dcsimg

pubblicato il 7 agosto 2018 in acqua

Watergrabbing, l’accaparramento dell’acqua

«Chiare, fresche et dolci acque», cantava il Petrarca, da molti considerato un precursore della letteratura italiana. Prima di lui, San Francesco, dedicava proprio all’acqua due dei primi versi del celeberrimo Cantico delle Creature: «Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta». L’acqua è simbolo, oggetto di culto, protagonista dei libri sacri e liturgie nelle religioni di tutto il globo, dall’Ebraismo al Cristianesimo, dall’Islam all’Induismo, venerata fin dall’antichità dai Greci, degli Assiri, degli Egizi, dai Sumeri…

L’Eufrate, sulle cui sponde si è sviluppata una delle civiltà più antiche del mondo

Non c’è di che stupirsi: a partire dal fatto che la civiltà umana si è sviluppata lungo gli argini dei grandi fiumi o lungo le coste, che le piante che coltiviamo e di cui ci nutriamo sono composte per la gran parte da acqua. Il nostro stesso corpo è fatto di H2O per circa il 60%, una percentuale variabile a seconda dell’età, dell’indice di massa corporea e del sesso. Il nostro cuore e il nostro cervello sono acqua per circa tre quarti e nei nostri polmoni questa proporzione sale all’83%. Persino le ossa, apparentemente “secche” sono costituite per il 31% da H2O. L’acqua nel nostro corpo assolve moltissime funzioni, come regolare la temperatura, lubrificare le articolazioni e nutrire il cervello.

Come sapete, anche la superficie terrestre è in grande misura coperta da acqua (70% circa). Ma quello che è altrettanto importante sapere è che solo il 2,5% del volume di H2O presente sulla Terra è dolce, ed è perlopiù conservato nelle calotte polari sotto forma di ghiaccio. Complessivamente, quindi l’umanità ha a disposizione 93 mila chilometri cubici di acqua dolce (più di due volte e mezzo il mare Adriatico), il che significa – traducendo questo numero in disponibilità idrica pro-capite – che mediamente ciascuno di noi ha a disposizione circa 7800 metri cubi di H2O all’anno. Ma c’è un però. Anzi, due. Il primo ha a che fare con il fatto che, a causa dell’aumento della popolazione e dei consumi, questa cifra è destinata a scendere a 5 mila m3 (l’equivalente di circa due piscine olimpioniche). Il secondo riguarda invece la distribuzione dell’acqua sul pianeta, che è assolutamente disomogenea.  Basti pensare che in Italia i metri cubi a disposizione di ogni cittadino sono sotto i 3 mila (erano 3587 nel 1962), mentre in Siria siamo intorno ai 300.

Il nostro stile di vita – le scelte alimentari che facciamo, il consumo di altri beni, l’energia che usiamo – incidono significativamente sul nostro impatto idrico pro-capite. La produzione di carne, ad esempio, ha un impatto idrico molto elevato, basti pensare che per produrre un pacco di pasta da mezzo chilo servono 780 litri di acqua, mentre per una bistecca di manzo di medie dimensioni ne servono circa 4650. Questo ovviamente non significa che non possiamo mangiare la carne, ma che mangiarne una quantità corretta (due porzioni da 70-100 grammi alla settimana) fa bene, oltre che alla salute, anche all’equilibrio ambientale e, quindi, a noi tutti.

Un gruppo di donne in India preleva acqua da un pozzo

Al momento, nei Paesi occidentali, questo l’impatto idrico sta crescendo a dismisura e ad oggi un cittadino americano consuma mediamente 1280 metri cubi all’anno, un europeo 700 e un africano 185. E le “disuguaglianze dell’acqua” diventano ancora più lampanti se si pensa che circa 1 miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile e oltre 2 miliardi non hanno accesso a servizi igienico-sanitari.

