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pubblicato il 20 dicembre 2017 in aria

Cambiamenti climatici, disastri naturali e rifugiati

Una persona ogni secondo. È questo il ritmo a cui – mediamente, dal 2008 al 2014, in tutto il mondo – calamità naturali come uragani, alluvioni e terremoti hanno costretto un numero sempre maggiore di persone a lasciare la propria casa. Soltanto nel 2014, secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, i migranti per disastri ambientali sono stati circa 19,3 milioni, di cui circa 17,5 milioni per calamità connesse al clima e 1,7 milioni per calamità di natura geofisica, come le eruzioni vulcaniche.
Nel periodo compreso tra il 2008 al 2014, la media dei migranti per ragioni climatiche è stata intorno ai 22,5 milioni, il che equivale a circa 62 mila individui al giorno. Per rendere l’idea, è come se ogni 24 ore tante persone quante se ne trovano normalmente a vedere una partita allo stadio Olimpico, si trovassero senza un luogo in cui vivere. Ovviamente, ad influenzare questo dato – già di per sé impressionante – contribuiscono soprattutto l’intensità degli eventi di più larga scala e la vulnerabilità delle zone colpite. Tra il 2008 e il 2014 i 34 disastri più imponenti, che hanno colpito ciascuno più di 1 milione di persone, sono stati responsabili di circa i due terzi delle migrazioni complessive.

Uragano da satellite nel sudest asiatico

Calamità naturali e distribuzione geografica
Ma quali sono a livello globale le calamità naturali che più colpiscono le nostre comunità? Nel periodo di sette anni considerato nel report dell’ONU, la principale causa di migrazioni per disastri naturali sono state le inondazioni (55%, 102 milioni di persone), seguite dagli uragani (29%, 53,9 milioni). Ma attenzione, perché se è vero che gli eventi di maggiore impatto sono legati a un’eccessiva presenza di acqua, in altre aree è la siccità a costringere le persone a migrare.
Marocco, Tunisia e Libia perdono ogni anno più di 1000 chilometri quadrati di terreni produttivi a causa della desertificazione, costringendo le popolazioni a migrare verso le città del Maghreb o verso l’Europa. Lo stesso fenomeno riguarda molte famiglie che vivono di agricoltura di sussistenza e allevamento nel Corno d’Africa (Somalia, Etiopia, Eritrea). Inoltre, tra il 2008 e il 2014, un milione di persone circa (1% del totale) è stato costretto a spostarsi per le temperature estreme.
Per quanto riguarda la distribuzione geografica, l’Asia è senza dubbio il continente in cui le migrazioni legate alle calamità naturali sono più importanti (82% del globale tra il 2008 e il 2014). Ben 11 dei 20 Paesi più colpiti da questo fenomeno nel 2014 sono asiatici e più in particolare, su questo sfortunato podio, salgono Cina, India e Filippine. A seguire l’Asia in questo triste primato c’è il continente americano (10% nel periodo considerato), seguito a ruota dall’Africa (8%).
In generale, un alto rischio si registra per i Paesi in via di sviluppo caratterizzati da un territorio insulare, come Cuba e Haiti, mentre è importante sottolineare che in alcuni Paesi la questione delle calamità naturali si va a sommare a quella dei conflitti, come in India, in Pakistan, nelle Filippine, in Sudan e in Sud Sudan.

Alluvione nel sudest asiatico

Vulnerabilità e resilienza
Secondo il rapporto Global Estimates 2015, People displaced by disasters, pubblicato dall’UNHCR (l’Alto Commissariato della Nazioni Unite per i Rifugiati), la crescita delle migrazioni per calamità naturali è legata soprattutto all’andamento climatico e meteorologico di alcuni fenomeni, soprattutto alluvionali. Questo trend, già di per sé molto preoccupante, è particolarmente aggravato dall’aumento della vulnerabilità delle popolazioni, per svariate ragioni, come ad esempio l’incremento in termini di frequenza e di intensità degli eventi estremi, l’aumento delle persone che abitano in zone considerate a rischio, l’espansione demografica nelle aree urbane, che ha avuto un incremento del 187% dal 1970 ad oggi, una percentuale che sale al 326% per i Paesi in via di sviluppo. Spesso tendiamo a pensare che i disastri naturali non facciano distinzione di classe, ma le diseguaglianze (tra Paesi, o all’interno degli stessi Paesi) influenzano sensibilmente la capacità di resilienza di una comunità, sia essa una famiglia o un villaggio, condizionando quindi la possibilità di tornare ad abitare le zone colpite. Non è un caso se – sempre tra il 2008 e il 2014 – il 95% dei fenomeni migratori per calamità abbia riguardato i Pesi in via di sviluppo e ad essere particolarmente colpiti siano stati gli Stati a reddito medio o medio-basso (soprattutto in Asia), dove l’esposizione ai rischi è cresciuta più velocemente di quanto si sia ridotta la vulnerabilità.

Campo profughi nel Corno d’Africa

Il futuro e lo stato di rifugiato
Secondo gli scienziati, il numero di rifugiati per calamità naturali salirà a 50 milioni all’anno entro il 2050, ma secondo alcuni arriverà addirittura a 200 milioni. E il Lancet Countdown dice che, sempre nel 2050, arriveremo a un miliardo di rifugiati climatici.
Si tratta di numeri impressionanti, difficili da immaginare, ma che non ci possono stupire se, ad esempio, pensiamo che in un paese come il Bangladesh circa la metà della popolazione vive a meno di 5 metri sul livello del mare. Secondo i ricercatori entro il 2050 questo Paese perderà circa il 17% delle proprie terre emerse per via delle inondazioni provocate dall’innalzamento del livello del mare, una perdita che creerebbe da sola 20 milioni di rifugiati climatici. La situazione non sarebbe molto diversa per Paesi come le Maldive, situate nel bel mezzo dell’Oceano Indiano, che già stanno collaborando con Australia, India e Sri Lanka per avere un piano di evacuazione in caso di necessità.
Si tratta di un problema enorme, che ha bisogno di risposte tanto sul piano della gestione dei territori e dei cambiamenti climatici, quanto sul piano del diritto internazionale, perché i rifugiati climatici o ambientali non sono protetti dalla legge internazionale e spesso rischiano di essere rispediti nei loro Paesi di origine.
Inoltre, molto spesso, i rifugiati ambientali sono migranti che si spostano all’interno dei territori nazionali, trasferendosi dalle zone costiere o rurali alle zone urbane, trovandosi spesso a passare da economie di sussistenza a economie a loro del tutto sconosciute, in cui faticano a trovare un proprio ruolo.
Insomma, per quanto i cambiamenti climatici siano perlopiù considerati un argomento che riguarda la scienza e la tecnologia, è sempre più urgente mettere sul piatto un’altra considerazione: direttamente, come dimostrano le alluvioni, gli uragani o altri eventi estremi, o indirettamente, alimentando conflitti per risorse come l’acqua, il cibo o la terra coltivabile, i cambiamenti climatici hanno un impatto sempre più importante sulla società.

Profughi bambini in Kenya che aspettano di registrarsi, 2011

A cura di Anna Pellizzone

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