dcsimg

pubblicato il 5 agosto 2019 in aria

Vento d’estate

Una svedese sedicenne sfida il vento, il freddo e la pioggia per portare in piazza la sua protesta contro il clima che cambia. Lo fa con grandi cartelli dove scrive con il pennarello frasi dure che denunciano la gravità di una pericolo globale e l’indifferenza generale. Dal 20 agosto 2018, quando Greta Thunberg marinò la scuola per portare il suo primo cartello davanti al parlamento svedese, le sue treccine e il suo viso severo sono diventati il simbolo di una presa di coscienza: il cambiamento climatico è reale e sta succedendo in questo momento. Greta parteciperà al Climate Action Summit delle Nazioni Unite, la conferenza sul clima che si svolgerà il 23 settembre a New York. Partirà dal Regno Unito per raggiungere gli Stati Uniti in barca a vela: un viaggio simbolico a basso impatto che durerà due settimane.

Greta Thunberg manifesta all’esterno della sede del Parlamento svedese affinché vengano adottate misure adeguate contro il cambiamento climatico.

L’effetto serra
Una serra è un ambiente chiuso e controllato dove le piante crescono a temperatura e umidità costanti. È un modo di coltivare  che annulla gli effetti delle stagioni perché dentro alla serra il tempo è sempre bello. Il sistema funziona grazie alla copertura trasparente, di vetro o di plastica, che trattiene all’interno della serra un po’ del calore del sole. L’effetto serra fa una cosa simile: i gas serra intrappolano un po’ di energia solare nell’atmosfera e scaldano il pianeta.

L’anidride carbonica è il gas che contribuisce maggiormente all’effetto serra (60%); è seguita dal metano (20%), dall’ozono (15%), dagli ossidi di azoto (10%) e dai clorofluorocarburi (5%). Mentre l’anidride carbonica, l’ozono, il metano e gli ossidi di azoto sono in buona parte di origine naturale, i clorofluorocarburi sono artificiali; si tratta di gas un tempo utilizzati nei frigoriferi e nelle bombolette spray e, dato che hanno provocato il famoso buco nell’ozono, sono stati banditi nel 1990, ma sono gas resistenti e quelli ancora in circolazione continuano a fare danni.

Meno male che c’è
Quando su Marte fa caldo ci sono 20° sotto zero. In inverno la temperatura scende a -120°C: la media è di -40°C. Marte ha pochissima aria e la sua atmosfera è poco densa. Se da noi un metro cubo di aria pesa un chilo, su Marte pesa solo 10 grammi. C’è acqua marziana ma è congelata oppure raccolta in laghi salati sotterranei. Eppure un tempo c’erano fiumi e laghi che hanno lasciato tracce evidenti, come canyon, valli e bacini oggi completamente asciutti. Un tempo su Marte non faceva così freddo perché prima che il vento solare spazzasse via l’atmosfera, l’effetto serra scaldava la superficie del pianeta abbastanza perché il ghiaccio fondesse. Senza l’effetto serra la temperatura media del nostro pianeta sarebbe di -19 C°, solo un po’ più caldina di quella di Marte. Probabilmente non esisterebbe la vita nemmeno da noi. Quindi ringraziamo l’effetto serra ma, come dice il proverbio, il troppo stroppia.

La concentrazione di anidreide carbonica nel tempo. Crediti: NASA

Dalla metà dell’800, con la rivoluzione industriale, abbiamo cominciato a bruciare i combustibili fossili, prima il carbone per far andare le macchine a vapore, poi gas e petrolio; e così la quantità di CO2 in atmosfera è aumentata moltissimo: da 280 parti per milione a 410. Parti per milione (PPM), ovvero si prende un campione di aria, si divide in un milione di parti e si misura quante di queste sono di CO2. 410 PPM sembra una quantità insignificante, una bollicina, ma se si considera la vastità dell’atmosfera fanno miliardi e miliardi di tonnellate. E poi, alla CO2 di origine fossile bisogna aggiungere quella che gli alberi non assorbono più per via delle deforestazioni.

A causa dell’effetto serra nell’ultimo secolo la temperatura media del pianeta è cresciuta di circa un grado centigrado. Sembra un altro valore trascurabile ma il clima è un meccanismo molto delicato che dipende da numerosissimi ingranaggi: toccarne qualcuno potrebbe avere conseguenze imprevedibili. Qualche conseguenza, invece, è già evidente. L’Antartide ha perso oltre 2500 miliardi di tonnellate di ghiaccio, mentre dall’altra parte nel Mar Glaciale Artico, in estate il ghiaccio scompare anche dove prima non si scioglieva mai. Il Passaggio a Nord Ovest è la mitica e pericolosissima rotta che collega l’Oceano Atlantico al Pacifico attraverso il Mar Glaciale Artico.

Passaggio a Nord Ovest. Crediti: Wikipedia

A partire dalla metà del XVI secolo fino agli inizi del XX, un sacco di esploratori lo ha cercato invano tra i ghiacci del Polo Nord e l’Alaska, il Canada e la Groenlandia: lo spagnolo Francisco de Ulloa, inviato da Hérnan Cortés, gli inglesi John Davis, William Baffin, Henry Hudson. Non è un caso se isole, baie, golfi e fiumi dell’estremo Nord portano i nomi di questi navigatori. Ci fu anche un italiano, Alessandro Malaspina, che verso la fine del ‘700 cercò il Passaggio per la corona spagnola ma non ci riuscì. Nel corso dei secoli, il Passaggio a Nord Ovest ha fatto una strage di marinai. Nel 1845 tutti i 128 membri dell’equipaggio della nave Erebus morirono tra i ghiacci insieme al capitano Sir John Franklin; solo nel 2014 un drone sottomarino è riuscito a individuare il relitto e nel 2018 la storia è diventata una serie televisiva di grande successo. Il Passaggio a Nord Ovest fu finalmente conquistato dal grande esploratore norvegese Roald Amundsen nel 1906: 120 anni più tardi nell’estate del 2016, una nave da crociera ha compiuto per la prima volta la traversata. Un viaggio di lusso per pochi e ricchi turisti: biglietti da 120mila dollari, più un’assicurazione di 50mila. Quella che un tempo fu una meta impossibile, oggi accoglie facoltosi vacanzieri.

A cura di Andrea Bellati

Approfondimenti:

 
Con il patrocinio del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca
 
Eni S.p.A. - P.IVA 00905811006