Ripristino di una cava

Nel caso di una cava a cielo aperto in un’area pianeggiante, l’area escavata può essere riempita in parte con lo stesso terreno vegetale in precedenza asportato e ricoperta con humus agricolo. Per questo motivo durante la coltivazione della cava si deve cercare di non mescolare il terreno vegetale asportato con il materiale di scarto. Se, invece, il fondo dello scavo di una cava in argilla viene a contatto con una falda freatica, si può cercare di destinare l’area di scavo ad un laghetto. Questi bacini, residuati dall’attività estrattiva, possono essere adibiti a pesca sportiva, tempo libero, itticoltura, uso irriguo, oasi naturalistica, o, se di una certa grandezza, a sport nautici. Come esempio si possono citare il Parco della Fornace CARENA a Cambiano (TO) e il Parco ecologico della Unieco, fornace di Fosdondo a Correggio Emilia.
Nel caso di una cava impiantata sul pendio di un monte, l’esigenza principale è quella di reinserire l’area coltivata nel paesaggio circostante e nello stesso tempo assicurare la stabilità del pendio su cui si è operato. E’ perciò necessario ottenere rapidamente una copertura vegetale che consenta un efficace consolidamento delle scarpate e una mitigazione dei fenomeni erosivi. Particolare attenzione merita la possibilità di adibire cave esaurite a discarica di rifiuti. Nel caso delle argille, ad esempio, le cave sono incise in rocce poco permeabili e con caratteristiche tali da essere considerate un idoneo “contenitore” di sostanze inquinanti derivanti dallo smaltimento di rifiuti. Le argille sono persino indicate dalla CEE fra le rocce capaci di risolvere il problema dell’eliminazione dei rifiuti radioattivi. Si può concludere osservando che gli effetti negativi connessi con l’attività estrattiva possono essere ampiamente limitati se si interviene preventivamente nelle fasi di progettazione. Infine è importante sottolineare che l’area escavata, una volta recuperata, rimane estremamente fragile come ecosistema, per cui deve essere costantemente controllata.

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