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pubblicato il 30 maggio 2014 in aria

Ultime dal clima

Freddo polare negli USA, giornate quasi estive a marzo, tifoni violentissimi… Il clima globale sembra impazzito! Cosa sta succedendo al Pianeta?
Il clima, come sai, è una cosa ben complicata e non dobbiamo confonderlo con la meteorologia, da cui è ben distinto. E allora come si fa? Ti sei mai chiesto come gli scienziati spieghino al pubblico ciò che sanno sul clima e i cambiamenti climatici e come si relazionano con i governi per informarli delle loro scoperte?
Per scoprire cosa sta succedendo, ogni 6-7 anni circa gli scienziati dell’IPCC1 comunicano al mondo tutto ciò che sanno di significativo attraverso un documento molto importante: il Rapporto di Valutazione sul Clima, o Assessment Report (AR). In sostanza, il Rapporto di Valutazione sul Clima (da qui in poi AR) è un rapporto, che contiene tutto ciò che sappiamo sul clima del nostro Pianeta, sugli impatti e la vulnerabilità dei sistemi naturali, sociali ed economici, e sulle possibile vie di mitigazione.
Il Rapporto venne pubblicato per la prima volta nel 1990 e a questa prima edizione seguirono quella del 1995, 2001, 2007 e infine l’ultima del 2014, la quinta (AR5). Come i rapporti precedenti, l’AR5 è suddiviso in tre parti, ognuna gestita da un gruppo di lavoro (Working Group: WG I, WG II, WG III), che studia e approfondisce un particolare aspetto sul tema. Abbiamo parlato della sua storia e della prima parte del Rapporto dedicata alle evidenze scientifiche e fisiche del clima qualche tempo fa2, adesso non ci resta che scoprire la seconda e la terza parte del Rapporto, AR5 WGII e WGIII.

1. Per sapere cos’è e cosa fa l’IPCC visita la pagina di eniscuola Che cos’è l’IPCC
2. Per saperne di più vai allo speciale Che clima fa?

AR5 WGII, impatti, adattamento e vulnerabilità
Ora che sappiamo cosa accadrà dal punto di vista fisico, dobbiamo conoscere anche quali saranno gli impatti dei cambiamenti climatici sul nostro territorio. Come già accennato, il secondo volume, curato dal WGII, si occupa degli impatti dei cambiamenti climatici a livello globale e regionale, delle vulnerabilità dei sistemi umani e naturali e delle opzioni di adattamento, ovvero le possibili modifiche dei sistemi naturali o umani in risposta al riscaldamento globale o ai suoi effetti, allo scopo di ridurre i potenziali danni. Lo scopo del Rapporto è quello di fornire una guida ai governi per adottare le future decisioni e contrastare al meglio gli effetti dei cambiamenti climatici, che saranno per lo più negativi, sia dal punto di vista ambientale, sia sociale, sia economico.
In totale il Rapporto è formato da 2562 pagine, 1000 di più dell’AR5 WGI e pesa circa 7 kg: davvero una grande mole di lavoro! Per evidenziare i diversi aspetti trattati, è stato diviso in due parti: un primo volume, composto da 20 capitoli, che analizza la questione a livello globale e che si concentra sugli aspetti dei diversi settori analizzati (dalle risorse delle acque dolci, agli ecosistemi marini e terrestri, a coste, cibo, aree rurali e urbane, energia e industria, salute umana e sicurezza, insediamenti umani e povertà). Il secondo volume, diviso in 10 capitoli, valuta i rischi e le opportunità di risposta regione per regione, analizzandoli sulle diverse aree geografiche (Africa, Europa, Asia, Australasia, Nord America, America Centrale, Sud America, Regioni Polari, Piccole Isole e Oceani). Il riassunto per i decisori politici è già stato accettato, approvato e presentato a fine marzo 2014, mentre il Rapporto completo deve essere ancora approvato da tutte le parti, ma è già stato accettato il 29 marzo 2014 a Yokohoma, in Giappone.
Quali sono i punti più importanti in relazione a impatti, adattamento e vulnerabilità? Dal punto di vista dagli impatti, è già un’evidenza che ad essere in pericolo non sono solo gli ecosistemi naturali e le specie animali e vegetali che li popolano, ma anche il benessere e la sopravvivenza degli esseri umani sono minacciati! Ad esempio, dal punto di vista dei sistemi naturali, è stato osservato che molte specie marine, di acqua dolce o terrestre, hanno cambiato i loro percorsi migratori e le aree geografiche di riproduzione e crescita e che lo scioglimento dei ghiacci sta influenzando i sistemi idrogeologici e la disponibilità di risorse idriche. Anche noi esseri umani iniziamo a sperimentare le difficoltà di vivere in un mondo dal cattivo stato di salute: dobbiamo o dovremo affrontare la diminuzione nella disponibilità di acqua dolce, problemi nel settore alimentare, l’innalzamento del livello del mare e l’erosione delle coste, tutti impatti che potrebbero implicare costi e politiche di adattamento molto onerosi. In particolare, questa edizione si è focalizzata molto sui rischi legati alla sicurezza alimentare, dovuti a cali nella produzione globale e regionale, con conseguenti perdite economiche specie per le comunità agricole e per chi risiede in aree urbane del Sud del mondo. Nemmeno noi in Europa siamo immuni: come ricorderai dallo speciale sull’impronta idrica, la diminuzione della disponibilità d’acqua dovuta ai cambiamenti climatici porterà a una forte diminuzione delle rese agricole in Italia.
Oltre a quelli già citati, è previsto un forte impatto negativo sulla biodiversità e la qualità degli ecosistemi naturali, sulle precipitazioni (in alcune aree più intense, in altre sempre più rarefatte), ma anche una probabilità (proporzionale all’aumento di temperatura) di raggiungere i cosiddetti tipping point, ovvero eventi catastrofici innescati da un aumento della temperatura maggiore di +4°C.
Se ci concentriamo sull’Europa, alcuni degli impatti principali previsti oltre a quelli già citati sono:

