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pubblicato il 28 marzo 2018 in acqua

Acqua in bottiglia: una giusta scelta?

L’acqua è un bene prezioso, vitale e di primaria importanza. In poche parole, è una risorsa che andrebbe quotidianamente preservata e tutelata. E invece, quello a cui si assiste sempre più frequentemente è una gestione non sostenibile di questa indispensabile risorsa, trattata sempre più spesso come una proprietà privata, a discapito dei cittadini e dell’ambiente. La scorsa estate, segnata dall’emergenza siccità, dagli incendi e dalla progressiva riduzione delle portate di fiumi e falde, ha messo a nudo i limiti dell’attuale modello di gestione della risorsa idrica e le carenze strutturali del nostro Paese.
Nonostante l’Italia sia un Paese ricco di acqua, generalmente di buona qualità, il sistema di approvvigionamento, di gestione e di controllo idrico presenta alcune criticità su tutto il territorio nazionale. Il 60% degli acquedotti italiani ha un’età superiore a 30 anni e su 350mila chilometri di tubazioni almeno la metà sono da riparare o sostituire. La dispersione media sulla rete idrica italiana è pari al 40,6%, ben al di sopra di quella europea, che si attesta intorno al 23%. Accanto a queste problematiche diffuse sulla rete nazionale, si possono verificare situazioni puntuali come ad esempio malfunzionamenti, presenze di batteri o sostanze chimiche oltre i limiti consentiti dalla legge, su cui è importante intervenire tempestivamente, informando i cittadini.
Infine, possono verificarsi casi di razionamento dell’acqua, non soltanto nei periodi estivi o di siccità, in varie città italiane per contrastare la mancanza di acqua. Tutto questo spesso contribuisce ad alimentare la sfiducia delle famiglie italiane nei confronti dell’acqua del rubinetto.

Italia, il Paese delle bottiglie di plastica
La sfiducia nei confronti dell’acqua del rubinetto ha come diretta conseguenza l’aumento del consumo delle acque minerali, con cui le famiglie italiane soddisfano il proprio fabbisogno idrico giornaliero. Con 206 litri pro capite all’anno, l’Italia è il Paese che consuma più acqua in bottiglia in Europa, il secondo nel mondo. Solo in Messico (con 244 litri pro capite all’anno) consumano più acqua in bottiglia di noi. Sono oltre 260 i marchi che in ben 140 stabilimenti nel 2016 hanno imbottigliato più di 14 miliardi di litri di acqua minerale, necessari per coprire la domanda nazionale. Questo è il quadro che emerge dallo studio “Acque in bottiglia. Un’anomalia tutta italiana” di Legambiente e Altreconomia, pubblicato in occasione della Giornata mondiale dell’acqua (22 marzo).

Il consumo di acqua minerale in Europa: primi 10 Paesi. Fonte Legambiente su dati Censis.

Alla base di questo primato tutto italiano c’è il falso mito che l’acqua in bottiglia sia migliore e più controllata di quella del nostro rubinetto. Per promuovere il consumo di acqua in bottiglia, le pubblicità fanno uso di immagini di vette d’alta montagna e nevi perenni, che trasmettono al consumatore un messaggio di purezza delle acque minerali. In realtà l’acqua minerale non ha niente di speciale rispetto a quella del rubinetto: quando si  sottopongono le acque minerali a test di laboratorio, spesso si portano alla luce situazioni che sono ben lontane dalla purezza e dall’assenza di difetti.
A differenza dell’acqua minerale, l’acqua che arriva nelle nostre case è sottoposta a controlli  molto accurati e frequenti e la normativa è in continuo aggiornamento. Insomma, le ragioni della passione tutta italiana per le bottigliette d’acqua non possono riguardare la sicurezza per la salute. Per questo è necessaria, accanto a una profonda riforma del sistema dei canoni per le aziende, un’operazione trasparenza verso i consumatori, per garantire informazioni corrette e maggiore consapevolezza rispetto alle scelte in fatto di acqua da bere. A Roma ad esempio vengono eseguiti circa 250.000 controlli all’anno, a Genova 220.000, nelle province di Milano, Pavia e Lodi 350.000 e in Emilia Romagna e Puglia: oltre 100 monitoraggi al giorno. I controlli previsti sono di due tipi: da un lato, vi sono i controlli interni del gestore che fornisce il servizio idrico, dall’altro vi sono i controlli delle unità sanitarie locali di competenza territoriale, programmati su base regionale.

