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pubblicato il 3 dicembre 2015 in aria

Mettiamo in chiaro la COP21

Il glossario della XXI Conferenza delle Parti
La XXI Conferenza delle Parti (COP21) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici ha aperto i battenti il 30 novembre a Parigi, nel Parc des Expositions le Bourget. Durante questi giorni di negoziati vi imbatterete sicuramente in articoli, notizie, servizi televisivi e dibattiti che raccontano e documentano i momenti più importanti della COP21. E’ molto probabile, quindi che incappiate in acronimi, sigle e termini quali UNFCCC, IPCC, mitigazione, Climate finance, Green Climate Fund e molto altro. Se vi state chiedendo cosa vogliano dire questi termini, questo glossario è quello che fa per voi!

2°C
2°C è l’aumento di temperatura limite riconosciuto dalla comunità scientifica per contenere il riscaldamento globale e gli impatti ad esso collegati. Secondo quanto riportato dall’IPCC (vedi sotto) un aumento della temperatura di più di 2°C rispetto ai livelli preindustriali potrebbe portare a cambiamenti irreversibili del clima terrestre, con conseguenze disastrose per il nostro Pianeta e per chi lo abita. Per raggiungere l’obiettivo 2°C l’IPCC stima che le emissioni di gas climalteranti debbano essere ridotte del 40-70% entro il 2050 e che entro il 2100 debbano essere azzerate. In realtà non tutta la comunità scientifica è d’accordo su questo valore: per alcuni l’aumento di temperatura non dovrebbe essere superiore a 1,5°C, per altri considerare come solo l’aumento di temperatura è troppo semplicistico, poiché i fattori climatici in gioco sono molteplici.

IPCC
Quando si parla di cambiamenti climatici non si può non tirare in ballo l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico), meglio noto come IPCC. L’IPCC, l’ente scientifico internazionale responsabile della raccolta, analisi e sintesi degli ultimi risultati della ricerca sul clima, venne istituito nel 1988 dalla World Meteorological Organization (WMO) e dal United Nations Environment Programme (UNEP), allo scopo di “fornire una chiara visione scientifica dello stato attuale delle conoscenze sul cambiamento climatico e sulle sue possibili ripercussioni ambientali e socio-economiche”. Uno dei compiti dell’IPCC è quello di pubblicare periodicamente il Rapporto di Valutazione sul Clima, o Assessment Report (AR), una pubblicazione che contiene tutto ciò che sappiamo sul clima del nostro pianeta, sugli impatti e la vulnerabilità dei sistemi naturali, sociali ed economici, e sulle possibile vie di mitigazione, proponendo delle previsioni economiche. Il primo Rapporto venne pubblicato nel 1990; a questa prima edizione seguirono quella del 1995, 2001, 2007 e infine l’ultima del 2014, la quinta (AR5).

UNFCCC
Una vocale e ben 5 consonanti di fila, UNFCCC, sono usate per indicare la United Nations Framework Convention on Climate Change, ovvero la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Consiste in un trattato internazionale che riconosce la natura antropica dei cambiamenti climatici nell’era post-industriale e che ha avviato un processo per la riduzione delle emissioni dei gas serra con impegni vincolanti per i Paesi industrializzati, implementando degli strumenti di mercato per la riduzione delle emissioni basati su criteri di efficienza. La Convenzione, nata a Rio nel 1992, è entrata in vigore il 21 marzo 1994 ed è stato ratificato da 195 nazioni e dall’Unione Europea.
La UNFCCC ha catalizzato subito l’attenzione del pubblico, della scienza e delle istituzioni nel dopo-Rio, date le proporzioni davvero importanti che sta assumendo il fenomeno dei cambiamenti climatici, cui storicamente hanno contribuito soprattutto i Paesi industrializzati, al quale oggi e nel prossimo futuro contribuiranno fortemente anche le economie emergenti – in rapida crescita e bisognose di energia.

