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pubblicato il 29 aprile 2013 in ecosistemi

Gli intrusi del Mediterraneo

Mare Nostrum
Da sempre il Mediterraneo è considerato di fondamentale importanza per l’economia e per lo scambio culturale tra vari popoli, unendo l’Italia con il Medio Oriente e l’Africa. L’area mediterranea è considerata la culla delle civiltà europee, qui infatti, si sono sviluppate molte delle principali culture antiche come quella egizia, greca, fenicia e romana. Ancora oggi un terzo circa dei trasporti internazionali di merci passa per questa regione. La pesca, l’acquacultura e molte attività commerciali sono un’importante fonte di ricchezza legata al Mediterraneo. Anche il turismo è un’importante fonte di ricchezza per questa area, grazie alla particolare valenza naturalistica e culturale.
Il mar Mediterraneo è un bacino semichiuso con una profondità media di 1.500 m e una massima di 5.267 m. Il Mediterraneo rappresenta solo lo 0,7% della superficie di tutti gli oceani, ma si stima che ospiti tra le 10.000 alle 12.000 specie animali e vegetali, pari a quasi il 10% del totale delle specie che popolano i mari dell’intero pianeta.

Alieni sott’acqua
Recentemente ci sono stati profondi cambiamenti nella fauna e nella flora del Mediterraneo a causa dei cambiamenti climatici uniti al degrado degli ecosistemi che diventano sempre più vulnerabili. Negli ultimi decenni sono aumentate le segnalazioni di specie esotiche in Mediterraneo e si è iniziato a parlare di tropicalizzazione del Mar Mediterraneo, termine al quale si sta dando ampio spazio dai media, a volte accompagnato da ingiustificati allarmismi. Per tropicalizzazione si intende il processo di insediamento in Mediterraneo di specie provenienti da aree tropicali o sub-tropicali prima estranee a questo mare. Le specie tropicali penetrate in Mediterraneo provengono principalmente dall’Atlantico orientale, attraverso lo stretto di Gibilterra, e dal bacino del Nilo e dal Mar Rosso, attraverso il canale di Suez. In questo ultimo caso si parla di migrazioni lessepsiane dal nome dell’ingegnere francese Ferdinand-Marie de Lesseps che progettò il canale. Esistono anche molte specie introdotte volontariamente o per caso soprattutto attraverso le acque di sentina (la sentina è la parte più bassa dello scafo di una imbarcazione che raccoglie i vari scoli e le infiltrazioni di acqua) e di zavorra delle navi, che vengono scaricate in mare senza cautela.

Una diga modifica il nostro mare
Nel 1869 fu aperto il canale di Suez. Nei primi anni successivi all’apertura del canale, l’immigrazione di specie fu contenuta. Le spiegazioni di questo fenomeno possono essere differenti; una di queste potrebbe essere la forte salinità dei Laghi amari del canale di Suez che impediva alle specie marine di arrivare fino al Mediterraneo, salinità che diminuì in seguito all’acqua mossa dal traffico marittimo. Un’altra spiegazione potrebbe ricondursi alla formazione di una sorta di barriera formata dall’acqua dolce trasportata dal Nilo, la cui foce è vicina allo sbocco del canale di Suez. Dopo la costruzione della diga di Assuan, che ha ridotto la portata del Nilo e di conseguenza l’apporto di acque dolci, la barriera naturale si sarebbe interrotta, permettendo alle specie aliene di colonizzare il nostro mare.

Alieni tra di noi
Dal canale di Suez sono arrivate in Mediterraneo circa 55 specie che si sono adattate alle nuove condizioni e hanno iniziato a riprodursi.
Il veloce adattamento di queste specie è dovuto principalmente a due motivi: il primo motivo è che in Mar Rosso le specie presenti sono circa 1.500 con una competizione tra di loro molto più alta rispetto alle 600 specie del Mediterraneo; il secondo è il vuoto ambientale che è stato lasciato dalla pesca intensiva dei pesci mediterranei, dall’inquinamento di metalli pesanti e pesticidi, dall’aumento della temperatura, dalla riduzione di prateria di posidonia, tutti fenomeni che creano squilibri su flora e fauna marina. Circa una trentina di specie, invece, arrivano dalle coste dell’Africa occidentale e dell’Atlantico, spesso attratte dai resti di cibo gettati dalle navi.
Alcune delle specie di pesci che sono state trovate nel Mediterraneo sono elencate di seguito. Plotosus lineatus: chiamato pesce gatto del corallo, si è stabilito lungo le coste mediorientali. Le spine delle pinne pettorali e della prima dorsale sono velenose.
Fistularia commersonii: chiamato comunemente pesce flauto, il corpo allungato e filiforme lo rende molto simile al pesce trombetta; presente dalla Sicilia alla Sardegna, è stato pescato recentemente anche sulle coste dell’Argentario.
Sargocentron rubrum: noto comunemente come pesce scoiattolo rosso, diffuso nel mar Mediterraneo sud orientale tra la Libia orientale e la Turchia meridionale. Non è presente nelle acque italiane.
Leiognathus klunzingeri: chiamato pesce pony, si è diffuso nel bacino sud – orientale dove localmente ha costituito dense popolazioni; nelle acque italiane la specie è rinvenibile nelle acque della Sicilia.
Upeneus moluccensis e Upeneus pori, due specie di triglie che si sono diffuse in maniera così aggressiva da soppiantare le nostre triglie autoctone.
Le specie lessepsiane hanno colonizzato molto rapidamente la parte orientale del Mediterraneo a causa della povertà faunistica di questa area, dovute a cambiamenti biogeografici che hanno lasciato libere molte nicchie ecologiche. Solo una piccola parte di specie si è diffusa nella parte occidentale del nostro mare, perchè molto più popolato da specie atlantico-mediterraneo.

