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pubblicato il 17 maggio 2017 in ecosistemi

Algoritmo e società

Fig. 1 – Rappresentazione dell’algoritmo

È alla base di molte delle nostre azioni quotidiane, detta legge sul web, influenza la nostra “web reputation” sui social media e sceglie gli annunci in cui ci imbattiamo in rete. È l’algoritmo, un’entità perlopiù sconosciuta, che giorno avanza di qualche centimetro nel controllo delle nostre vite e che – da definizione – consiste in un procedimento matematico per risolvere un problema attraverso un numero finito di passaggi. Ma proviamo a capirci qualcosa di più.

Etimologia e definizione
Quando il significato di una parola o di un concetto non ci è del tutto chiaro, è buona prassi provare a fare un po’ di luce partendo dalla sua etimologia. Secondo la Treccani, il termine algoritmo deriva dal latino medievale algorithmus o algorismus, dal nome d’origine, alKhuwārizmī, del matematico arabo Muḥammad ibn Mūsa del IX secolo, così chiamato perché nativo di Khwarizm, una regione dell’Asia Centrale.
L’algoritmo è dunque qualcosa che ha a che fare con la matematica e da quando la società si è progressivamente informatizzata e digitalizzata, l’algoritmo ha via via acquisito un peso maggiore. A partire dalle gigantesche masse di dati – i big data – che, ad esempio, produciamo attraverso i nostri smart-phone, l’algoritmo opera una serie di calcoli ultrarapidi, che organizzano gerarchicamente le informazioni raccolte. È un algoritmo a “decidere” quali post fare comparire sul nostro wall di Facebook ed è sempre un algoritmo che, sulla base dei nostri clic precedenti, stabilisce quale pubblicità proporci prima di un video su youtube. In generale, possiamo dire che l’algoritmo è una forma di riorganizzazione degli innumerevoli dati grezzi che ciascuno di noi produce, per esempio, quando fa acquisti, quando si sposta, quando interagisce attraverso i social network, che immette in rete attraverso l’Internet of Things (IoT).

                                                                          Fig. 2: Smart city, immagine astratta, internet of things

Per farci un’idea della quantità di dati di cui stiamo parlando, basti sapere che ogni giorno 3 miliardi di internauti si scambiano 144 miliardi di mail e che quotidianamente su Facebook gli iscritti si scambiano 4,5 miliardi di like. Tutte queste informazioni, se interpretate correttamente, consentono di codificare la realtà e, in un certo senso, di prevedere le nostre azioni future, come ad esempio quali oggetti saremo più propensi a comprare. Proprio per questo, qualcuno considera i big data alla stregua del petrolio, come fossero, in un certo senso, il nuovo carburante della società che verrà. Già oggi, infatti, gli algoritmi controllano parte delle nostre vite, le influenzano, le determinano, condizionando le nostre scelte. Cerchiamo allora di capire come funzionano.

Fig. 3 – Icone di social media come Facebook, Twitter, Blogger, Linkedin, Tumblr, Myspace e altre

Quattro famiglie di calcolo digitale
Senza entrare troppo in dettaglio, proviamo ad aggiungere un pezzetto alla nostra conoscenza del magico mondo degli algoritmi cercando di distinguerli in quattro grandi categorie. Secondo il sociologo Dominique Cardon, il primo passo è infatti capire quali sono le “famiglie” in cui possiamo suddividere i diversi tipi di algoritmi che oggi dominano il web: quelli basati sulla popolarità, sull’autorevolezza, sulla reputazione e sui sistemi di misura predittivi.
La prima famiglia, quella della popolarità, misura l’audience dei siti semplicemente contando i clic dei visitatori. A fare parte di questo gruppo è ad esempio Google Analytics, lo strumento che consente ai webmaster di avere le cifre dei propri siti, registrando gli indirizzi IP che si collegano alle pagine web. La seconda famiglia, che Cardon chiama dell’autorevolezza, è tipicamente quella utilizzata da Google, che indicizza i siti sulla base della quantità di link ipertestuali: più un sito è linkato da un altro sito, più esso è considerato autorevole e, quindi, meritevole di essere ai primi posti della gerarchia stabilita dal motore di ricerca. Il terzo gruppo di algoritmi, invece, fa rima con social media. È quello dei like di Facebook, sulla base del quale, ciascuno di noi, a seconda della propria presenza sui social, dell’ampiezza della propria rete e della pervasività del proprio messaggio, fa salire o scende l’asticella del proprio “gloriometro”, altrimenti detto “e-reputation”. Dulcis in fundo, la quarta famiglia, è quella della “previsione” ed è fondata sul machine learning, una particolare tecnica statistica che, ad esempio, consente a Netflix o ad Amazon di suggerirci nuovi prodotti sulla base delle nostre scelte passate.

La sintassi del nostro tempo
Ciascuna di queste famiglie presenta vantaggi e svantaggi, ma quello che è importante capire, aldilà della classificazione, è che gli algoritmi stanno acquisendo un peso enorme sulle nostre vite, a partire dal fatto che sono essi a regolare il nostro accesso all’informazione, sia essa di natura politica, commerciale o culturale. Se infatti Galileo Galilei parlava di un libro della natura scritto in un linguaggio matematico, possiamo dire che – oggi – la sintassi del mondo in cui viviamo è certamente basta sull’algoritmo. La conclusione? Per avere una piena consapevolezza della realtà, per avere un effettivo controllo delle nostre scelte e per sfruttare appieno le opportunità che si sono aperte con la diffusione di internet, è fondamentale avere gli strumenti intellettuali adeguati per comprendere gli algoritmi. Solo così potremo controllare la tecnologia invece di essere controllati da essa.

A cura di Anna Pellizzone

Fonti

 
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