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pubblicato il 31 agosto 2018 in acqua

Oceani di plastica

Dalle suole delle scarpe alle lenti a contatto, dallo smartphone che portiamo in tasca al dentifricio che usiamo tutti i giorni per lavarci i denti: è indubbio, viviamo nell’era della plastica. E’ ovunque intorno a noi, è il prodotto più usato e duraturo, ma anche uno dei più dannosi. Dagli anni Trenta alla prima decade degli anni Duemila, la produzione mondiale di plastica è passata da 1,5 milioni di tonnellate a oltre 280 milioni di tonnellate (con una crescita del 38% negli ultimi 10 anni). La conseguenza è ovvia: più plastica viene utilizzata, più ne viene buttata, direttamente o indirettamente, nell’ambiente e in particolare nei mari e negli oceani di tutto il pianeta.

Rifiuti galleggianti (Crediti Goldstein M et al., MarBio, 2014)

Si stima che ogni anno finiscano in mare circa 8 milioni di tonnellate di plastica…Numeri da capogiro, che si sommano negli anni per arrivare a formare vere e proprie “isole” di plastica nelle zone dove confluiscono le correnti marine. L’isola più grande è stata avvistata nel Pacifico e, benché le stime sulle sue dimensioni varino, siamo più o meno sulle dimensioni di un Paese come la Spagna.

A destare più clamore sono i rifiuti di maggiori dimensioni, anche se ultimamente si sta acquisendo la consapevolezza di come i frammenti plastici più piccoli e apparentemente insignificanti siano ancor più nocivi e pericolosi: si tratta delle microplastiche, che andremo a conoscere meglio nei prossimi paragrafi.

Conosciamo le microplastiche
Convenzionalmente, i rifiuti plastici sono stati suddivisi in quattro classi in base alle loro dimensioni:

  • le macroplastiche (>200 mm);
  • le mesoplastiche (tra 4,76 e 200 mm);
  • le microplastiche di medie dimensioni (diametro o lunghezza compresa tra 1,01 e 4,75 mm);
  • le microplastiche più piccole (diametro o lunghezza <1 mm).

Microplastiche contenenti fibre e frammenti rinvenute in seguito a un campionamento

A queste categorie aggiungiamo le nanoplastiche: secondo alcuni autori viene definito nanoplastica un frammento plastico di dimensioni inferiori a 20 μm (micron, cioè un millesimo di millimetro; quindi: 1 μm = 1 × 10−6 m), secondo altri addirittura al di sotto dei 100 nm (nanometri, ovvero un millesimo di micron; 1 nm = 1 × 10−9 m). Le loro ridottissime dimensioni rendono impossibile il campionamento tramite metodi tradizionali, di conseguenza sappiamo ancora poco di queste plastiche.
Oltre che su base dimensionale, le microplastiche sono suddivise anche in base alla composizione. I composti che più comunemente vanno a costituire le plastiche sono il polietilene, il polipropilene, il polistirene, il polietilene tereftalato ed il polivinilcloride, le cui fonti originarie sono principalmente bottiglie di plastica, contenitori per il cibo, reti da pesca, posate, pellicole, bicchieri di plastica.
La categorizzazione delle microplastiche può avvenire anche su base morfologica, spesso determinata dalla fonte che li origina: possono essere campionati pellet e microbeads (“perline” plastiche utilizzate in molti prodotti per l’igiene quotidiana), frammenti derivanti dalla disgregazione di rifiuti di maggiori dimensioni e fibre.

Esfoliante contenente microsfere di plastica

Origine delle microplastiche
Le microplastiche si dividono in primarie e secondarie a seconda di come vengono originate. Le prime sono volutamente realizzate per essere di dimensioni microscopiche, come ad esempio le microperline, presenti negli esfolianti, in alcuni dentifrici e in molti altri prodotti di cosmesi, o le materie prime come pellet o polveri di plastica utilizzate per la produzione di materiali plastici.
Pensate che in un flacone di esfoliante possono essere contenute oltre 330 mila microperline di plastica, che finiscono direttamente in fiumi laghi e mari!

I numeri delel microplastiche nei cosmetici. Crediti: tg24.sky.it

Le microplastiche secondarie si originano invece dalla disgregazione di rifiuti di maggiori dimensioni e comprendono sia i frammenti erosi sia le fibre. Appartengono a questa categoria le microplastiche che derivano dalla degradazione di oggetti di plastica più grandi in frammenti sempre più piccoli in seguito all’esposizione agli agenti atmosferici, all’azione del mare e ai raggi ultravioletti. Non solo. I vestiti costituiti da fibre sintetiche, come acrilico e poliestere, perdono migliaia di microscopiche fibre ad ogni lavaggio. Per non parlare delle microplastiche che derivano dall’abrasione degli pneumatici in seguito alle frenate dei veicoli. Altre microplastiche possono essere generate dall’usura  delle vernici, che contribuiscono per più del 10% di questo microscopico inquinamento oceanico.
Che siano derivanti da saponi e dentifrici o che provengano dall’usura di rifiuti più grandi, ciò che conta è che gli impianti di trattamento delle acque sono in grado di intrappolare solo i frammenti più grandi, mentre le microplastiche riescono a bypassare i sistemi di filtraggio, giungendo così in mare attraverso i fiumi.