COP
La UNFCCC (ora sappiamo di cosa si tratta!) stabilisce che annualmente i Paesi firmatari della Convenzione si riuniscano per partecipare alla “Conferenza delle Parti”, abbreviato in COP – Conferences of the Parties to the Convention. La prima ebbe luogo a Berlino nel 1995 (COP1), per questo quest’anno si parla di COP21. Siamo, infatti, arrivati alla ventunesima Conferenza. La COP è l’organismo di governo della Convenzione attraverso il quale i Paesi prendono decisioni e impegni e stipulano accordi.
Sul sito delle UNFCCC ripercorrere tutte le tappe fondamentali che hanno portato alla COP21 di Parigi cliccate qui.
COP21
All’appuntamento di Parigi, presieduto dal Ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, prendono parte 195 nazioni più l’Unione Europea. In tutto saranno operativamente coinvolte 40mila persone, di cui 25mila delegati ufficiali, costituiti non solo dai rappresentanti governativi, ma anche da ONG, agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni intergovernative e società civile, e 3.000 giornalisti accreditati. Obiettivo della COP21 è arrivare all’11 dicembre (data di chiusura dei lavori) a uno dei più solidi trattati ambientali internazionali di sempre, che preveda la riduzione delle emissioni di CO2 e il contenimento dei cambiamenti climatici (maggiori dettagli sotto la voce Accordo).

Indc
L’acronimo Indc, che sta per “Intended Nationally Determined Contribution”, indica gli impegni sulla riduzione delle emissioni di gas serra che i Paesi partecipanti hanno presentato volontariamente prima dell’inizio della COP21.
Ad oggi (3 dicembre) sono stati presentati 157 Indc (maggiori informazioni sono disponibili qui) in rappresentanza di 184 Paesi (146 dei quali hanno presentato il documento entro il 1° ottobre, termine, non vincolante, stabilito dall’ONU). L’Unione Europea presenta un unico documento in rappresentanza dei 28 Stati membri. Secondo il Climate Inter Active, il solo rispetto degli INDCs, senza ulteriori impegni successivamente, porterebbe l’aumento delle temperature globali a circa 3,5 °C. Secondo il Climate Action Tracker se gli INDCs e altri impegni dichiarati dagli Stati fossero rispettati, le temperature globali salirebbero comunque a circa 2,7°C. L’obiettivo 2°C può essere raggiunto solo a condizione che gli impegni vengano rivisti periodicamente, aumentando ogni volta il livello di ambizione dei successivi piani climatici. Uno degli obiettivi primari della COP21 è proprio quello di approvare un meccanismo di revisione periodica degli INDCs, fissando il riesame con cadenza quinquennale.

Adattamento e mitigazione
Sono le due direttrici per affrontare il cambiamento climatico. L’adattamento include le azioni volte a proteggersi dagli effetti del mutamento del clima, ad esempio le dighe per le città costiere contro l’innalzamento del livello del mare. La mitigazione comprende misure e politiche per ridurre le emissioni di gas serra, tra cui lo sviluppo di energie rinnovabili.

Climate finance
Il termine Climate finance (finanza per il clima) indica gli investimenti e le operazioni finanziarie volte alla “stabilizzazione e riduzione” delle emissioni di gas a effetto serra al miglioramento delle difese dei territori nei confronti degli effetti nocivi dovuti ai mutamenti nel clima e a strategie di adattamento e resilienza nei confronti dei cambiamenti climatici.

Green Climate Fund
Il Green Climate Fund, istituito alla COP16 di Cancun, è un organo internazionale con sede a Incheon (Corea del Sud) che prevede il trasferimento dai Paesi industrializzati verso quelli in via di sviluppo di tecnologie e finanziamenti finalizzati alla riduzione delle emissioni di gas serra e per mettere in atto misure di adattamento e mitigazione ai cambiamenti climatici.

