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pubblicato il 5 luglio 2018 in terra

Scienza: la rivoluzione di Anassimandro

Rerum fores aperuisse, Anaximander Milesius traditur primus. Si tramanda che fu Anassimandro di Mileto, che per primo aprì le porte della natura.
[Plinio, Storia Naturale, II, 31]

È con questa citazione di Plinio il Vecchio, noto naturalista vissuto nell’antica Roma tra il 23 e il 79 d.C., che Carlo Rovelli – fisico teorico noto agli addetti ai lavori per la sua attività di ricerca e al grande pubblico per i suoi libri di divulgazione scientifica – apre il saggio “Che cos’è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro”. Attraverso la potenza del pensiero di Anassimandro – filosofo, cartografo e naturalista – vissuto tra il 610 e il 546 a.C., il libro di Rovelli ci conduce in un viaggio nella storia del pensiero scientifico, tra svincoli cruciali del passato e sfide per il futuro. Allacciate le cinture di sicurezza, perché proveremo a percorrere 3mila anni di indagini sul mondo e sulla natura in poche righe.

La copertina del saggio di Carlo Rovelli

Il contesto: Mileto intorno al VI secolo a.C.
Non possiamo comprendere la forza dell’insegnamento di Anassimandro se non facciamo prima uno sforzo di immaginazione e proviamo ad immergerci nel contesto in cui è nato e vissuto. Siamo nel VI secolo prima della nascita di Cristo: la potenza assira è al tracollo, mentre quella persiana sta acquistando potere; in Egitto c’è la XXVI dinastia di faraoni, a Roma regna Tarquinio Prisco e Milano è appena stata fondata dai Celti. Duecento anni prima Omero aveva composto l’Iliade e duecento anni dopo la Grecia vivrà l’epoca d’oro di Pericle e di Platone. Anassimandro nasce a Mileto, una città costiera dell’Anatolia sudoccidentale, all’epoca snodo commerciale di importanza strategica, melting pot al confine tra Oriente ed Occidente, dove a circolare non erano soltanto le merci, ma anche le persone, le conoscenze e le idee.

Il teatro di Mileto, costruito nel V secolo a.C. e successivamente ampliato dai Romani.

Ma intorno al VII secolo a.C. in Grecia accade qualcos’altro di cruciale nella storia del sapere: grazie all’arrivo, alla modifica e alla semplificazione dell’alfabeto fenicio, la scrittura diventa accessibile a molti, cessando di essere patrimonio esclusivo di scribi e sacerdoti. La “segreta conoscenza” esce dai palazzi dei sovrani e si apre a una classe dominante più allargata, con ovvie conseguenze culturali, sociali e politiche. La pólis diventa un ente autonomo e non è un caso se, come ci ricorda Rovelli, la prima costituzione democratica di Atene (quella di Solone) viene scritta in questo periodo. È chiaro che un processo politico e sociale di questa portata è allo stesso tempo causa ed effetto di un nuovo modo di pensare, che influenza enormemente anche l’approccio alla conoscenza del mondo: le conclusioni migliori sono quelle che emergono da un confronto tra tanti e per questo il sapere non va tenuto segreto, ma al contrario divulgato il più possibile, discusso, criticato, corretto, per fare emergere le idee migliori.

Certo, il dibattito sulla “scienza aperta” è molto attuale. E non sempre la società umana è stata – ed è – in grado di garantire l’accessibilità della conoscenza. Basti pensare all’innovazione in ambito militare (sapevate che la prima forma embrionale di internet rischiava di rimanere segreta, nascosta tra le mani dell’esercito americano?), all’attualissimo dibattito sull’open access (ad esempio per quanto riguarda l’accesso alle pubblicazioni scientifiche) o al Cristianesimo che nei suoi primi secoli di vita portò nuovamente a un accentramento del sapere nelle mani del divino (pensiamo ad esempio al processo a Galileo Galilei).

È chiaro quindi che il modo di “fare scienza” e il modo di “fare politica”, di organizzare la società e di distribuire il sapere e il potere sono intimamente connessi e co-evolvono, influenzandosi reciprocamente. Ma c’è dell’altro: Mileto, così come la condivisione della conoscenza che i suoi uomini producevano, era “di gran lunga la città greca più aperta al mondo e in particolare alle influenze degli antichi imperi e alla loro secolare cultura”. Una condizione ideale per accogliere grandi pensatori, perché, come spiega Rovelli, “le civiltà fioriscono quando si mescolano”, come è accaduto anche nel fiorente Rinascimento italiano, “innescato dall’arrivo in Europa del sapere del mondo arabo”.

