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pubblicato il 29 gennaio 2013 in aria

Rio+20: il futuro che vogliamo?

Rio+20: aspettative e delusioni
Si è concluso da pochi giorni il tanto atteso appuntamento con la conferenza mondiale sullo sviluppo sostenibile: Rio+20 – United Nations Conference on Sustainable Development (UNCSD), a 20 anni dallo storico vertice della terra che si tenne a Rio nel 1992, e a 20+20 anni dalla conferenza sull’ambiente di Stoccolma, che pose le basi per le politiche ambientali a livello internazionale.
Certo: le aspettative erano tante. L’appuntamento voleva tradursi in un piano concreto dei Governi verso un’economia globale più sostenibile, radicato nelle convenzioni nate e sviluppatesi negli ultimi 20 anni per affrontare le più urgenti sfide globali. Ma in questo tempo di crisi era forse prevedibile che il vertice non sarebbe riuscito ad ottenere degli impegni vincolanti dei Governi sui temi più scottanti – energia, clima, uso della terra e biodiversità. Il vertice è stato disertato dai principali Capi di Stato, reduci dal G20 in Messico. Nei giorni del vertice i decisori europei dichiaravano che la sostenibilità per i paesi europei doveva tradursi in una crescita non drogata dal debito pubblico, mettendo in luce come la priorità e il focus delle politiche europee sia evidentemente sull’asse economico della sostenibilità.
Nonostante l’avvento di internet e l’incredibile progresso del multimediale degli ultimi 20 anni, la novità delle app su Rio+20, e la facilità di oggi nell’accesso alle informazioni e al dialogo,  Rio +20 non è riuscito a replicare il successo mediatico di Rio nel 1992, e – soprattutto in ambito europeo – ha addirittura avuto una scarsa risonanza sulla stampa.
A Rio 2012 si è ottenuta essenzialmente una dichiarazione di principi, che rinvigoriscono i principi sanciti 20 anni or sono, con maggiore enfasi sul sociale e forse qualche progresso, ma decisamente poco rispetto alle aspettative. Il tutto è contenuto nel documento: The future we want, Il futuro che vogliamo.
Già le versioni preliminari del documento, discusse nelle fasi pre-negoziali, avevano animato le proteste della società civile, degli Organismi Non Governativi, e delle comunità indigene, che avevano richiesto di rivedere il testo del documento inserendo obiettivi più ambiziosi. Fra i tanti obiettivi mancati:  i tagli e le riduzioni dei sussidi ai combustibili fossili nei paesi OECD – per mitigare il cambiamento climatico e liberare risorse per affrontare le sfide del clima e dell’energia; la legittimazione del diritto delle donne alla riproduzione;  la difesa degli oceani dalla pesca in eccesso – con la creazione di riserve protette; l’azzeramento della fame nel mondo; la centralità delle politiche sull’uso della terra – con l’azzeramento del degrado netto della terra e delle foreste entro il 2030 – e delle politiche per affrontare la siccità; progressi nella definizione dell’ammontare e delle modalità di allocazione dei fondi di aiuto allo sviluppo.
