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pubblicato il 5 maggio 2012 in aria

Rio e la lotta contro la desertificazione

Le Convenzioni di Rio: focus sulla UNCCD
A Rio furono identificate altre due grosse sfide per lo sviluppo sostenibile, strettamente intrecciate con la sfida climatica: la lotta contro la desertificazione e contro la perdita di biodiversità.  Esse videro la nascita delle altre due note convenzioni delle Nazioni Unite: la Convenzione Quadro per Combattere la Desertificazione (UNCCD, United Nations Convention to Combat Desertification) istituita ufficialmente nel 1994, e la Convenzione per la Biodiversità (CBD, Convention on Biological Diversity) – entrata in vigore nel 1993.
Anche se in questi 20 anni le politiche per il clima hanno catalizzato l’attenzione dei Governi, dei media e della società civile, il disegno delle  politiche nell’ambito delle due convenzioni ‘sorelle’ si è sviluppato parallelamente al disegno delle politiche per il clima, evidenziandone le sinergie e i potenziali trade-off. Dal momento che le dinamiche sull’uso della terra, il clima e la biodiversità sono fortemente interconnesse, le tre Convenzioni collaborano per rispondere con un approccio integrato alle più urgenti sfide globali, con l’intento di preservare e utilizzare nel modo migliore  le risorse naturali del nostro pianeta.
I Paesi firmatari della Convezione per Combattere la Desertificazione lavorano insieme per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni che vivono nelle aree aride a rischio di desertificazione, e per mantenere e ripristinare la produttività della terra e del suolo, mitigando gli effetti delle carestie. Nella strategia della Convenzione adottata nel 2007 per il decennio 2008-2018, i Paesi firmatari hanno specificato i seguenti obiettivi: “disegnare una partnership globale per contrastare e prevenire la desertificazione ed il degrado della terra e mitigare gli effetti della carestia nelle aree colpite, in modo da facilitare la riduzione della povertà e la sostenibilità ambientale”.
La UNCCD è particolarmente attenta a promuovere un approccio bottom-up, volto a incoraggiare la partecipazione della popolazione locale nel combattere la desertificazione e il degrado delle terre, e a facilitare la cooperazione Nord-Sud, soprattutto riguardo al trasferimento di tecnologia e conoscenze per la gestione sostenibile della terra.
Abbiamo già messo in luce nei due articoli precedenti le criticità delle politiche per il clima, legate non solo ai divari nord-sud in termini di responsabilità storiche e vulnerabilità socio-economica, ma anche all’incertezza sul fronte della scienza del clima. Vediamo ora quali sono le principali sfide e criticità sul tema della desertificazione1: tema sicuramente meno conclamato ma  altrettanto cruciale per la sostenibilità.

NOTA 1: L’articolo si basa su un precedente lavoro dell’autore: ‘La desertificazione, i costi dell’inazione e la valutazione delle opzioni di adattamento al cambiamento climatico’, di G. Gambarelli, C. Giupponi, A. Goria, APAT-CMCC,  Conferenza Nazionale sul Clima, 2008

La complessità del processo di desertificazione: cause antropiche e climatiche
Definizioni