Vongole giganti e alghe killer
Tra le specie tropicali che hanno iniziato a popolare il nostro mare, troviamo anche invertebrati introdotti volontariamente come la vongola gigante delle Filippine (Ruditapes philippinarum), originaria del Pacifico. Fu introdotta per scopi commerciali nel 1983 nella Laguna di Venezia, dove a causa di alti livelli trofici, di un particolare sedimento e del movimento delle acque dovuto alle maree, ha trovato un habitat perfetto e si è riprodotta naturalmente, dando vita ad estese popolazioni.
Anche tra i vegetali troviamo casi di tropicalizzazione, come l’alga Caulerpa taxifolia, chiamata in modo un po’ sensazionalistico “alga assassina”, perchè infestante e pericolosa per le praterie di posidonia, il polmone verde del Mediterraneo. Si suppone che l’alga sia stata introdotta involontariamente nel Mediterraneo sfuggita dalle vasche del Museo Oceanografico di Monaco nel 1984. La velocità di propagazione di questa alga è incredibile e nel giro di una decina di anni da dalle coste di Montecarlo si è diffusa in tutta l’Italia.

Vicini sempre più vicini
Il termine “tropicalizzazione” del Mediterraneo non è da confondersi con “meridionalizzazione”. In questo ultimo caso si intende la tendenza di alcuni organismi che vivono nelle acque più calde delle coste meridionali del Mediterraneo, ad ampliare il proprio areale verso zone più temperate dove precedentemente erano assenti. Il fenomeno della meridionalizzazione è stato spesso attribuito al riscaldamento globale, e effettivamente negli ultimi venti anni si è assistito ad un aumento di organismi di acque calde nelle zone più settentrionali dei mari italiani. Gli scienziati, però, stanno ancora studiando se esista una connessione, poiché molte altre specie amanti delle acque calde e simili come esigenze ambientali alle specie che hanno ampliato l’areale, non hanno manifestato lo stesso comportamento.
Un esempio di specie che si sono spostate verso nord negli ultimi anni è quello della Thalassoma pavo, esempio che è sotto gli occhi di chiunque abbia la consuetudine di indossare maschera e pinne nei mari italiani. Questo, infatti, è il conosciutissimo pesce dal nome comune di donzella pavonina, uno dei pesci più comuni da incontrare a pochi metri di profondità e uno dei più variopinti del nostro mare. Fino a una quindicina di anni fa era diffuso solo nelle acque dell’estremo sud dell’Italia e comune solo a Lampedusa e nelle Isole Pelagie, oggi è possibile incontrarlo frequentemente fino a tutto il Mar Ligure (ma non nel nord Adriatico).
Un altro esempio è quello del pesce pappagallo Sparisoma cretense, l’unico pesce pappagallo del Mediterraneo, piuttosto vistoso per la sua colorazione rosso brillante con macchie verdi e i denti saldati insieme in una sorta di becco, che si trovava fino a qualche anno fa solo nelle acque siculo-calabresi e ormai è piuttosto comune nell’Arcipelago Toscano.

Cosa si potrebbe fare
Da anni ormai si stanno monitorando alcuni porti italiani a campione come quello di Genova, Napoli e Palermo per studiare le modifiche che le nuove specie aliene stanno apportando al nostro ecosistema mediterraneo, ma ancora nulla di concreto si sta facendo per impedire il fenomeno. Una delle soluzioni potrebbe essere la sterilizzazione delle acque di zavorra e una politica di risanamento delle aree con alta intensità di traffico marittimo.

A cura di Tiziana Bosco

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