I commenti usciti sulla stampa da parte degli osservatori internazionali sono stati molto critici. La stampa italiana riportava le seguenti dichiarazioni: per Oxfam “Rio passerà alla storia come il vertice della beffa. Sono venuti, hanno parlato, ma non hanno agito”. Per il Wwf è “un’occasione sprecata”. Il Direttore Generale del WWF internazionale ha dichiarato: “Rio+20 era una Conferenza sulla vita; sulle future generazioni; sulle foreste, gli oceani, i fiumi e i laghi da cui tutti noi dipendiamo per avere cibo, acqua ed energia. Era una Conferenza per affrontare la pressante sfida di costruire un futuro che ci possa sostenere. Sfortunatamente i leader del pianeta riuniti qui hanno perso di vista questa urgente motivazione. Ma l’urgenza di agire non è cambiata. E la buona notizia è che lo sviluppo sostenibile è una pianta che ha messo radici; crescerà nonostante la debole leadership politica qui a Rio. Abbiamo visto dei leader farsi avanti a Rio, semplicemente non è stato nell’ambito dei negoziati: un’emozionante leadership cresce nelle comunità, nelle città, nei governi e nelle imprese che stanno gettando le fondamenta per proteggere l’ambiente, alleviare la povertà e portare il pianeta verso un futuro più sostenibile”
Per il Climate Action Network “il verdetto dei climatologi è molto chiaro: abbiamo pochissimo tempo per diminuire le emissioni dei gas serra che minacciano la stabilità del clima. Non possiamo permetterci conferenze in cui non si decide nulla e si rimandano gli impegni”.
Le severe critiche sono state tuttavia ammorbidite dalle dichiarazioni più ottimiste di alcuni Capi di Stato e dello stesso Segretario delle Nazioni Unite  Ban-Ki-moon nella fase di chiusura dei negoziati. Se all’apertura dei negoziati Ban-Ki-moon aveva riconosciuto la debolezza del documento in discussione, al termine dei negoziati ha dichiarato che: “Il summit è stato un grande successo per la comunità internazionale. Il documento finale contiene raccomandazioni molto ambiziose rispetto ai tre pilastri che sostengono i nostri obiettivi: equità sociale, sviluppo economico e sostenibilità. Si possono avere opinioni differenti ma ormai il concetto di sviluppo sostenibile è qualcosa che è entrato a far parte della nostra visione del mondo”.
Il Segretario di Stato Americano Hillary Clinton, sostenitrice della battaglia sul diritto delle donne alla riproduzione, ha comunque affermato che “La dichiarazione finale segna un’avanzata dello sviluppo sostenibile”. Sulla scia della positività e di un’iniezione di fiducia per il futuro, anche il nostro Ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha dichiarato che: “L’Italia accoglie con favore il documento conclusivo della conferenza, e preferisce vederlo come un nuovo capitolo di un rinnovato impegno comune. E’ un cammino che in Europa proseguirà con il prossimo Consiglio Ue in cui si stabilirà il rapporto tra gli obiettivi di crescita e quelli di rafforzamento della green economy”. Nella varie dichiarazioni il Ministro Clini ha sottolineato l’importanza della condivisione del modello di  green economy come strumento per la sostenibilità, e dell’enfasi posta sulla ricerca di indicatori di sostenibilità ‘oltre il PIL’.
Al di là di queste singole dichiarazioni, animate da diverse esigenze istituzionali e politiche, in genere gli osservatori internazionali – in primis come già visto il WWF internazionale – hanno denunciato una mancanza di leadership politica, di una vera visione politica, e dell’impegno concreto dei Governi sui programmi futuri. Consapevolezza, analisi sui problemi e sugli strumenti per affrontarli non mancano. Manca invece la capacità di programmare e mettere in atto un impegno comune, e differenziato, verso degli obiettivi condivisi.

