Malattie negli allevamenti

La produzione di alimenti animali su scala globale sta subendo una grande trasformazione che potrebbe comportare un incremento del rischio di trasmissione delle malattie dagli animali all’uomo (zoonosi). Per limitare questo rischio si dovrebbe evitare l’eccessiva concentrazione di capi di bestiame negli stabilimenti di allevamento e si migliorare il sistema di monitoraggio delle malattie e salvaguardare la salute pubblica. La produzione e la densità del bestiame sono notevolmente aumentate, spesso in prossimità dei centri urbani, soprattutto per quanto riguarda gli allevamenti industriali di suini e pollame: nei paesi industrializzati, la maggior parte dei polli e dei tacchini ora vengono prodotti in stabilimenti che possono contenere da 15 mila a 50 mila capi.
La tendenza all’industrializzazione nella produzione zootecnica può essere osservata anche nei paesi in via di sviluppo, dove i sistemi tradizionali sono stati sostituiti da unità produttive intensive, particolarmente in Asia, nell’America del Sud e in alcune parti dell’Africa. La concentrazione di migliaia di capi negli stabilimenti aumenta la probabilità di trasmissione degli agenti patogeni. Oltretutto, nei locali per animali confinati si accumulano grandi quantità di liquame e letame che possono contenere agenti patogeni in gran numero.  Molti di questi rifiuti sono smaltiti a terra, senza alcun trattamento, esponendo così al rischio di infezione i mammiferi selvatici e gli uccelli. Tra i fattori di rischio per la diffusione di malattie vi è il fatto che la produzione industriale suina ed avicola si basa su un’imponente movimentazione del bestiame vivo. Nel 2005, ad esempio, quasi 25 milioni di capi suini, più di due milioni al mese, sono commerciati a livello internazionale.
Questo anche a seguito della diminuzione drastica del numero di macelli per unità di superficie (le multinazionali hanno, infatti, comprato e accorpato i piccoli macelli a conduzione famigliare).
Ciò ha aumentato la distanza tra gli allevamenti e la sede di macellazione, incrementando la probabilità di epidemia di malattie virali tra i capi: il bestiame è trasportato al macello in pessime condizioni igieniche e i ritmi elevati di macellazione rendono gli operatori poco attenti a manovre che potrebbero inquinare le carni (ad esempio, la pulizia dell’intestino). In queste condizioni si sviluppano malattie ad alta patogenicità come la peste suina, l’influenza aviaria (virus H5N1) e altri virus diffusi nel pollame commerciale e in minor misura nei suini, con il rischio che raggiungano l’uomo e si diffondano rapidamente. I produttori di carne sono tenuti ad applicare le misure di biosicurezza di base; i siti produttivi non dovrebbero essere costruiti vicino agli insediamenti umani o alle popolazioni di volatili selvatici; le aziende dovrebbero essere pulite e disinfettate regolarmente e il personale addetto deve ricevere adeguata formazione sui temi inerenti la sicurezza degli alimenti. Oltre agli aspetti legati alle condizioni igienico-sanitarie con cui vengono allevati gli animali, è fondamentale sapere di che cosa essi si nutrono. La malattia detta della “mucca pazza” (BSE – Encefalopatia Spongiforme Bovina) è stata proprio causata da un’alimentazione non controllata in cui gli allevatori hanno ripetutamente nutrito i bovini con farine animali di capi infetti, trasmettendo la malattia anche agli animali pronti per essere macellati.  Poiché la malattia si manifesta dopo molti mesi di incubazione, i capi infetti, divenuti numerosi, sono stati messi in commercio prima che si registrassero dei sintomi e la malattia ha raggiunto l’uomo: la molecola proteica portatrice dell’infezione si trova nelle ossa e nel midollo osseo e sopravvive anche alle elevate temperature di cottura della carne. Non bisogna dimenticare, in tema di biosicurezza, l’utilizzo intenso di antibiotici a cui gli allevatori devono, spesso, ricorrere per contenere la possibilità di infezioni in animali fortemente stressati da condizioni di sovraffollamento dei recinti (in realtà gli antibiotici in piccole dosi fanno anche aumentare il peso del bestiame facendo risparmiare mangime).
Questo comporta un aumento della resistenza ai farmaci da parte dei ceppi batterici presenti nel corpo degli animali, che rende, a sua volta, più difficile curare malattie alimentari nell’uomo trasmesse dal bestiame poiché gli antibiotici non hanno effetto sui batteri.

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