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pubblicato il 31 agosto 2013 in la vita

Italiani in pericolo

La biodiversità in Italia
L’Italia possiede una ricca biodiversità grazie alla sua particolarità geografica, climatica e storica. In particolare troviamo una enorme varietà di specie endemiche, cioè quelle specie sia vegetali sia animali  che sono esclusive di un dato territorio. Nel nostro Paese si trovano circa un terzo delle specie animali europee e la metà di quelle vegetali, nonostante la superficie non sia così estesa rispetto a tutta l’Europa. Il mare italiano è ancora più ricco di biodiversità, poiché nelle nostre acque vivono la gran parte delle tipiche specie del Mediterraneo. Tutto questo rende il nostro paese un “hot spot” di biodiversità riconosciuto in tutto il mondo.

La lista rossa
L’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) è un’organizzazione internazionale che si occupa proprio della conservazione della biodiversità e ha introdotto le liste rosse. Le Liste Rosse, quindi, riescono a valutare lo stato di rischio di estinzione a livello di specie e poter di conseguenza intraprendere le giuste azioni per contrastare i fattori di minaccia di perdita di biodiversità. Sono state valutate 672 specie di vertebrati (576 terrestri e 96 marine), di cui 6 specie sono risultate estinte in tempi recenti. Si valuta che il 28% delle specie siano minacciate di estinzione, 138 specie terrestri e 23 marine. Invece il 50% delle specie di vertebrati italiani non è a rischio di estinzione imminente. Secondo gli ultimi studi risulta che le specie marine siano più in declino rispetto a quelle terrestri. Le principali cause di minaccia per le specie terrestri sono la perdita di habitat e l’inquinamento, mentre per quel che riguarda le specie marine, la minaccia principale è la morte accidentale, poiché le specie studiate hanno uno scarso interesse commerciale.

Categorie di estinzione
Sono state individuate diverse categorie di rischio di estinzione IUCN a livello globale. Le categorie partono da una minor minaccia di estinzione, fino ad arrivare ad il massimo livello di estinzione in breve o medio termine.

Non Applicabile (NA)
Dati Insufficienti (DD)
Minor Preoccupazione (LC)
Quasi minacciata (NT)
Vulnerabile (VU, Vulnerable)
In Pericolo (EN, Endangered)
In Pericolo Critico (CR, Critically Endangered)
Estinto nella regione (RE)

Alle categorie VU, EN e CR appartengono le specie a priorità di conservazione, perchè senza interventi specifici, l’estinzione non è un’eventualità ma una certezza. I risultati indicano che il 49% dei vertebrati italiani appartiene alla categoria LC, cioè a Minor Preoccupazione, il 12% a quella di Dati Insufficienti (DD), il 10% a Quasi Minacciata (NT), il 14% a Vulnerabili (VU), il 9% In Pericolo (EN), il 5% a In Pericolo Critico (CR) e infine l’1% a Estinto nella regione (RE).

I vertebrati italiani
In Italia si trovano 97 pesci di acqua dolce, 44 anfibi, 56 rettili, 267 uccelli nidificanti e 126 mammiferi, per un totale di 590 specie e 76 specie di pesci cartilaginei come squali, razze e chimere. Con eccezione di pesci cartilagine e uccelli, che sono ritenute specie in grado di valicare i confini dell’Italia, tutti gli altri vertebrati presentano endemismi, specie cioè che sono distribuite esclusivamente nel nostro paese, in particolare il 31% degli anfibi è endemico.

Squali italiani in pericolo
I pesci cartilaginei o condroitti (squali, razze e chimere) sono molto sensibili all’impatto dell’uomo a causa:

  • del loro lento accrescimento;
  • del ridotto numero di neonati, partoriti dopo gestazioni o incubazioni molto lunghe;
  • dell’abitudine di molte specie di aggregarsi in grossi gruppi nel periodo riproduttivo (che li rende soggetti allo sfruttamento da parte della pesca);
  • della presenza di “nursery areas” (dove gli squali vanno a partorire), suscettibili al degrado e inquinamento ambientale.

Tutte queste caratteristiche della loro biologia e del loro comportamento, contribuiscono a fare di questo gruppo di pesci, sopravvissuti a milioni di anni di storia, un gruppo di animali a rischio. Nei mari italiani sono state segnalate 76 specie di pesci cartilaginei, di cui circa dieci sono considerate visitatori occasionali. I dati sono carenti per molte specie, ma alcune di esse sono state classificate In Pericolo Critico. Fanno parte di questa categoria nove specie di pesci cartilaginei: squalo volpe, canesca, pesci chitarra e violino, squadri, razza bianca e spinarolo comune. La razza maltese e lo spinarolo bruno, sono risultati, invece, vicini allo stato di minaccia. Tra le attività antropiche la pesca rappresenta l’impatto maggiore sulle popolazioni di pesci cartilaginei. In particolare le reti a strascico e palangari, che catturano accidentalmente anche pesci cartilaginei che vengono rigettati in mare o venduti a basso costo. Un’ulteriore minaccia è il degrado da parte dell’uomo di ambienti importanti per la vita di questi pesci. In Italia non c’è una normativa specifica che promuova le azioni di tutela già previste da accordi internazionali e da disposizioni comunitarie per alcune specie. E’ inutile aggiungere che è urgente una normativa che diminuisca le minacce dovute alla pesca di pesci cartilaginei e che individui aree “ sensibili” per la tutela delle specie.