  • l’aumento delle temperature in tutte le regioni, accompagnato da un aumento marcato delle precipitazioni nel Nord Europa e una diminuzione significativa nel Sud Europa; aumento di eventi estremi (ad esempio ondate di calore) e fenomeni correlati (come incendi);
  • l’aumento dei rischi associati a inondazioni con possibile perdita di vite umane, erosione costiera e danni alle infrastrutture; il rischio può comunque essere ridotto entro limiti accettabili grazie a misure di adattamento quali opere di difesa del territorio, piani di allerta e rafforzamento protezione civile, strategie di pianificazione urbanistica e territoriale;
  • l’innalzamento del livello dei mari, che potrà portare alla degradazione di molti beni culturali e siti di rilevanza storica; inoltre alcuni beni paesaggistici potranno essere persi per sempre.

Fortunatamente l’Europa possiede una capacità di adattamento maggiore rispetto ad altre regioni del pianeta, ma esistono comunque limiti alla possibilità di adattamento per molti dei rischi individuati dagli scienziati, soprattutto per aumenti di temperatura maggiori di 4°C. La regione mediterranea (di cui fa parte anche l’Italia) però è individuata come una delle aree europee più a rischio a causa dei molteplici fattori che vengono impattati: turismo, agricoltura, attività forestali, infrastrutture, energia, salute della popolazione, introducendo ulteriori disparità economiche all’interno dell’Europa.
Allontanandoci dal nostro continente, non dobbiamo dimenticare che nel mondo esistono altri problemi che pongono in situazioni di rischio: povertà, disuguaglianze, urbanizzazione, globalizzazione del settore alimentare, conflitti, sono alcuni tra gli elementi che contribuiscono a definire differenti gradi di vulnerabilità ai cambiamenti climatici. Come spesso accade, sono le regioni più povere e le classi sociali più svantaggiate a essere più vulnerabili al cambiamento climatico e anche le meno capaci di sviluppare le risposte di adattamento.
Le regioni del mondo più povere, le classi sociali meno abbienti, le persone discriminate per motivi sociali risultano più vulnerabili e meno capaci di sviluppare adeguate risposte di adattamento, ma anche chi vive nelle regioni con elevati tassi di sviluppo è in pericolo. Quali sono i rischi che corriamo in futuro? Proprio perché il rischio dipende da molti fattori, porta con sé anche una certa dose di incertezza: è certo però che alcuni impatti sono già in corso e sono inevitabili, quindi adattarsi non è più una possibilità, ma una necessità.
Preso atto che il cambiamento climatico è in atto, che noi siamo responsabili e che siamo tutti più o meno esposti alle sue conseguenze, cosa ci resta da fare? L’aspetto più innovativo dell’AR5 rispetto al precedente è l’aggiunta di un’analisi approfondita delle misure di adattamento che sono state già messe in atto o che potranno essere messe in atto per adattarsi al cambiamento climatico nelle diverse regioni del mondo. Molte di queste strategie in realtà, sono misure che dovrebbero essere intraprese a prescindere e per le quali vale la pena investire, perché i benefici futuri saranno maggiori dei costi iniziali. Quali sono queste strategie? Ad esempio, misure per il dissesto idrogeologico e la tutela della biodiversità, la riforestazione, la tutela dei parchi, misure per la tutela delle specie terrestri e marine, ecc.
Vale la pena fare questi sforzi economici preventivi? Gli scenari proposti dall’IPCC dicono chiaramente che il nostro investimento è a lungo termine e che per i primi 15-16 anni non vedremo sostanziali differenze tra uno scenario e l’altro a causa delle resistenze alle variazioni (inerzie) del sistema climatico. Man mano però che ci allontaniamo dal 2030-2040, sarà sempre più evidente quanto sarà stato significativo il nostro cambiamento di rotta: se ci saremo comportati bene e avremo ridotto le nostre emissioni, ci troveremo negli scenari più ottimisti di innalzamento della temperatura, altrimenti andremo incontro agli scenari più pessimisti con conseguenze molto preoccupanti.
Come reagire di fronte a questa situazione rischiosa e problematica? Per poter vedere il bicchiere mezzo pieno, potremo pensare al riscaldamento globale come a un’opportunità per ridurre la nostra pressione sul Pianeta: possiamo concentrarci sui potenziali benefici, perché, anche se non siamo totalmente certi della gravità degli impatti futuri, azioni che possano ridurre la nostra vulnerabilità gioveranno comunque sulla salute umana e degli ecosistemi, aumenteranno la qualità dell’ambiente e quindi il nostro benessere.
Non possiamo conoscere il futuro, ma sappiamo con certezza che tutto dipende dalle nostre scelte, presenti e future, e dal percorso di opportunità che decideremo di affrontare.