Mosaico del III secolo proveniente da Treviri che ritrae Anassimandro mentre regge una meridiana. Pubblico dominio, commons.wikimedia.org)

Anassimandro, la meteorologia e lo spazio
Ma qual è l’eredità più importante lasciata da Anassimandro e perché è considerato da alcuni forse il più grande pensatore dell’antichità? Vediamo insieme alcune delle novità più rivoluzionarie introdotte da Anassimandro.
“I fenomeni meteorologici hanno cause naturali”, in passato spiegati sempre in chiave mitico-religiosa (ad esempio attribuendo a Zeus l’origine della pioggia e dei fulmini, a Poseidone le onde e a Eolo il vento). Anassimandro sostiene che l’acqua della pioggia sia l’acqua del mare e dei fiumi che evapora per il calore del sole e che il tuono e il lampo abbiano origine dallo scontrarsi e dallo spaccarsi delle nuvole, così come i terremoti dallo spaccarsi della Terra per eccessivo caldo o eccessiva pioggia. Al di là del fatto che molto di quanto Anassimandro scrive corrisponde alla realtà (per capire l’origine dei terremoti dovremo aspettare ancora un bel po’ di secoli…), la portata dirompente del suo pensiero sta nel fatto che egli è il primo a dare una lettura del mondo in chiave esclusivamente naturalistica, senza ricorrere al divino.
“La terra è un corpo di dimensione finita che galleggia nello spazio. Non cade perché non ha una direzione speciale verso cui cadere e non è «dominata» da nessun altro corpo”. Anassimandro non pensava che le terra fosse sferica (pensava anzi che fosse cilindrica o discoidale), ma l’importanza del suo contributo sta nell’avere capito che la Terra avesse dei confini precisi e che fosse sospesa nello spazio, un concetto a cui probabilmente arrivò osservando le stelle sparire e ricomparire dietro la Terra: se ad esempio il Sole sparisce a Ovest e ricompare ad Est, ci deve essere dello spazio dietro il nostro pianta per “lasciarlo passare”. Ma se siamo sospesi nel cielo, perché non cadiamo? Come dice Aristotele nel De Caelo [295, 11]: «Alcuni, per esempio Anassimandro far gli antichi, dicono che la Terra mantiene la sua posizione per indifferenza. Perché una cosa che si trovi nel centro, per la quale tutte le direzioni siano equivalenti, non ha ragione per muoversi verso l’alto o verso il basso o lateralmente; e siccome non può muoversi in tutte le direzioni insieme, deve necessariamente restare ferma». Anassimandro ribalta così la domanda iniziale, che diventa: perché la Terra dovrebbe cadere? Al contrario degli oggetti che vediamo cadere nella nostra esperienza quotidiana, il nostro pianeta non ha una direzione privilegiata da prendere.

Anassimandro, l’origine di tutte le cose e la virtù della ribellione
Se da un lato Anassimandro attribuisce cause naturali ai fenomeni che osserviamo, svincolandoli così dagli dei, dall’altro egli fonda il suo pensiero sul fatto che non tutto sia osservabile in modo diretto dall’uomo. Una delle teorie più note elaborate da Anassimandro è infatti quella dell’ἄπειρον, secondo cui la molteplicità delle cose che formano la natura è tutta derivata da un’unica origine o principio – chiamato per l’appunto ápeiron – cioè l’indistinto. Anche in questo caso siamo di fronte a un’intuizione gigantesca: gli atomi di Democrito e Leucippo possono essere considerati gli eredi dell’ápeiron e anche l’incredibile scoperta dei campi elettrici e magnetici di Faraday, così come la teoria della relatività di Einstein, più di duemila anni dopo Anassimandro, descrivono un’entità teorica non direttamente percepibile e si potrebbero fare molti altri esempi.

Lo spazio diventa curvo nella teoria della relatività generale di Einstein

Con la teoria dell’ápeiron di Anassimandro cercò di migliorare la teoria di Talete, probabilmente suo maestro, considerato da Platone uno dei sette sapienti dell’Antica Grecia, noto anche per i suoi teoremi matematici, che aveva cercato di ricondurre la varietà dei fenomeni della natura a un unico elemento originario e unitario: l’acqua. Anassimandro, pur riconoscendo le conquiste intellettuali di Talete, ne evidenzia anche gli errori, nella profonda convinzione che sia possibile fare di meglio. In altre parole, la novità introdotta da Anassimandro, che Rovelli indica come uno dei maggiori contributi del filosofo e naturalista greco, è un nuovo approccio alla conoscenza, che dipinge la verità come qualcosa di accessibile in maniera graduale, attraverso la discussione, per raffinamenti progressivi. Si tratta di qualcosa di fondamentale nella storia del pensiero scientifico, caratterizzato da una continua “messa in discussione delle ipotesi e dei risultati ottenuti in passato”. La ribellione al maestro, la capacità di impararne gli insegnamenti mantenendo una posizione critica rispetto ad essi, è secondo alcuni studiosi in fondamento del pensiero scientifico moderno.

A cura di Anna Pellizzone

 
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