Caviale in estinzione
La rivoluzione industriale in Italia ha portato ad una modificazione sostanziale della distribuzione di molte specie di pesci di acqua dolce. Un caso eclatante è legato allo storione ladano Huso huso, noto anche come storione beluga. E’ il più grande tra tutti gli storioni, il più pregiato per quanto riguarda carne e caviale e la sua presenza nelle acque del Mar Adriatico e nel Po è attestata fin dagli anni settanta ma ormai dichiarato estinto. Questa specie è migratrice anadroma, cioè i pesci di questa specie vivono la maggior parte del tempo in acque salate ma si riproducono in acque dolci. Lo storione ladano risale i fiumi per deporre le uova in primavera e meno frequentemente in autunno. Nonostante il numero di uova per femmina può essere assai elevato, fino a 7.700.000, la presenza di dighe, che impediscono la risalita, l’inquinamento e l’uccisione di femmine per estrarre le uova (il noto caviale) hanno portato la specie all’estinzione. Stesso destino è toccato allo storione comune Acipenser sturio che è ormai estinto da trent’anni, mentre lo storione cobice Acipenser naccarii è classificato In Pericolo Critico. Altre dieci specie, per lo più endemiche, sono classificate come “in situazione di pericolo critico”, tra cui l’intero gruppo di salmonidi di acque correnti, minacciate soprattutto dal progressivo depauperamento idrico e dai numerosi e consistenti ripopolamenti di salmonidi atlantici. In generale le minacce per queste specie sono da ricondursi all’estesa urbanizzazione del territorio, alle modifiche antropiche dei corsi fluviali e al continuo depauperamento delle risorse idriche. L’inquinamento, i cambiamenti climatici, la predazione da parte di uccelli o l’introduzione di specie alloctone, sono spesso una conseguenza dell’antropizzazione del territorio.
Per il futuro dei pesci di acqua dolce italiani si confida nelle direttive europee che salvaguardano la risorsa idrica, in particolare la Direttiva Quadro sulle Acque 2000/60/CE, sperando che porti un cambiamento sostanziale dal punto di vista culturale, poichè fino ad oggi questa categoria è stata considerata “fauna minore”, mentre dovrebbe essere ritenuta un indicatore fondamentale della qualità delle nostre acque, indispensabili per la sopravvivenza dell’uomo.

Rane e serpenti del nostro Paese
L’Italia è il Paese in Europa con la massima biodiversità erpetologica con 44 specie di anfibi e 56 di rettili. Questa alta biodiversità si spiega con la particolare posizione geografica dell’Italia e anche perchè durante le ere glaciali, il nostro Paese ha rappresentato una zona di rifugio per molte specie. L’isolamento durante i periodi freddi ha permesso la sopravvivenza di moltissime specie endemiche nella nostra penisola con 14 specie di anfibi e 5 di rettili. Dagli studi effettuati tra gli anfibi e i rettili italiani, la lucertola delle Eolie (Podarcis raffoneae) è risultata la specie maggiormente minacciata (CR), infatti presenta un areale minore di 10 km quadrati, poiché si trova solo nelle isole Eolie ed è frazionata in quattro stazioni isolate e relativamente distanti tra loro, situate in aree frammentate dell’isola di Vulcano e su tre piccoli isolotti: Strombolicchio (scoglio dell’isola di Stromboli), La Canna (Filicudi) e Scoglio Faraglione (Salina). Si stima che la sua popolazione sia di circa un migliaio di individui e che la sua riduzione di areale sia imputabile alla competizione con la comune lucertola campestre Podarcis sicula, introdotta probabilmente dall’uomo intorno al 7.000 a.C. Le due specie attualmente convivono solo sull’isola di Vulcano. Non è difficile pensare che anche una sola piccola alterazione ambientale potrebbe portare la specie all’estinzione.
Tra le specie minacciate (EN) si trovano 4 specie di anfibi e 5 di rettili. Gli anfibi sono minacciati soprattutto a causa della scomparsa e dell’alterazione dell’habitat delle zone umide, essenziali per la loro riproduzione e a causa dell’introduzione di pesci e gamberi alloctoni e la comparsa di una patologia chiamata chitridiomicosi, in grado di uccidere quasi tutti gli anfibi.
Le testuggini palustri del genere Emys sono state decimate a causa della bonifica e dell’alterazione delle zone umide. Anche per quanto riguarda i rettili terrestri, la minaccia principale deriva dall’alterazione e frammentazione degli habitat naturali, causata anche dagli incendi.