AR5 WGIII, mitigazione dei cambiamenti climatici
A questo punto conosciamo le evidenze scientifiche e conosciamo gli impatti, quindi cosa fare? Quali sono le possibili vie per la mitigazione? Ce lo dice il terzo volume, l’AR5 WGIII! In fatto di numeri, l’ultima fatica dell’IPCC non è da meno rispetto alle altre: la redazione del volume ha coinvolto circa 400 autori ed esaminato quasi 10.000 pubblicazioni scientifiche; a questi si aggiungono 900 revisori, che hanno contribuito con 38.000 commenti al rapporto. Il volume comprende 16 capitoli divisi in tre parti principali che riguardano l’inquadramento delle questioni, i diversi percorsi per la mitigazione e infine la valutazione delle politiche, del quadro istituzionale e dei finanziamenti necessari per un totale di più di 2000 pagine.
Dal terzo gruppo di lavoro il quadro emerso non è particolarmente roseo. Purtroppo, nonostante le misure di riduzione attuate, le emissioni di gas serra stanno continuando a crescere a un ritmo senza precedenti.
La maggior parte di queste emissioni (il 78%) deriva dall’uso dei combustibili fossili e dai processi industriali, mentre l’unico settore che in cui si sta verificando una diminuzione è il settore forestale, grazie alla minore deforestazione degli ultimi anni. Se sono già disponibili e visibili scelte politiche e tecnologiche per ridurre queste emissioni come si spiega l’aumento? Anche se l’Europa si è impegnata concretamente per la riduzione, molti paesi emergenti o che fino a poco tempo fa erano considerati tali (ad esempio Cina, India e Brasile adesso cosiddetti “a reddito medio”) hanno aumentato notevolmente le loro emissioni di gas serra.

Emissioni antropogeniche di gas a effetto serra dal 1970 al 2010, suddivisi per gas: CO2 da combustibili fossili e processi industriali (arancione); CO2 da foreste e altri usi del suolo (rosso); metano CH4 (azzurro chiaro); protossido di azoto N2O (turchese); gas fluorurati (blu).

Emissioni antropogeniche di gas a effetto serra dal 1970 al 2010, suddivisi per gas: CO2 da combustibili fossili e processi industriali (arancione); CO2 da foreste e altri usi del suolo (rosso); metano CH4 (azzurro chiaro); protossido di azoto N2O (turchese); gas fluorurati (blu).

La causa principale dell’aumento delle emissioni è stata la rapida urbanizzazione e l’impiego di combustibili fossili con alte emissioni di CO2 nell’industria di questi paesi. All’aumento delle emissioni per i paesi emergenti si uniscono le già alte emissioni dei paesi industrializzati. Questo significa che è molto importante che gli sforzi siano congiunti affinché la riduzione delle emissioni in un paese non venga vanificata dall’aumento in un altro. I cambiamenti climatici sono un problema e una sfida globali perché la maggior parte dei gas serra si accumula nel tempo e si mescola a livello planetario.