Qualche numero su Rio
Se guardiamo ai numeri, i  numeri ci dicono che Rio + 20 è stata la più grande conferenza mai organizzata dalle Nazioni Unite. E stime del WWF ci dicono che l’intera macchina che ci ha portato a Rio sia costata più di 150 milioni di $US!
Nell’arco di una decina di giorni si sono tenuti migliaia  di eventi.
Quasi 50.000 partecipanti, delegazioni da 188 paesi, più di 100 Capi di Stato e Governi, poco meno di 10.000 Organismi Non Governativi, e 4000 testate hanno preso parte alla Conferenza.
I documenti ufficiali riportano che in seno alla Conferenza sono stati mobilizzati 513 miliardi di $US in impegni per lo sviluppo sostenibile, nell’area dell’energia, dei trasporti, della green economy, della riduzione dei disastri naturali, della desertificazione, dell’acqua, delle foreste e dell’agricoltura.
Al momento della stesura di questo articolo sono stati registrati 712 impegni volontari per lo sviluppo sostenibile da parte di governi, mondo del business, accademia e società civile.

L’outcome di Rio+20
In che cosa consiste effettivamente la dichiarazione di principi e obiettivi contenuta nel documento prodotto dal nuovo vertice? Il documento è molto ampio, contiene 283 paragrafi, che in questa sede non possiamo raccontare nel dettaglio. Possiamo però percorrerne insieme i passaggi più importanti.
Ne ‘Il futuro che vogliamo’ i Capi di Stato rinnovano il proprio impegno per uno sviluppo sostenibile, che integri la dimensione economica, sociale ed ambientale dello sviluppo, ponendo l’accento sull’urgenza di estirpare la povertà, garantire l’equità – anche di genere –  la tutela dei diritti umani e la democrazia, come condizioni necessarie per la sostenibilità. I temi della Conferenza di Rio 2012: la green economy  nel contesto dello sviluppo sostenibile e dell’estirpazione della povertà, e il contesto istituzionale per lo sviluppo sostenibile, rimangono gli strumenti prioritari della comunità internazionale per perseguire la sostenibilità. Il documento pone molta enfasi sull’urgenza di combattere ed eliminare la povertà, accelerando gli sforzi verso gli obiettivi del Millenium Development Goals, e attribuendo molta importanza alle politiche sull’uso della terra per garantire la sicurezza alimentare.
L’unica strada per affrontare le grosse sfide globali, profondamente intrecciate, è quella dell’integrazione e della coerenza nell’implementazione delle decisioni prese nei diversi Summit sulla sostenibilità, con la premessa che gli impegni già presi devono essere mantenuti.
Il documento riconosce inoltre: la necessità di lavorare su indicatori di sostenibilità che vadano ‘oltre il PIL’; il ruolo cruciale di tutti gli attori e portatori di interessi nella lotta per la sostenibilità – dai Governi alle istituzioni & comunità locali, alla società civile e ai cittadini, ai lavoratori,  senza esclusione di gruppi di genere, età, razza, estrazione sociale e politica; l’importanza del coinvolgimento sia del settore pubblico che del settore privato per conseguire uno sviluppo sostenibile, e in particolare della partnership pubblico-privato; il ruolo chiave del mondo del business e dell’industria, capace di intraprendere pratiche più responsabili, come quelle promosse dal UN Global Compact; ed il ruolo altrettanto fondamentale della comunità scientifica e tecnologica – sia nel progresso della conoscenza, che nel supporto al trasferimento di sapere e tecnologie pulite ai paesi più poveri – e dell’interfaccia fra scienza e politiche;  l’importanza dell’educazione e della formazione sulla sostenibilità, anche sul lavoro; il ruolo centrale delle Nazioni Unite, ma anche l’importante contributo di altre organizzazioni internazionali rilevanti, incluse le banche multilaterali di sviluppo e le altre istituzioni finanziarie internazionali, capaci di mobilizzare risorse per lo sviluppo sostenibile; l’impegno a rafforzare UNEP (il Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite) come autorità di riferimento globale sui temi ambientali;  il rispetto della sovranità nazionale sulle risorse naturali e comunque l’importanza della partecipazione dei paesi in via di sviluppo nella definizione della futura agenda per la sostenibilità; la necessità di una programmazione più integrata e coerente in ambito nazionale, interregionale  e internazionale sui temi della sostenibilità, con il coinvolgimento degli attori rilevanti a più livelli. A questo riguardo il documento identifica un’iniziativa di successo interregionale nel Green Bridge Partnership Programme, con partecipazione volontaria e aperta a vari tipi di partners.
Temi e settori cruciali sono: il cibo, l’acqua, l’energia, il turismo sostenibile, i trasporti e la mobilità sostenibili, le città sostenibili, la salute, demografia e migrazione del lavoro, i mari e gli oceani,
il supporto alle Piccole Isole (Small Island States), e all’Africa, unitamente a sforzi su altre aree regionali più vulnerabili, la riduzione del rischio legato ai disastri naturali, il cambiamento climatico, la biodiversità, la desertificazione, il degrado della terra e la siccità, le regioni montuose, i rifiuti e i prodotti chimici, l’educazione, l’eguaglianza di genere ed il rafforzamento del ruolo delle donne.
Gli strumenti per l’implementazione dell’Agenda 21 di Rio 1992 vengono confermati.
Rispetto alle risorse finanziarie necessarie per l’implementazione dei diversi programmi per la sostenibilità, viene concordato di istituire un processo intergovernativo – con il supporto tecnico del sistema delle Nazioni Unite – per valutare gli effettivi bisogni finanziari, considerare l’efficacia, la coerenza e le sinergie degli strumenti esistenti, e valutare iniziative aggiuntive. Un comitato intergovernativo, costituito da 30 esperti, con una equa rappresentazione regionale,  implementerà questo processo che avrà scadenza nel 2014. Il documento riconosce come cruciale l’adempimento agli impegni di aiuti per lo sviluppo (ODA) da parte dei paesi industrializzati – cioè stanziare lo 0,7% del PIL ai paesi in via di sviluppo e lo 0,15-0,20% del PIL ai paesi più poveri tra i paesi in via di sviluppo entro il 2015- e una crescente attenzione alla trasparenza e alla qualità degli aiuti.
Riconosce inoltre il ruolo chiave del GEF (Global Environmental Facility Fund), e di meccanismi finanziari innovativi.
In sostanza, il documento identifica obiettivi e strumenti cruciali per promuovere uno sviluppo sostenibile, identificando sinergie e potenziali trade-off fra i programmi e le politiche esistenti. Pochi tuttavia sono i passaggi veramente innovativi dell’outcome di Rio+20 – sui temi più caldi e urgenti – sia negli strumenti che nei target.