100 billion goal
Si tratta di un accordo tra tutti i partecipanti alla Unfccc proposto alla fine della conferenza di Copenhagen nel 2009 e formalizzato l’anno successivo a Cancun. Secondo questo accordo, i Paesi industrializzati si impiegano a mobilizzare 100 miliardi di dollari l’anno a partire dal 2020 in azioni destinate a contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici nei paesi in via di sviluppo. Sia il Green Climate Fund sia le operazioni identificate con il termine Climate finance contribuiscono al raggiungimento del “100 billion goal“.

Carbon neutrality
Tradotto in italiano con il termine “zero emissioni”, carbon neutrality definisce una situazione in cui il saldo di emissioni rilasciate nell’atmosfera è uguale a zero.

Protocollo di Kyoto
Il Protocollo di Kyoto è un accordo internazionale stilato nell’omonima città giapponese nel 1997 durante la COP3, che ha rappresentato a lungo un valore di riferimento nella lotta ai cambiamenti climatici. Il provvedimento è entrato a tutti gli effetti in vigore il 16 febbraio 2005 con l’adesione della Russia (avvenuta nel novembre 2004), che ha permesso il raggiungimento del numero minimo di Paesi richiesto dal trattato e corrispondenti nel complesso al 55% delle emissioni mondiali di gas serra.
L’importanza del Protocollo di Kyoto risiede in primo luogo nel riconoscimento ai Paesi industrializzati delle responsabilità delle attuali concentrazioni di gas serra in atmosfera. I firmatari del documento (ricordiamo che il Protocollo non è mai ratificato dagli Stati Uniti, il principale emettitore fra i Paesi industrializzati) si sono impegnati a ridurre le proprie emissioni tra il 2008 e il 2012, in misura diversa per ogni Stato, rispetto ai valori registrati nel 1990.
Nel 2012, durante le COP18 di Doha, è stato previsto un documento che impegnasse i Paesi coinvolti in un secondo periodo di impegno (2013-2020), ma il mancato raggiungimento della soglia minima di nazioni partecipanti ne ha bloccato finora l’entrata in vigore.

Accordo
Veniamo infine alla parola chiave della COP21: il raggiungimento di un accordo. Benché circoli già una bozza di accordo sottoscritta il 23 ottobre a Bonn, in Germania (il draft è consultabile qui), non è ancora chiaro cosa verrà fuori dai negoziati di Parigi e che cosa effettivamente conterrà il documento ufficiale. Innanzitutto si dovrà chiarire se gli impegni che i Paesi prenderanno durante la COP21 di concretizzeranno attraverso un accordo vincolante. Da una parte, infatti, vi sono i Paesi in via di sviluppo e l’Unione Europea che chiedono un trattato vincolante a livello internazionale, dall’altra Paesi, come ad esempio la Cina e gli Stati Uniti, che puntano a un accordo i cui unici vincoli siano leggi e normative nazionali. Si discuterà inoltre del raggiungimento del 100 billion goal, in particolare di come verrà dato supporto ai Paesi in via di sviluppo e della possibilità di istituire un organo incaricato di supervisionare e controllare il flusso dei finanziamenti, garantendo massima trasparenza.

Un accordo ideale dovrebbe riuscire a coinvolgere concretamente tutti i Paesi partecipanti nell’obiettivo 2°C, essere flessibile in modo che si possa tenere conto delle situazioni specifiche di ogni Paese, prevedere un equilibrio tra politiche di mitigazione e di adattamento e programmare un’adeguata implementazione delle risorse finanziarie e tecnologiche. Inoltre, dovrebbe contemplare un sistema di revisione regolare di impegni e risultati e tenere conto delle ricadute economiche dell’abbandono dei carburanti fossili.

In conclusione possiamo affermare che la presentazione di un numero così alto di INDC è un indubbio segnale di ottimismo sulla possibilità che si firmi a Parigi un accordo globale in cui ogni Paese rispetti i propri impegni, seppur “differenziati”. Dopo anni di rimandi e rimpalli tra Paesi, la sfida ai cambiamenti climatici sta diventando davvero globale.

A cura di Benedetta Palazzo

 
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