Il gas flaring e il gas venting

In un giacimento di petrolio, all’olio è quasi sempre associata una certa quantità di metano: i pozzi di più moderna concezione sono predisposti per il recupero del gas, insieme al petrolio, e il gas è quindi un’ulteriore risorsa del giacimento. Tuttavia, il recupero del gas presuppone che vi siano anche le infrastrutture necessarie al suo trasporto ai luoghi di consumo: queste strutture, costose e non sempre facili da realizzare, non vengono messe in opera se le quantità di gas ricavato dal giacimento come prodotto “secondario” sono limitate, in quanto i costi delle strutture sarebbero superiori ai possibili ricavi. Si pone quindi il problema di cosa fare del gas prodotto in eccesso.
Con il termine gas flaring si indica la combustione del gas (senza recupero energetico) attraverso una torcia che svetta, con una fiamma perenne, sulla sommità delle torri petrolifere. Tale pratica ha portato a bruciare ingentissime quantità di gas, con conseguente produzione di enormi quantità di anidride carbonica, ma anche di anidride solforosa e protossido di azoto, che hanno contribuito notevolmente all’inquinamento atmosferico del pianeta. Per rendersi conto del problema a livello planetario, basta osservare la Terra in un’immagine da satellite notturna: i fuochi che ardono in corrispondenza delle principali aree petrolifere sono un’evidenza che non passa inosservata! Si pensi che ancora oggi in Italia (dove questa pratica è molto limitata, sia per il minor numero di giacimenti di petrolio rispetto a quelli a gas, sia perchè si cerca di utilizzare tutto il gas prodotto) ogni anno dal gas flaring viene prodotto 1 milione di tonnellate di anidride carbonica, mentre un Paese come la Nigeria, dove il gas flaring è ancora molto utilizzato, se ne producono qualche centinaio di milioni di tonnellate!
Oltre alla pratica del gas flaring, esiste anche quella del gas venting. Per gas venting si intende il rilascio di gas incombusti in atmosfera, finalizzato spesso a garantire le condizioni di sicurezza nel corso delle varie lavorazioni e dei processi di trattamento. Le emissioni da gas venting sono costituite da metano, anidride carbonica, composti organici volatili, composti solforati e impurità gassose. I gas da venting possono, in molti casi, essere bruciati invece di essere dispersi come tali. In questo modo si riduce parzialmente l’impatto ambientale in termini di gas serra, perché i gas vengono ossidati a CO2, che ha un potenziale di riscaldamento globale 21 volte inferiore rispetto al metano.
Attualmente, queste pratiche sono soggette a fortissime restrizioni, sia per una questione economica (il gas prodotto può essere venduto e consumato, invece di venire sprecato!) sia, soprattutto, per una questione ambientale. Sulla base del protocollo di Kyoto, sono previsti incentivi per la realizzazione di impianti a basso impatto ambientale che permettano, nel contempo, di non sprecare una risorsa preziosa. Nei Paesi più industrializzati l’abbandono di questa procedura è stato quasi totale ed immediato, poiché il gas prodotto è una risorsa importante e le infrastrutture per l’utilizzo sul posto non sono difficili da realizzare, mentre diverso è il discorso per molti Paesi in via di sviluppo, dove è molto meno sentita la necessità di utilizzare il gas sul posto, mentre elevatissimi sono i costi del suo trasporto altrove. Per questo, si cerca di incentivare pratiche più facilmente attuabili e meno costose, come, per esempio, la reimmissione nel giacimento per aumentarne la pressione e quindi il rendimento, la liquefazione del gas in loco in piccoli impianti, la produzione sul posto di energia elettrica, la distribuzione del metano alle adiacenti aree urbane, l’utilizzo per l’autotrazione, ecc, mentre operazioni costose, come la realizzazione di metanodotti, vengono effettuate solo quando le quantità di metano così prodotto giustifichino gli elevati costi.

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