Non a caso, tra i 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals, SDGs) fissati dalle Nazioni Unite con l’Agenda 2030, c’è anche quello di “Garantire la disponibilità e la gestione sostenibile delle risorse idriche e servizi igienico-sanitari per tutti”. L’ONU prevede infatti che entro il 2030 circa il 47% della popolazione mondiale vivrà in aree ad alto stress idrico e già oggi le crisi alimentari e umanitarie legate alla scarsità di acqua sono moltissime, soprattutto in alcune aree a maggior rischio, come il Medio Oriente o l’Africa. Il paradosso a cui assistiamo è quindi un aumento del consumo pro-capite di acqua in contemporanea a una riduzione dell’accesso globale alla risorsa idrica. Ma come è possibile? La risposta sta proprio nella disuguaglianza con cui l’acqua è distribuita. Uno squilibrio che affonda le proprie radici in parte in ragioni geografiche e geofisiche, in parte in vere e proprie guerre, economiche o militari, per l’accaparramento dell’oro blu. Come ben raccontano Emanuele Bompan e Marirosa Iannelli nel libro “Water Grabbing – Le guerre nascoste per l’acqua nel XXI secolo”, le zone di frizione a causa della crisi idrica sono numerose: dalla valle del Nilo all’area del Mekong, dalla Colombia al Nevada negli Stati Uniti.

I modelli contemporanei di consumo e di commercio alimentare (come dicevamo, l’eccessivo consumo di carne, lo spreco o lo sbilanciamento su alcuni prodotti, come la soia) sempre più spesso entrano in competizione con i bisogni delle popolazioni che vivono in aree dove la disponibilità idrica è già scarsa. Per rispondere alle esigenze di natura economica e commerciale, oltre che politica, su cui si fonda allo stato attuale il mondo globalizzato – talvolta senza rendercene conto, attraverso le nostre abitudini – non facciamo altro che incrementare le disuguaglianze e negare ai nostri simili quello che nel 2010 è stato riconosciuto dall’ONU come un diritto fondamentale dell’uomo, il diritto all’accesso all’acqua e ai servizi sanitari.

Il cotone, la cui esportazione in tutto il mondo è responsabile di grandi flussi di “acqua virtuale”

Proprio per comprendere e pesare il costo idrico dei nostri consumi, Tony Allan del King’s College di Londra, una famosa università inglese, ha inventato l’“acqua virtuale”, che descrive la quantità di H2O necessaria alla produzione di un determinato bene. Grazie a questo concetto, oggi siamo in grado di quantificare il corrispettivo di acqua che di fatto esportiamo, esportando uno specifico bene. Circa il 70% del prelievo idrico globale è in capo all’agricoltura, i cui prodotti sono utilizzati sia nel campo alimentare, sia in quello industriale e manifatturiero (ad esempio il cotone è la pianta che complessivamente copre il maggiore quota di flussi idrici virtuali a livello globale). Ma sul banco degli imputati ci sono anche altri settori, in primis quello energetico, che attraverso la costruzione di dighe, il consumo di acqua per la produzione di energia elettrica (ad esempio la centrale a carbone di Kusile in Sudafria ne consuma 71 milioni di litri al giorno), l’estrazione di gas dalle sabbie bituminose o la produzione irresponsabile di biocarburanti è uno dei più dispendiosi in termini idrici.

La diga delle Tre Gole, in Cina

Il progresso della conoscenza e lo sviluppo tecno-scientifico ci danno ogni giorno nuovi strumenti per rispondere al fenomeno della scarsità idrica e per comportarci responsabilmente. Ma la tecnologia e la scienza, da sole, non bastano. Serve che la società, tutta – dai cittadini comuni al legislatore, dagli imprenditori, agli ambientalisti – si allei, in una battaglia culturale, sociale e politica per una gestione equa e giusta dell’acqua.

A cura di Anna Pellizzone

Per saperne di più:

  • Water Grabbing – Le guerre nascoste per l’acqua nel XXI secolo, di Emanuele Bompan e Marirosa Iannelli, EMI
 
Con il patrocinio del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca
 
Eni S.p.A. - P.IVA 00905811006