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pubblicato il 30 giugno 2017 in la vita

L’arte del mimetismo: cosa non si fa per sopravvivere…

In natura, la lotta per la sopravvivenza è una sfida quotidiana, soprattutto se sei più piccolo o più lento dei tuoi possibili predatori. Ed è per questo che molte specie animali hanno sviluppato raffinatissime tecniche di mimetizzazione per scampare alle insidie della natura.
Tale camouflage dipende dalla fisiologia, dal comportamento dell’animale, dal tipo di predatore e dall’ambiente in cui l’animale vive e caccia il suo cibo. Anche la selezione naturale fa la sua parte: il modo in cui gli animali si mimetizzano è determinato geneticamente, ogni nuova generazione riuscirà a mimetizzarsi meglio. Riuscire a confondersi con l’ambiente costituisce una sorta di inganno da cui trarre vantaggio.
Tra le diverse forme di mimetismo il più diffuso in natura è quello criptico. È distinguibile in due differenti tipologie: omomorfico e omocromico. Nel primo caso il soggetto imita la forma di oggetti inanimati presenti nell’ambiente.
Uno degli esempi più sofisticati, presenti in natura, è quello della mantide orchidea (Hymenopus coronatus), una vera e propria maestra di mimetismo. Le zampe diventano simili a petali, l’addome mostra delle striature longitudinali brunastre simili a quelle presenti sulle orchidee. La testa prende le forme dell’apparato riproduttivo di un fiore. Diventa così parte dell’orchidea. In questo modo riesce non solo a sfuggire ai predatori, ma anche ad assicurarsi la cena. Immobile, aspetta che gli insetti si avvicinino al fiore per succhiarne il nettare. A quel punto immobilizza la preda con le potenti zampe armate di spine, e il gioco è fatto.

Mimetismo omomorfico Hymenopus coronatus. Fonte: animalesmascotas.com

Nel secondo caso, invece, il soggetto assume una colorazione identica a quella del substrato, rendendosi quasi irriconoscibile. È il caso del geco “coda a foglia” (Uroplatus sikorae) , una specie che si trova solo in Madagascar. Vive principalmente di notte, momento in cui si dedica alla caccia di piccoli insetti; mentre di giorno, per non essere disturbato, può appiattirsi talmente tanto da confondersi con la corteccia degli alberi su cui riposa.

Mimetismo omocromico Uroplatus sikorae. Fonte flickr.com.

I segnali mimetici di alcuni individui, piuttosto che il camuffarsi , talvolta implicano la volontà di apparire. A che scopo? Quello di auto proteggersi. Colorazioni molto vistose (giallo, rosso, viola e blu su sfondo nero o bianco) sono spesso associate alla capacità di secernere e/o iniettare sostanze chimiche più o meno tossiche diventando inappetibili per il predatore. Infatti, predatori che in gioventù hanno fatto esperienze negative “assaggiando” quelle prede strane e colorate, saranno in grado di associare ai colori vivaci la sensazione di disgusto ed eviteranno di predare nuovamente individui che presentano quelle specifiche caratteristiche cromatiche. Il fenomeno prende il nome di aposematismo, in natura tale strategia viene imitata da diversi individui che fanno parte dell’anello mimetico.
L’imitazione, relativa alla combinazione di colori, tra specie tossiche e lontane filogeneticamente viene definito mimetismo mulleriano. Si tratta di un “mettersi d’accordo” sulla colorazione da esibire per dimostrare di essere veramente disgustosi o pericolosi. Entrambe le specie condividono i benefici derivanti da colorazione simile. Due piccole rane Dendrobates leucomelas e  Mantella madagascariensis, caratterizzate da macchie nere e gialle e dall’essere tossiche, sono un esempio di mimetismo mulleriano. Il predatore ignorerà tutte le rane con colorazioni simili a quelle assaggiate. Questo significa che il numero di rane da sacrificare verrà suddiviso statisticamente tra le specie dell’anello mimetico con conseguente diminuzione delle perdite di individui di ogni singola specie.

Mimetismo mulleriano. A: Mantella madagascariensis. B: Dendrobates leucomelas. Fonte: news.mongabay.com

Per mimetismo batesiano intendiamo invece l’imitazione di una specie aposematica, inappetibile, da parte di una specie appetibile che, per aumentare le proprie chances di sopravvivenza, inganna un predatore comune. Dunque, avere colori simili a una specie aposematica permette alle specie innocue di passare per ciò che non sono e tenere lontano i predatori.
In Indonesia, infatti, le forme giovanili di Acanthurus pyroferus nascono con una livrea molto simile a quella del piccolo pesce angelo Centropyge vroliki. I pesci angelo del genere Centropyge non producono veleni, ma probabilmente accumulano sostanze repellenti nutrendosi di spugne e tunicati, animali velenosi, diventando a loro volta un boccone disgustoso per i predatori, che li evitano. Dunque i predatori eviteranno di mangiare non soltanto i pesci angelo ma anche le forme giovanili del pesce Acanthurus presentando entrambi la stessa colorazione.

Mimetismo batesiano. A: Canthrus pyroferus. B: Centropyge flavissimus. Fonte: scubaportal.it

Le diverse strategie mimetiche adottate da molte specie per sopravvivere vanno poi ad intrecciarsi tra loro, stabilendo equilibri importantissimi ma allo stesso tempo estremamente delicati. Tutto ciò non è altro che il risultato della selezione naturale che consente di fronteggiare l’eterna lotta preda-predatore.

A cura di Francesca Scannone

 
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