensità si distribuiscono in fasce ben precise. Confrontando questa mappa con la carta dei margini delle placche o zolle litosferiche (i grandi blocchi rigidi in cui è smembrata la parte più superficiale del nostro pianeta, e che si muovono, andando alla deriva sul sottostante mantello plastico), si può osservare come la distribuzione dei terremoti sottolinei in modo pressochè perfetto i limiti delle placche stesse. Ma c’è di più: se si dividono i terremoti in base alla profondità a cui sono avvenuti e all’energia liberata, si può osservare che i terremoti più superficiali e meno potenti si localizzano in corrispondenza delle dorsali oceaniche (margini di zolla divergenti) dove le placche si allontanano tra loro e dove la crosta sottile (3-5 km), rompendosi, permette la risalita di magma dal mantello e la formazione di vulcani sottomarini. I terremoti più profondi, quelli che liberano la maggior quantità di energia, si localizzano invece dove si verifica la collisione tra le placche (margini di zolla convergenti): in questo caso, il margine di una delle due zolle è costretto a scivolare al di sotto dell’altro, in un processo detto subduzione, fino a che, lentamente riscaldato, viene riassorbito dal mantello, in una sorta di grande circuito di “riciclo” della litosfera. I terremoti in queste zone sono il risultato dell’attrito e delle deformazioni che lo scivolamento forzato di una placca sotto un’altra produce, e la profondità massima di questi terremoti indica la profondità alla quale la placca in subduzione è ancora abbastanza rigida per potersi rompere e originare un sisma: la profondità massima registrata per un terremoto è di 640 km. Attraverso lo studio dei terremoti in queste zone è possibile “seguire” lo scivolamento verso il mantello di un lembo di litosfera: i terremoti si distribuiscono lungo un piano inclinato, chiamato piano di Wadati-Benioff, dal nome dei ricercatori che per primi lo individuarono, disegnando in modo pressochè perfetto il profilo della placca che scende. E’ quindi chiaro che la distribuzione dei terremoti è tutt’altro che casuale, e che ci sono zone del nostro pianeta in cui questi eventi, più che un rischio, sono una certezza. Per questo non deve stupire il ripetersi di sismi nelle medesime zone. Ciò che è accaduto nel Sud-Est asiatico con il terremoto del 2004 è semplicemente la conseguenza della collisione della placca dell’Oceano Pacifico con il complesso sistema di piccole placche comprese tra l’Indonesia e le Filippine. Lungo le coste occidentale dell’Indonesia si trova una delle più profonde fosse del pianeta, la Fossa di Giava, in corrispondenza della quale si verifica la subduzione delle placche l’una sotto l’altra e questo porta alla formazione delle isole che costituiscono l’arcipelago indonesiano. Osservando l’atlante, possiamo capire dove le placche litosferiche entrano in collisione e una delle due scivola sotto l’altra. Infatti se si osservano le coste del Pacifico, si possono vedere numerosi gruppi di isole con una tipica forma ad arco, caratterizzate da forte sismicità e intenso vulcanismo; questo ci indica la presenza placche in subduzione. Non a caso, vulcani e terremoti sono spesso collegati: la presenza di un vulcano attivo implica sempre elevato rischio sismico. Lo studio della superficie terrestre ci fornisce quindi preziosi indizi ed evidenze del possibile rischio sismico e vulcanico.

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