Pollini fossili

Lo studio dei pollini può ricostruire la storia della vegetazione del passato e quindi dei cambiamenti climatici nel tempo. Ad esempio, possiamo immaginare un lago fossile, custodito all’interno di altri sedimenti, come un archivio con tanti cassetti: ogni strato è un cassetto che contiene i pollini di tutte le piante che crescevano in quel dato momento nell’area circostante. Ci sono piante, infatti, che sono considerate indicatori climatici: vivono, cioè, in una certa regione solo se il clima è adatto alle loro esigenze. Ad esempio, querce, noccioli e tigli, tutte piante latifoglie, vivono solo in un clima temperato-caldo e non si troveranno mai in regioni dal clima rigido. Abeti e faggi, invece, vivono in regioni dal clima più fresco e umido. Nelle regioni a clima freddo continentale si trovano solo alcuni tipi di piante erbacee che costituiscono ecosistemi come la tundra o la steppa. Se il clima in una data regione cambia nel tempo, ovviamente anche la vegetazione muterà e seguirà le varie oscillazioni climatiche con grande precisione. Questo è esattamente quello che possiamo vedere studiando l’evoluzione della vegetazione di un lago fossile o di un qualsiasi altro deposito di sedimenti. Una volta individuata una zona adatta si procede con il campionamento attraverso trivellazioni o carotaggi. Una volta estratti i campioni, vengono portati in laboratorio e trattati con agenti chimici per eliminare la frazione organica e inorganica in eccesso, fino ad ottenere i pollini. In seguito, con un’analisi al microscopio si possono riconoscere le varie specie di piante presenti nella zona e quindi ricostruire le oscillazioni climatiche del passato. I dati che si possono raccogliere, quindi, vengono riassunti in diagrammi che rappresentano visivamente le vicissitudini dei differenti periodi storici. Il passaggio successivo dell’analisi consiste nell’attribuire un’età relativa alle singole fasi climatiche, ripercorrendo la sequenza degli eventi nei secoli.

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