La reintroduzione del cervo

L’area occupata storicamente dal cervo si estendeva probabilmente per gran parte dell’Italia peninsulare e della Sardegna. A partire dal XVII secolo le trasformazioni ambientali, la crescita della popolazione umana e l’intensificarsi della caccia hanno causato la progressiva scomparsa della specie da settori sempre più vasti del territorio nazionale. Alla fine del XIX secolo rimaneva solo una piccola popolazione nel Bosco della Mesola (presso il delta del Po) e un’altra in Sardegna. Questa situazione si è protratta sostanzialmente sino al secondo dopoguerra, (metà del secolo XX circa), eccetto alcune presenze più o meno sporadiche dovute ad immigrazione di individui provenienti dalla Svizzera. Questo fenomeno di espansione delle popolazioni di cervi dalla Svizzera, dall’Austria e dalla Slovenia sul versante meridionale delle Alpi è divenuto più costante e consistente a partire dagli anni ’50 ed è stato responsabile della ricolonizzazione delle Alpi italiane nel settore centrale ed orientale. Diverso il discorso per quanto riguarda il cervo nelle Alpi occidentali, nell’Appennino settentrionale e di quello centrale; in questi casi, la sua presenza è dovuta a ripetute operazioni di reintroduzione iniziate alla fine degli anni ’60.
In Sardegna, invece, il cervo scomparve dalla regione centro-settentrionale negli anni ’40 e solo dalla metà degli anni ’80 è stato oggetto di una gestione attiva, che ha consentito di incrementare le popolazioni e l’area in cui è diffuso. Attualmente, la consistenza della specie sull’intero territorio italiano è stimabile in circa 32.000 capi.

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