Uccelli ad un’ala dall’estinzione
A seguito degli studi effettuati, è risultato che il 2% delle specie di uccelli analizzati è stato classificato In Pericolo Critico, il 9% in Pericolo (EN) e il 18% Vulnerabile (VU). Tra le specie classificate in pericolo critico si trovano quattro specie dell’ordine dei Falconiformi: Gipeto, Capovaccaio, Grifone e Aquila di Bonelli e due di Passeriformi, Forapaglie comune e Bigia padovana. Quindi tutte e tre le specie di avvoltoi presenti in Italia sono in Pericolo Critico, infatti, per queste specie che si nutrono di carogne di animali morti, per secoli la sopravvivenza è stata legata alla presenza di bestiame allevato allo stato brado. Recentemente la pastorizia si è trasformata e i capi allevati allo stato brado sono diminuiti, in più le norme veterinarie impongono la rimozione delle carcasse, determinando un calo di risorse alimentari per queste delicate specie di uccelli. Si deve aggiungere anche che il bracconaggio è ancora una minaccia, poiché ancora oggi ci sono prelievi di pulcini dai rari nidi di Aquila del Bonelli, che vengono poi venduti illegalmente a falconieri stranieri anche a cifre che raggiungono i 15.000 euro! Tutte le tre specie di avvoltoio sono però oggetto di progetti di reintroduzione. I pochi individui di Gipeto reintrodotti riescono a sopravvivere in maniera naturale grazie alla presenza di alcuni ungulati selvatici.
Il Grifone, invece, si è ridotto dagli anni ’30 al 2005 del 96,9% e per vivere dipende dai carnai, cioè luoghi che vengono riforniti regolarmente di carne. Per quanto riguarda il Capovaccaio, gli individui continuano a diminuire e non esistono casi di riproduzione degli animali rilasciati. Dal 1970 al 2007 la popolazione è passata da 71 coppie a 7-8. Le minacce per l’avifauna italiana arriva quindi soprattutto dalla trasformazione degli habitat e nei cambiamenti nell’agricoltura e negli allevamenti, dai cambiamenti climatici che influenzano le specie migratrici e purtroppo anche dal bracconaggio. Di conseguenza per la conservazione degli uccelli italiani è bene preservare gli habitat, soprattutto quello mediterraneo e agro forestale, fermare il bracconaggio e bandire le attività venatorie per specie minacciate.

Mammiferi di casa nostra
Per quanto riguarda i mammiferi italiani, all’apparenza, tutto sembra andare per il meglio, infatti, molte specie note come cervi, caprioli, daini, cinghiali e stambecchi sono notevolmente aumentati di numero ed hanno anche ampliato l’areale. Il lupo è addirittura raddoppiato di numero, si è insediato sulle Alpi occidentali e ora cerca di conquistare anche le Alpi centrali. L’orso aumenta in Trentino, ma resta stabile in Abruzzo perchè in numero troppo basso per poter dire che sia fuori pericolo e anche la lontra sta riprendendo il suo areale in centro Italia. In generale i mammiferi italiani sono in condizioni decisamente migliori rispetto 30 anni fa e ancora di più rispetto un secolo fa. Quello che stupisce è che le popolazioni di queste specie continuino ad aumentare nonostante le condizioni generali degli habitat siano decisamente in declino. Questo si spiega perchè queste specie sono opportuniste e generaliste e quindi in grado di adattarsi a differenti condizioni e soprattutto sono state capaci di ripopolare le montagne e le colline abbandonate dall’uomo.
Molte specie di mammiferi specializzate, invece, soprattutto i pipistrelli, risentono molto della diminuzione delle loro prede e dall’alterazione degli habitat. Il degrado ambientale colpisce soprattutto la pianura Padana a causa dell’agricoltura intensiva che intacca il suolo, le acque e l’aria, mentre spariscono quasi completamente gli habitat costieri. I mammiferi marini in particolare continuano a diminuire sempre per il degrado dell’ambiente marino, la diminuzione di risorse alimentari e l’aumento del disturbo antropico. Le minacce per la conservazione dei mammiferi italiani, quindi, non si possono riferire ad una precisa azione antropica, ma ad un degrado generalizzato di tutti gli habitat naturali. Per affrontare il problema quindi si dovrebbe riqualificare l’agricoltura con metodologie più sostenibili con l’ambiente. Si potrebbe immediatamente fermare la pratica illegale e criminale delle esche avvelenate destinate ai predatori, che invece colpiscono indiscriminatamente la gran parte della fauna selvatica e in particolare sterminano specie ad alto valore conservazionista come l’orso e il lupo. Si dovrebbe anche agire per limitare il randagismo canino e felino che incide molto sulla salute della fauna selvatica con malattie quali ad esempio il cimurro.

a cura di Tiziana Bosco

 
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