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pubblicato il 27 febbraio 2019 in la vita

Alla scoperta dei cavalieri dei ghiacci

Il 27 febbraio si celebra l’International Polar Bear Day (Giornata Internazionale dell’orso polare), appuntamento istituito dall’organizzazione no profit Polar bears international allo scopo di aumentare la consapevolezza in ognuno di noi riguardo alle sfide che gli orsi polari devono affrontare quotidianamente a causa dei cambiamenti climatici. Il polo Nord, casa dell’orso polare, è uno dei luoghi del Pianeta dove gli impatti del climate change e del riscaldamento globale sono più marcati. A causa dell’aumento delle temperature, infatti, il ghiaccio artico sta scomparendo, perché si fonde prima in primavera e si forma più tardi in autunno. Così ogni anno la superficie dei ghiacci si riduce sempre di più, portando via l’habitat che offre rifugio e ospitalità a questi splendidi animali. Per comprendere meglio quali sono gli impatti dei cambiamenti climatici sugli orsi polari scopriamo insieme qualche caratteristica del cavaliere dei ghiacci, come veniva chiamato dai poeti norvegesi medievali.

L’orso polare è il più grande carnivoro terrestre. la sua principale fonte alimentare è costituita dalle foche che l’orso caccia in modo davvero singolare: sente il rumore della preda sotto il ghiaccio e non appena la foca esce per respirare, con una zampata, la uccide. Se gli si presenta l’occasione, l’orso polare può consumare anche carcasse, ad esempio di balene morte. L’orso polare è l’unica specie di orso considerata un mammifero marino, infatti, dipende dall’oceano per cibo e habitat. Non a caso il nome scientifico dell’orso polare è Ursus maritimus, che per l’appunto significa orso marino. Gli orsi bianchi sono abili nuotatori, possono raggiungere una velocità di 10 km/h, usando le zampe anteriori come remi e quelle posteriori come un timone. La folta pelliccia costituita da peli idrorepellenti e uno strato di grasso spesso ben 11 centimetri permettono all’orso di resistere alle gelide temperature artiche, sia sul ghiaccio sia in mare.

A proposito di pelliccia, al contrario di quanto si possa pensare l’orso bianco non è bianco! Sì, l’apparenza inganna. I peli sembrano bianchi ma in realtà sono privi di pigmenti, quindi trasparenti. Ogni pelo presenta un nucleo cavo che disperde e riflette la luce visibile, facendoli sembrare bianchi. Questo è quello che succede anche con il ghiaccio e la neve. Sotto la spessa pelliccia la pelle è nera, ideale per assorbire i raggi del debole sole artico. La proprietà radiativa del pelo dell’orso, che lo isola totalmente non permettendo alcuna perdita di calore, fa sì che, quando l’animale è inquadrato da telecamere a raggi infrarossi, risultano visibili solo occhi, bocca e naso.

L’habitat fondamentale per la sua sopravvivenza sono i ghiacci marini del Polo Nord dove si contano 19 popolazioni di orsi polari tra Canada, Alaska (Stati Uniti), Russia, Isole Svalbard (Norvegia) e Groenlandia (Danimarca). Questi giganti artici sono i padroni assoluti del loro ambiente e non hanno nemici naturali. Ciò che minaccia la loro sopravvivenza è di origine antropica. Il riscaldamento globale, conseguenza dei cambiamenti climatici, rappresenta la principale minaccia per la sopravvivenza dell’orso polare. Anno dopo anno i ghiacci artici si formano sempre più tardi e si sciolgono prima, costringendo l’orso polare a vivere in un ambiente sempre meno idoneo alle sue esigenze. Gli orsi polari hanno bisogno dei ghiacci per cacciare e accumulare il grasso necessario a fronteggiare i mesi in cui il cibo nell’Artico scarseggia. Lo scioglimento dei ghiacci obbliga questi animali a percorrere sempre maggiori tratti sulla banchisa e sulla terraferma in cerca di prede. La difficoltà di trovare sufficiente cibo spesso li spinge ad avvicinarsi pericolosamente ai centri abitati.

A causa della scarsità di cibo, si è registrato un preoccupante aumento del tasso di mortalità dell’orso bianco, che è costretto a consumare sempre più risorse energetiche per sopravvivere. Orsi denutriti e meno sani hanno un tasso di riproduzione più basso, aumentando le possibilità di estinguersi. Gli scienziati hanno scoperto che spesso i cuccioli non sopravvivono alle difficoltà del clima artico sia per la mancanza di cibo sia perchè le madri che li allattano non hanno immagazzinato abbastanza grasso e sono denutrite.

L’Ursus marittimus è inserito nella Lista Rossa IUCN (Unione mondiale per la conservazione della natura) delle specie minacciate con lo stato di “vulnerabile”. Oggi si stima che in tutto il mondo sono rimasti solo 20-25 mila individui.

L’orso bianco nelle diverse culture
Il nome scientifico dell’orso polare è Ursus maritimus, che significa orso marino, un nome perfetto per un animale che, come abbiamo visto, vive dentro e fuori l’acqua. In realtà questo animale è stato chiamato in vari modi dalle diverse culture che sono venute in contatto con lui. I poeti norvegesi della Scandinavia medievale dicevano che gli orsi polari avevano la forza di 12 uomini e l’intelligenza di 11. Si riferivano a loro con i seguenti nomi: cervo bianco (white sea deer); il timore del sigillo (the seal’s dread); Il cavaliere degli iceberg (the rider of icebergs). I Sami (popolazione indigena della Scandinavia) si rifiutavano di pronunciare il vero nome dell’orso polare per paura di offenderlo. Invece, lo chiamano “cane di Dio” (God’s dog) o “vecchio in una pelliccia” (old man in a fur coat). Gli Inuit, popolo dell’Artico, lo chiamano “nanuk”, ovvero “colui che è degno di grande rispetto”, mentre nelle loro poesie è definito “pihoqahiak”, il sempre errante. Gli Inuit hanno un forte legame con l’orso bianco, molte leggende descrivono il legame fra questo animale e gli esseri umani: l’orso polare è visto come saggio, potente e simile agli umani, viene rappresentato come un uomo travestito, che vive in igloo e ha abilità simili a noi, per esempio sa camminare, stare eretto e parlare. L’idea che potessero stare eretti e camminare su due zampe è dovuta all’osservazione delle impronte che gli orsi lasciano sulla neve: quando l’orso cammina, infatti, le zampe posteriori si appoggiano nel punto in cui si sono appoggiate le zampe anteriori, dando l’impressione che stia camminando su due zampe come gli esseri umani.
I Ket, una piccola popolazione tribale che vive lungo il corso dello Yenisey in Siberia, lo chiamano “gyp”  o “orqoi”, nonno o patrigno – in segno di grande rispetto. Nella Groenlandia orientale, l’orso polare è conosciuto come “tornassuk”, il maestro degli spiriti aiutanti.

A cura di Benedetta Palazzo

Fonti e approfondimenti:

 
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