Sprechi di acqua

Il divario tra il rifornimento idrico e la domanda di acqua sta aumentando in molte parti del mondo: in quelle aree che già oggi soffrono di carenza di acqua, la crescente siccità sarà il maggior vincolo alla crescita e allo sviluppo agricolo. Le alterazioni del clima determineranno soprattutto un decremento della disponibilità idrica annua in molte parti del mondo. In Europa, soprattutto nelle aree meridionali e centrali dell’Europa, diminuirà sempre più la disponibilità di acqua, a causa di una continua diminuzione delle precipitazioni estive e a fronte di elevate richieste idriche per le coltivazioni.
Pensate che la quantità di acqua sufficiente ad irrigare un ettaro dirisiera è la stessa che serve ai bisogni di 100 nomadi con 450 capi di bestiame in tre anni, o a 100 famiglie urbane nell’arco di due anni. Inoltre, nei Paesi del Sud del mondo, l’acqua utilizzata per l’irrigazione rappresenta ben il 91% del consumo idrico (rispetto al 39% dei paesi ad alto reddito), ma la produzione agricola è pari ad un terzo di quella dei paesi industrializzati, poiché metà dell’acqua destinata all’irrigazione evapora per le elevate temperature, oppure si perde per strada a causa di perdite lungo le reti idriche che distribuiscono l’acqua. Per risolvere il problema degli sprechi occorre introdurre tecnologie più moderne come l’irrigazione a goccia e rinnovare le reti, ma spesso gravi problemi finanziari e politici limitano queste scelte. L’uomo preleva per irrigare molta più acqua di quanta il pianeta possa rifornire: i prelievi per usi irrigui superano, infatti, in molte zone la capacità di apporto dei corsi d’acqua, delle piogge e quella di ricostituzione delle riserve naturali.
Per questi squilibri, ogni volta che le piogge tardano a venire, rispetto ai cicli naturali, scoppiano ad esempio carestie, come quella che ha colpito qualche anno fa alcune regione dell’Africa sub-sahariana, oppure senza che si verifichino eventi catastrofici lentamente si consumano le riserve idriche fino ad esaurirle: si calcola che inGiordania tra 35 anni le riserve acquifere sotterranee saranno completamente esaurite e che, per ricostituirle, occorreranno migliaia d’anni. Negli Stati Uniti il fiume Colorado, già dal 1960, non arriva più al mare, se non in anni di precipitazioni eccezionali, poiché si prelevano ingenti quantità di acqua lungo il suo corso prima che giunga nell’Oceano Pacifico.
Nella regione africana del Sahel, sia a causa di una prolungata siccità, che del diminuito afflusso dei fiumi, le cui acque sono state deviate per usi irrigui, il lago Chad si è ridotto del 75% negli ultimi 30 anni. Ma la vicenda più esemplare è la morte del lago Aral (che era il 4° lago più grande del mondo), nel cuore dei deserti dell’Asia Centrale. Alcune repubbliche asiatiche dell’ex Unione Sovietica hanno deviato il corso dei due fiumi che rifornivano il lago, per coltivare riso e cotone, due coltivazioni estremamente bisognose d’acqua soprattutto se coltivate in terreni aridissimi. Questa scelta ha ridotto la superficie del Lago Aral del 70%; ciò ha provocato un ulteriore aumento della concentrazione di sali nelle sue acque – già salate in passato ma ricche di pesce – aggravata dalla presenza di inquinanti e pesticidi che, convogliati per anni nello lago dai fiumi o drenati dai campi di cotone, sono oggi concentrati ai livelli massimi. L’inquinamento sta generando, oltre alla distruzione dell’ecosistema lacustre, anche problemi sanitari gravissimi alle popolazioni locali: anemia, mortalità infantile, artriti reumatoidi, reazioni allergiche.

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