La desertificazione consiste in un processo di “degrado delle terre nelle zone aride, semi-aride e sub-umide secche provocato da diversi fattori, tra i quali le variazioni climatiche e le attività umane”, laddove le zone aride, semi-aride e sub-umide secche sono rappresentate da quelle “aree, escluse le artiche ed antartiche, nelle quali il rapporto tra le precipitazioni annuali e l’evapotraspirazione potenziale si situa nell’intervallo tra 0,05 e 0,65” (UNCCD, 1994). La UNCCD caratterizza la desertificazione con la “diminuzione o scomparsa della produttività biologica o economica e della complessità delle terre coltivate non irrigate, delle terre coltivate irrigate, dei percorsi, dei pascoli, delle foreste o delle superfici boschive in seguito all’utilizzazione delle terre o di uno o più fenomeni, segnatamente di fenomeni dovuti all’attività dell’uomo e ai suoi modi di insediamento, tra i quali:
i) l’erosione del suolo provocata dal vento e dall’acqua;
ii) il deterioramento delle proprietà fisiche, chimiche, biologiche o economiche dei suoli;
iii) la scomparsa a lungo termine della vegetazione naturale.”
Complessità
La desertificazione è dunque imputabile sia a fenomeni naturali – come il clima e il connesso ciclo dell’acqua – sia antropici – ovvero all’uso delle risorse ed in particolare alle modalità con le quali la gestione della risorsa suolo interagiscono con il ciclo dell’acqua.
Mentre altre attività dell’uomo responsabili dell’effetto serra permettono di identificare più facilmente una relazione univoca fra emissioni di gas serra prodotte => variazioni climatiche => e impatti, nel caso della desertificazione –  data la sinergia di fattori climatici ed antropici- è più difficile identificare la sequenza delle determinanti del processo. La co-azione di determinanti antropiche e naturali, cui i cambiamenti climatici contribuiscono in modo diretto, ma anche e soprattutto indiretto, appare evidente in primo luogo attraverso il bilancio dell’acqua e le sue interazioni con il comparto suolo (siccità, erosione, ecc.). La desertificazione, infatti, è strettamente connessa a caratteristiche climatiche quali l’aridità, la siccità e la potenza erosiva delle precipitazioni. Dunque, una variazione di questi fattori in un certo contesto territoriale a seguito di cambiamenti climatici implica inevitabilmente variazioni dell’intensità con cui i fenomeni di desertificazione si manifestano, alterando ulteriormente le variabili climatiche. Tali dinamiche generano effetti di perturbazione del sistema a cascata, che, interagendo con le condizioni di vulnerabilità del luogo, causano un aggravarsi del degrado del suolo e dei processi di desertificazione, come illustrato nella Figura “Natura del fenomeno della desertificazione”. Se in passato veniva posta una maggiore enfasi sul ruolo dell’azione dell’uomo,  nel terzo rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, 2001), l’analisi della letteratura scientifica disponibile non riusciva a chiarire le dinamiche fra questi due fattori determinanti. Il rapporto sottolineava il ruolo di pratiche agricole e di pascolo non sostenibili, e della deforestazione come principali cause della desertificazione. Rispetto ai cambiamenti climatici, il rapporto metteva in luce come la desertificazione comportasse degli impatti sul clima, attraverso l’aumento della temperatura sulla superficie della terra conseguente a cambiamenti nella vegetazione, o a causa degli effetti del cambiamento nel potere di assorbimento del carbonio o delle emissioni di metano nelle aree desertificate, e ne enfatizzava dunque il contributo ai cambiamenti climatici.
Il quarto e più recente rapporto IPCC (4AR, 2007) evidenzia che ‘il cambiamento climatico e la pressione antropica legata all’utilizzo della terra probabilmente comportano impatti sinergici sugli ecosistemi e sulle specie delle aree desertiche, che potrebbero essere compensati almeno in parte da benefici in termini di produttività della vegetazione e sequestro del carbonio dovuti all’aumento della CO2 in atmosfera. L’effetto netto di questi trend con un’elevata probabilità varierà fra regioni. Il rapporto dunque, pur chiarendone le dinamiche, illustra un quadro molto incerto sull’entità degli impatti reali e sulla distribuzione degli impatti del cambiamento climatico sulla desertificazione nelle diverse regioni del mondo.
Se fino ad oggi la ricerca si è concentrata su due filoni distinti, rispettivamente sul tema della desertificazione e del degrado delle terre e sul tema dei cambiamenti climatici – ambito di studio decisamente più consolidato- le politiche invocano un approccio integrato, che richiederà grossi sforzi di ricerca nella direzione di una valutazione integrata di questi fenomeni.

Dimensione economica e sociale della desertificazione
I principali effetti della desertificazione riconosciuti in letteratura si traducono in una diminuzione della fertilità del suolo, della sua capacità di ritenzione idrica, e della produttività della vegetazione, con una conseguente riduzione  dei raccolti in agricoltura, dei rendimenti del bestiame, della biomassa boschiva e della biodiversità della vegetazione.  Tali effetti, portando a pratiche di uso della terra sempre meno sostenibili, possono a loro volta esacerbare ulteriormente il processo di desertificazione.
Oltre agli impatti diretti appena menzionati, i processi di desertificazione possono portare a tutta una serie di impatti socio-economici indiretti, che ovviamente dipenderanno dalle caratteristiche locali. La figura “Possibili impatti della desertificazione” rappresenta molti fra i possibili effetti della desertificazione, distinguendo fra impatti fisici, socio-economici diretti e socioeconomici indiretti. Dalla figura sono facilmente intuibili alcuni importanti aspetti:

  • alcuni impatti sono molto più facilmente quantificabili di altri: ad esempio, dare un valore alla perdita di produttività in agricoltura in seguito al degrado del suolo è relativamente più facile rispetto a quantificare l’effetto sulla perdita di biodiversità;
  • alcuni impatti indiretti sono il risultato di un insieme complesso di “forze di pressione” che, sommate alla desertificazione, portano ad un determinato risultato: ad esempio, conflitti sociali per l’uso dell’acqua sono sicuramente il risultato della scarsità d’acqua, esacerbata dalla desertificazione, ma anche di cattive pratiche di gestione, quali il mancato utilizzo di sistemi irrigui efficienti, coltivazione di specie che necessitano di un elevato apporto di acqua, perdite nelle condutture, prelievi abusivi, ecc.;
  • alcuni impatti hanno effetti non solo all’interno dell’area circoscritta interessata dalla desertificazione, ma arrivano ad interessare aree limitrofe – come nel caso della migrazione di persone dalla campagna alla città – o addirittura ad avere effetti globali – come nel caso della perdita di biodiversità;
  • alcuni impatti della desertificazione, quali la perdita della copertura vegetale, anche in seguito ad incendi, hanno effetto anche sul sequestro di carbonio e quindi sul fronte della mitigazione dei cambiamenti climatici. Se a livello locale l’effetto negativo sulla mitigazione è sicuramente trascurabile, a livello globale il problema assume una certa rilevanza.