Variazione delle emissioni per quattro fattori principali: intensità di carbonio, emissioni di CO2 per unità di energia (rosso), intensità di energia del PIL (giallo), PIL pro-capite (blu), popolazione (azzurro). Dalla figura è possibile notare l’aumento delle emissioni dovuto alla crescita della popolazione e all’utilizzo di combustibili fossili con maggiori emissioni di CO2.

Variazione delle emissioni per quattro fattori principali: intensità di carbonio, emissioni di CO2 per unità di energia (rosso), intensità di energia del PIL (giallo), PIL pro-capite (blu), popolazione (azzurro). Dalla figura è possibile notare l’aumento delle emissioni dovuto alla crescita della popolazione e all’utilizzo di combustibili fossili con maggiori emissioni di CO2.

Dove intervenire? I settori chiave di intervento per la mitigazione sono: la produzione e l’uso dell’energia, i trasporti, l’edilizia, le industrie, l’uso del suolo e gli insediamenti umani e molteplici sono le possibile soluzioni e le combinazioni. Si va ad esempio da interventi nel settore dei rifiuti, alle azioni di efficienza energetica e utilizzo delle energie rinnovabili, alla gestione delle foreste; non esiste una sola soluzione o una sola combinazione di soluzioni possibili, ma una serie di interventi e misure ad hoc che ogni paese dovrà intraprendere a seconda delle sue caratteristiche ed esigenze.
Se queste azioni non verranno portate avanti e continueremo ad emettere gas serra a questo ritmo è previsto un aumento della temperatura media globale nel 2100 compresa tra i 3,7 e i 4,8 °C: molto lontana dall’obiettivo dei 2°C auspicato dagli scienziati per non interferire pericolosamente con il sistema climatico! C’è qualcosa che possiamo fare per rimanere nell’obiettivo? Qualcosa c’è, ma si tratta di uno sforzo quasi titanico: un taglio sostanziale delle emissioni di gas serra (40-70% rispetto ai livelli del 2010) da attuarsi entro il 2050 e emissioni nulle di gas serra entro il 2100. Agire adesso, per quanto impegnativo, rimane comunque importante perché più rimandiamo il taglio delle emissioni, più ci allontaniamo dalla prospettiva di creare un’economia pulita e più aumentano i costi futuri necessari per mitigare gli impatti! L’anno chiave indicato dagli scienziati come possibile punto di svolta (positiva o negativa) è il 2030: se le emissioni continueranno a crescere, poter rimanere entro il limite dei 2°C sarà molto difficile e saranno necessari sforzi molto grandi, se invece riusciremo a ridurre le nostre emissioni lo sforzo sarebbe la metà.

Scenari futuri di aumento della temperatura in relazione alle emissioni di gas serra e concentrazioni in atmosfera.

Scenari futuri di aumento della temperatura in relazione alle emissioni di gas serra e concentrazioni in atmosfera.

È necessario agire quindi, ma quanto ci costerebbe? Meno di quello che potremmo pensare e abbiamo tutto da guadagnarci! L’IPCC ha calcolato che rimanere nello scenario di aumento di temperatura di 2° C porterebbe a una riduzione del PIL (Prodotto Interno Lordo, un indice economico che misura il valore dei beni e servizi di un paese) tra l’1% e il 4% entro il 2030 e tra il 2% e il 6% entro il 2050, senza contare però i benefici che otterremmo in termini di ecosistemi, qualità dell’aria, e molto altro! Per la prima volta infine sono stati calcolati anche gli investimenti necessari: gli investimenti nelle tecnologie di produzione di energia pulita dovranno aumentare del doppio, mentre gli investimenti in fonti fossili diminuiranno del 20%.
Insomma, ne vale la pena? Sicuramente sì, un ottimo investimento a lungo termine per tutti noi!

A cura di Nadia Mirabella

Fonti e approfondimenti
IPCC, Fifth Assessment Report (AR5)
Climate Central, Le stranezze del clima, Chiavi di lettura – Zanichelli. ISBN 978-88-0816290-8
Climalteranti, Blog di formazione e discussione sul tema dei cambiamenti climatici
Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, IPCC AR5 – Working Group I
Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, Clima2014/IPCC AR5 – Working Group II
Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, Clima2014/ Mitigazione dei cambiamenti climatici: politiche, strumenti e misure per ridurre le emissioni di gas serra
NASA, Six decades of a Warming Earth

 
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