Le iniziative ‘da premiare’: una strada per il futuro
Come sempre accade in occasione di questi grossi vertici, tante opportunità possono nascere dagli incontri e dal dialogo fra istituzioni. In particolare a livello Governativo tante opportunità possono nascere dagli incontri bilaterali, o anche regionali. Fra le iniziative ‘da premiare’ nate a Rio+20 citiamo un accordo che coinvolge il nostro Paese. Il nostro Ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha, infatti, firmato con il Brasile un accordo bilaterale per promuovere nei paesi in via di sviluppo la diffusione dell’energia sostenibile. L’accordo, che sancisce cinque anni di collaborazione fra Italia e Brasile nella co-presidenza della GlobalBioEnergy Partnership, prevede iniziative congiunte nel settore delle nuove energie pulite. Le imprese italiane affiancheranno imprese brasiliane in progetti di investimento in energie pulite in  paesi in via di sviluppo come il Mozambico, l’Etiopia e Paesi dell’Africa Occidentale – dove il Brasile è già presente – ed in altre regioni, per favorirne la crescita economica e lo sviluppo con tecnologie più ‘amiche’ dell’ambiente.
L’intesa raggiunta dal Governo italiano con il Brasile  l’esempio di una delle possibili iniziative bilaterali che coniugano obiettivi di business con obiettivi di sviluppo sostenibile e lotta contro la povertà nei paesi del Sud del mondo. Iniziative di questo tipo sono benvenute, perché possono contribuire a creare un ponte fra un disegno globale delle politiche per la sostenibilità e programmi più micro – più concreti –  a livello di regione, Paese, o addirittura locale. Per attuare dei progetti concreti è necessario che si creino delle condizioni cosiddette win-win, che permettano ai Governi ed al settore privato di investire in progetti economicamente convenienti che arrechino mutui benefici – ambientali sociali ed economici – anche ai settori ed ai paesi di destinazione degli investimenti. Perché tutto questo funzioni giocheranno un ruolo chiave: la conoscenza del territorio, della cultura e delle comunità locali, l’approccio partecipativo, il coinvolgimento degli stakeholders rilevanti, il partenariato pubblico-privato, e l’integrazione – negli obiettivi, negli strumenti e  nei contenuti dei programmi e dei progetti.
Se la leadership per la sostenibilità davvero sta crescendo a livello di comunità, imprese e Governi che attraverso iniziative e progetti concreti stanno costruendo le radici di un futuro più sostenibile, forse il disegno da seguire è quello di percorrere strade multiple. Quello di integrare sempre di più nel contesto istituzionale globale per la sostenibilità iniziative multilaterali, bilaterali, e bottom-up, ovvero ‘nate dal basso’ – dalle specifiche esigenze locali o di settore – fondendo pubblico e privato in partnership capaci di generare le risorse necessarie per affrontare le sfide del futuro che vogliamo.

A cura di Alessandra Goria

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