Animali di plastica
A causa dell’immensità e della profondità di mari e oceani è praticamente impossibile ottenere dati precisi sulla quantità di rifiuti dispersi in essi. Alcuni modelli teorici hanno stimato che il numero  di frammenti possa essere compreso tra cinque mila e cinquantamila miliardi, pari a oltre 150 milioni di tonnellate, senza contare i rifiuti di plastica presenti sulle spiagge o sui fondali.
Sono ben noti gli effetti della plastica sulla fauna marina. Alcuni animali possono rimanete impigliati in alcuni rifiuti, come ad esempio nei pezzi di reti da pesca persi dalle barche, oppure possono scambiare i rifiuti per cibo, rimanendo spesso soffocati. Ad esempio è facile che le tartarughe marine scambino i sacchetti per meduse. Per quanto riguarda le microplastiche, gli organismi marini possono ingerirle microplastiche in diversi modi: i filtratori, come cozze, ostriche o vongole, possono semplicemente contaminarsi con l’acqua che filtrano per nutrirsi, mentre i pesci possono ingerirle sia direttamente, scambiandole per prede, sia attraverso il consumo di prede già contenenti microplastiche nei loro stomaci. A causa delle loro ridotte dimensioni, le microplastiche non risparmiano nessuno, dal microscopico krill (l’insieme di piccoli crostacei che rappresentano la primaria fonte di cibo per molti animali marini) fino ai grandi predatori all’apice della catena alimentare, per arrivare a noi attraverso il cibo che mangiamo.

Numero di specie con presenza documentata di frammenti plastici per ingestione. Vi è poi indicata la percentuale di specie contaminate sul totale delle specie appartenenti a quel gruppo. Crediti: Maphoto/Riccardo Pravettoni , www.grida.no

A destare preoccupazione non è tanto l’ingestione delle microplastiche quanto le elevate concentrazioni di agenti inquinanti quali i policlorobifenili (PCB) e gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), che possono accumularsi in esse. Alcuni studi indicano che le microplastiche, dopo il consumo negli alimenti, possono trasferirsi nei tessuti. È quindi importante stimare l’assunzione media. Per quanto riguarda le nanoplastiche, queste possono penetrare nelle cellule, con potenziali conseguenze per la salute. Purtroppo si sa ancora poco riguardo alle conseguenze dell’assunzione di nanoplastiche negli organismi, sono indispensabili ulteriori ricerche e maggiori dati.
Le microplastiche sono state trovate anche nel miele, nel sale, nell’acqua del rubinetto e nelle polveri domestiche.

Guarda il video: Come entra la plastica nelle catene alimentari

Che cosa si può fare
Dal 2015 combattere l’inquinamento marino è uno degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable development goals, Sdg), il numero 14 per la precisione.
L’Unep  ha collocato il problema della plastica nei mari e negli oceani tra le sei emergenze ambientali più gravi. Se non interveniamo subito, entro il 2050 ci sarà più plastica che pesce nei nostri mari. Intanto sono diverse le leggi che ogni singolo stato ha introdotto per risolvere il problema. Ad esempio negli Stati Uniti, con una legge del 2015, è stato vietato di aggiungere microsfere in plastica nei prodotti “da risciacquo”, come dentifrici e creme per la pelle. Sebbene questa legge non includa altri cosmetici come quelli per il make-up, è stata di ispirazione per altre leggi nel mondo. Il nostro Paese, invece, ha messo al bando i cotton fioc non biodegradabili e ha introdotto l’uso di sacchetti biodegradabili in tutte le attività commerciali. Molte altre normative dovrebbero essere approvate e in tutti i Paesi del mondo, siamo solo all’inizio. Comunque i comportamenti virtuosi si possono adottare anche prima che diventino obbligatori per legge. Ognuno di noi può fare la sua piccola parte per limitare la plastica che finisce in discarica e in mare. Prima di tutto possiamo separare i rifiuti in plastica dagli altri e avviarli correttamente al riciclo. Poi rifiutare le posate di plastica quando ce le offrono, bere dal bicchiere senza cannuccia, scegliere alimenti che non sono impacchettati in confezioni in plastica, usa contenitori riutilizzabili per portarci dietro l’acqua invece di comprare le bottigliette che inquinano. Infine, sembra banale ma non lo è, possiamo raccogliere i rifiuti in plastica in cui ci imbattiamo camminando e metterli nelle apposite campane del riciclo. E’ un gesto di civiltà che qualcuno potrebbe decidere di copiare.
Questi sono solo alcuni esempi, molto altro si può e deve essere fatto per combattere l’inquinamento da plastica.
Sicuramente la lotta alla plastica è una sfida globale, in cui tutte le nazioni e tutti i cittadini del mondo sono chiamati a partecipare.

A cura di Benedetta Palazzo

Fonti e approfondimenti

 
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