Gli impatti ambientali delle bottiglie di plastica
Secondo il rapporto di Seas at risk “Single-use plastics and the marine environment”, in Europa (EU28) si consumano annualmente 46 miliardi di bottiglie in plastica. In Italia il 90-95% delle acque in bottiglia viene imbottigliato in contenitori di plastica, il restante 5-10% in contenitori in vetro. Quindi, per imbottigliare i 14 miliardi di litri di acqua minerale consumati nel 2016 sono state utilizzate 8,4 miliardi di bottiglie di plastica.

Imbottigliamento dell’acqua minerale.

Considerando che più del 90% delle plastiche prodotte derivano da materie prime fossili vergini (che rappresentano il 6% del consumo globale di petrolio) e che l’80% dell’acqua imbottigliata in Italia viene trasportata su gomma in Regioni diverse da quella di imbottigliamento (e un autotreno può immette nell’ambiente anche 1300 kg di CO2 ogni 1000 km), è evidente come gli impatti ambientali legati alle acque in bottiglia si possano moltiplicare in maniera esponenziale se non gestiti correttamente.
E proprio la cattiva gestione dei rifiuti è la prima causa dell’enorme quantità di plastica che invade gli ecosistemi marini. Dall’indagine Beach Litter condotta da Legambiente emerge che oltre l’80% dei rifiuti rinvenuti sulle spiagge italiane tra il 2014 e il 2017 sono oggetti in plastica e che bottiglie e tappi ne rappresentano il 18%. Un quantitativo che corrisponde a oltre 15mila bottiglie: considerando che, secondo l’UNEP, ciò che vediamo sulle spiagge è solo il 15% dei rifiuti dispersi nell’ambiente marino, non possiamo neanche immaginare la quantità di bottiglie di plastica sui fondali.

Bottiglie e tappi di plastica rappresentano il 18% dei rifiuti abbandonati sulle spiagge.

Il Ministero dell’Ambiente, con il decreto 3 luglio 2017, n. 142, ha deciso di attuare, su base sperimentale, volontaria e su cauzione, il sistema di vuoto a rendere per le bottiglie di plastica e vetro di volume compreso tra 0,2 e 1,5 L (quelle di acqua minerale e birra) vendute negli esercizi pubblici e in ogni punto di consumo, al fine di ridurre la produzione di imballaggi e favorire il recupero di quelli usati. La sperimentazione ha una durata di 12 mesi a partire dal 7 Febbraio 2018 e gli esercenti possono decidere di aderire volontariamente. Si tratta di una iniziativa utile, benché parziale (e scarsamente pubblicizzata); è importante che si arrivi a una legge vincolante che cambi l’ottica di un approccio occasionale e volontario al riuso degli imballaggi. Nel resto d’Europa la situazione è differente: In Germania, ad esempio, il vuoto a rendere è regolamentato sin dal 1991, in Danimarca è obbligatorio quello delle bottiglie di vetro e in Norvegia è applicato anche alle lattine, e sono molti gli esempi che ci giungono anche da altri Paesi europei. È stimato che applicando il sistema del vuoto a rendere, l’ammontare dei rifiuti è ridotto del 96% per il vetro e dell’80% per la plastica, e che il riuso per 20 volte di una bottiglia di vetro comporta un risparmio energetico anche del 76,9%.

Riferimenti bibliografici:
Acque in bottiglia. Un’anomalia tutta italiana

 
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