Come funzionano gli allevamenti?

Gli animali possono essere allevati in diversi modi, esistono infatti allevamenti intensivi, allevamenti industriali e allevamenti a pascolo detti anche estensivi. Vediamoli nel dettaglio.
Allevamento estensivo o “a pascolo”
In questo sistema il bestiame è libero di pascolare e di brucare l’erba. Se le temperature sono molto rigide gli animali hanno la possibilità di ripararsi nelle stalle dove vengono nutriti dall’uomo. E’ un sistema autosufficiente che possiede terreni per il pascolo o per produrre il nutrimento per gli animali, si tratti di fieno o di cereali. La densità di capi, ossia il rapporto tra il numero di animali e la porzione di terreno su cui vengono allevati, è bassa; i reflui zootecnici  vengono utilizzati come fertilizzante naturale (concime) sui campi dell’azienda agricola, senza bisogno che vengano smaltiti come rifiuti. Pur essendo responsabile solo di un’esigua parte della produzione globale di bestiame, questo sistema di produzione occupa ben il 26% della superficie terrestre libera dai ghiacci, infatti la bassa densità di capi per superficie (meno di 10 capi per ettaro) richiede ampie superfici di terreno.
Per poter soddisfare la domanda di carne e latte attualmente registrata, l’allevamento a pascolo determinerebbe, quindi, una forte competizione per il suolo (in termini di disponibilità e di usi) e per altre risorse naturali: insomma, non basterebbero tutti i terreni presenti, anche se convertiti a pascolo! In Italia, l’allevamento estensivo è diffuso principalmente nella zona centro-meridionale e nelle isole, dove le aziende che allevano bovini sono generalmente di piccole e medie dimensioni, con un numero medio, ad esempio di bovini, che si aggira attorno ai 10-20 capi di bestiame.
Allevamento intensivo
Nell’allevamento intensivo, invece, gli animali vengono cresciuti in ambienti confinati e la densità di capi di bestiame è piuttosto elevata. Con questo sistema intensivo si allevano per lo più bovini, da carne e da latte, e suini. Gli animali allevati secondo metodi intensivi possono essere cresciuti a stabulazione libera, il che consente all’animale di muoversi in libertà e di sviluppare le proprie masse muscolari, oppure a stabulazione fissa, un sistema ancora molto diffuso: in pratica l’animale viene legato alla propria postazione e in questo modo non gli è non consentita una piena libertà di movimento. A volte gli animali non possono comportarsi in modo naturale: i vitelli, ad esempio, vengono allontanati dalle madri a pochi giorni dalla nascita per essere cresciuti in postazioni individuali recintate in legno, separati dagli altri animali.
Per ottenere una carne più tenera e bianca, che piace di più a noi consumatori, essi vengono nutriti solo con budini semiliquidi a base di latte artificiale, carenti in ferro perché questa sostanza nelle carni è normalmente responsabile del colorito rosa-rosso. L’alimentazione tipica dei bovini, invece, è a base di cereali, utilizzati perché fanno aumentare velocemente il peso dell’animale: grazie ad un’alimentazione a base di mais, granoturco e soia, infatti, un vitello aumenta di 15 volte il suo peso in soli 14 mesi mentre un tempo erano necessari circa 5 anni!!  Per accelerare ulteriormente il processo di crescita in alcuni paesi non europei i mangimi per gli animali contengono farine animali ad alto contenuto proteico derivate da altri animali.
L’Unione Europea ha proibito l’utilizzo di queste farine animali (fatta eccezione per quelle a base di pesce), vista l’elevata probabilità che si verifichino tra i capi di bestiame epidemie di malattie trasmissibili anche all’uomo (nel momento in cui ne consuma le carni): un esempio a tutti noto è quello della BSE, detto anche “morbo della mucca pazza”. Gli impianti di allevamento, che possono raggiungere grandi dimensioni, fino anche a contenere 800/2000 capi per azienda, hanno spesso bisogno di acquistare da altre aziende i cereali per il nutrimento animale e devono smaltire altrove gli scarti di produzione, come i reflui zootecnici. Questo sistema, in Italia, è concentrato nel bacino padano, tra Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna, dove sono più numerosi gli allevamenti di piccole dimensioni (il 41% delle aziende ha un numero di capi inferiore a 10 capi).
Qui si trova tra il 60 e l’80% di bovini, suini e avicoli allevati in tutta Italia. Nel bacino padano, infatti, è tipica la produzione di mais, uno dei componenti principali della dieta degli animali allevati in modo intensivo in questa area.
Allevamento industriale “senza terra”
Vi è infine l’allevamento industriale, definito un sistema zootecnico “senza terra” perchè può essere realizzato in modo completamente indipendente dal contesto geografico e climatico in cui si trova; si tratta di un sistema intensivo, utilizzato principalmente per la produzione di carne e di uova, che consente di produrre di più in poco tempo: negli allevamenti senza terra vengono allevati principalmente maiali, polli e galline ovaiole.  Questi animali vengono cresciuti all’interno di grossi capannoni illuminati e areati artificialmente e nutriti con alimenti importati da altri luoghi.  Spesso la loro possibilità di movimento è impedita dalle gabbie metalliche in cui vengono disposti: questo accade per i maiali, così come per le galline ovaiole e per i polli.
Purtroppo questi allevamenti industriali sono anche noti per alcune pratiche che spesso non rispettano il benessere degli animali.  In questi allevamenti, ad esempio, i suini hanno a disposizione una gabbia di 60 cm di larghezza e 2 metri di lunghezza; non possono grufolare né girarsi, vengono cresciuti su pavimenti di cemento, quindi non possono scavare buche per rinfrescarsi nel fango, come sarebbe proprio del loro comportamento: queste condizioni di forte stress (insieme ad altre pratiche che non riportiamo in questa sede, vista la loro crudezza) li porta ad esempio a mordersi la coda – che quindi viene preventivamente mozzata – e ad interagire in modo aggressivo.  Anche per le galline e i polli, che vivono in gabbia in uno spazio vitale pari all’area di un foglio A4, vengono attuate pratiche che evitano aggressioni e ferimenti (viene, ad esempio, tagliato il becco per non farsi male).  Inoltre, la concentrazione di animali in un unico luogo impone agli allevatori l’utilizzo di antibiotici per evitare che tra di essi si diffondano malattie.

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