Da queste brevi riflessioni emergono le difficoltà che una valutazione d’impatto comporta nel caso della desertificazione, legate non solo al concorso di fattori antropici e climatici nel determinare il fenomeno, ma anche alla molteplicità di effetti economici e sociali del fenomeno stesso. La complessità di queste dinamiche rende difficile anche scelta delle politiche, complicata dal fatto che le politiche per combattere la desertificazione possono contribuire sia a strategie di adattamento che di mitigazione al cambiamento climatico, spesso svolgendo un ruolo ‘misto’.
Le misure per combattere la desertificazione, infatti, generalmente si concentrano sui rapporti suolo-vegetazione e sul ciclo idrologico, e quindi su specifiche politiche ambientali che includono la razionalizzazione dell’uso della risorsa idrica, misure agro-forestali e di difesa del suolo. È evidente che alcune di queste misure, come il recupero del valore produttivo del suolo attraverso la riforestazione, costituiscono, al tempo stesso, misure di mitigazione al cambiamento climatico globale, in termini di riduzione delle emissioni, ma anche di adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici e contrasto alla desertificazione tramite la protezione del suolo e il mantenimento della sua produttività biologica ed economica.
Sempre da fonte IPCC, le due tabelle “Impatti attesi dai cambiamenti climatici nell’area mediterranea ” e “Stime d’impatto collegate alla desertificazione in Europa Meridionale” mostrano la possibile direzione degli impatti attesi nel Sud dell’Europa e le stime disponibili sugli impatti, secondo varie fonti. Come si può osservare, in Europa si stiamo impatti fortemente negativi sulla disponibilità d’acqua e sulla produttività sui settori forestali e agricoli, soprattutto nei periodi estivi, e sulla biodiversità.

Valutazione economica degli impatti del cambiamento climatico
La ricerca economica su clima e desertificazione si è concentrata sulla valutazione del costo d’inazione – ovvero dei danni in assenza di politiche di mitigazione e adattamento.
Data l’interrelazione fra fattori antropici, climatici e ambientali, la stima dei costi di inazione nel contesto della desertificazione richiede un’analisi complessa e necessariamente integrata. La natura fortemente territoriale del problema della desertificazione richiede infatti un approccio che integri le metodologie utilizzate negli studi sugli impatti dei cambiamenti del clima con metodi di valutazione capaci di cogliere gli aspetti fisici, ambientali, sociali ed economici prettamente locali  che caratterizzano il fenomeno della desertificazione. Nella letteratura esistente sono rarissimi gli esempi di metodologie integrate in questa direzione. Infatti, gli approcci tradizionali per il calcolo della desertificazione, descritti di seguito, non sono stati in grado fino ad oggi di integrare in modo dinamico le variabili climatiche.
Un’indagine recente che analizza gli studi condotti a  partire dagli anni ’80 sui costi economici della desertificazione e del degrado della terra (Requier-Desjardins 2006) ha identificato essenzialmente due categorie di approcci metodologici:

  • Una prima categoria che si basa sull’utilizzo di modelli agro-ecologici per la valutazione del processo di erosione del suolo: modelli che si sono sviluppati a partire dagli anni ’60. Il riferimento iniziale era l’Equazione Universale della Perdita di Suolo (Universal Soil Loss Equation-USLE), risultato di una serie di fattori, quali la natura del suolo, delle piogge, della topografia, la copertura vegetale e le pratiche di gestione del suolo. La USLE è utilizzata per prevedere ed analizzare l’erosione, in particolare rispetto alla terra coltivata, ed è stata utilizzata in letteratura in molti modi diversi, a partire dalla formulazione di diverse equazioni per spiegare il degrado del suolo fino alla modellizzazione delle relazioni fra degrado del suolo, perdita di nutrienti nel suolo e quindi della produttività. Identificando queste relazioni è possibile calcolare i costi economici dell’erosione. Questi modelli sono diventati sempre più sofisticati, passando da formule empirico-statistiche a veri e propri modelli che simulano dinamicamente variabili e processi fisici, mettendo in relazione le determinanti ambientali (pioggia, vento, suolo, ecc.) con gli effetti sulla massa del suolo, il contenuto di acqua, ecc., e arrivando a stimare gli impatti in termini di riduzione delle rese ed eventualmente del reddito. Dai modelli di produttività si possono poi stimare, con approcci integrati, dei parametri economici, arrivando a determinare il costo del degrado della terra.  Tuttavia, quest’approccio si limita generalmente a stimare i costi della desertificazione alla scala di campo coltivato, trascurando gli impatti a scala di sistema agro-silvo-pastorale, ad esempio su attività legate al pascolo ed alle foreste. Inoltre quest’approccio non riesce a valutare gli impatti sui servizi ecologici offerti dagli ecosistemi vulnerabili alla desertificazione, quali ad esempio la biodiversità, l’equilibrio nei cicli dei nutrienti e dell’acqua nel suolo, la funzione di produzione di cibo, legna etc..
  • Una seconda categoria metodologica sfrutta un approccio geografico o ‘spaziale’ basato su dati sull’uso del suolo. In base a quest’approccio l’area rurale oggetto dello studio d’impatto è divisa secondo le sue principali funzioni economiche, quali: aree destinate a raccolti – irrigate e non-irrigate, aree di pascolo per il bestiame, e foreste utilizzate per la produzione di legna e di prodotti non legnosi. Applicando un tasso di riduzione nella produttività di queste aree, si ottengono le perdite totali nella produzione del sistema territoriale agro-silvo-pastorale. Le valutazioni relative ai tassi di riduzione della produttività dipendono dallo stato della desertificazione che si osserva, in base a dati o giudizi di esperti locali.

Entrambi gli approcci, parziali se presi individualmente, potrebbero essere estesi alla valutazione di tutti i costi diretti e degli impatti indiretti della desertificazione, tenendo conto anche delle esternalità e dei servizi ecologici offerti dalle terre vulnerabili, e potrebbero essere affinati  attraverso un’integrazione  con i metodi di analisi utilizzati per la stima dei costi di inazione al cambiamento climatico, utilizzandone anche gli scenari climatici, sociali ed economici nella direzione di un approccio dinamico integrato.
Per la valutazione delle strategie di adattamento alla desertificazione, sulla quale ad oggi la ricerca economica si è concentrata meno, sono disponibili essenzialmente tre categorie metodologiche principali:  analisi costi-benefici, analisi costi-efficacia, analisi multicriteriale, tradizionalmente utilizzate per la valutazione economica di politiche e programmi.
In base all’analisi costi-benefici una misura di adattamento viene valutata attraverso l’identificazione, la quantificazione e monetizzazione dei costi e dei benefici associati alla misura in esame. Questa procedura è utilizzata nella stragrande maggioranza dei casi nelle valutazioni economiche di impatto dei cambiamenti climatici. Le sue applicazioni per la valutazione di strategie di adattamento sono invece meno comuni e generalmente confinate a quei determinati settori d’impatto, quali l’innalzamento del livello del mare, consumi energetici, ecc., che presentano minori problematiche applicative rispetto al dominio della desertificazione.
L’analisi costi-efficacia parte invece da un obiettivo predeterminato e indaga, fra tutti i possibili modi di raggiungerlo, quello meno costoso. Rispetto all’analisi costi-benefici, questo metodo permette di risolvere molti dei problemi di incertezza relativi alla quantificazione dei benefici, per il semplice motivo che i benefici non devono essere valutati, ma vengono considerati come un dato esogeno. Accentua invece il problema della determinazione dell’efficacia delle misure di adattamento rispetto alla riduzione degli impatti attesi, in quanto è necessario assegnare ad ogni opzione considerata una sorta di punteggio numerico che rispecchi il suo grado di efficacia – utilizzando un’unità di misura fisica oppure un numero su una scala numerica fittizia, ad es. da uno a dieci.
Infine, l’analisi multicriteriale si riferisce ad un approccio che ha lo scopo di determinare una preferenza complessiva fra diverse alternative, dove ogni alternativa è valutata sulla base della sua performance rispetto ad un insieme di criteri decisionali. Rispetto all’analisi costi-efficacia, l’analisi multicriteriale permette di considerare simultaneamente più obiettivi, dove ogni obiettivo viene descritto da un numero più o meno grande di criteri. L’analisi multicriteriale è particolarmente indicata quando, oltre a criteri strettamente economici, anche fattori difficilmente quantificabili sono importanti nella decisione, in quanto questo approccio permette di utilizzare misure qualitative anziché quantitative. La problematica principale è la stessa dell’analisi costi-efficacia, con l’importante differenza che qui l’efficacia di ogni alternativa considerata deve essere giudicata rispetto a non uno, bensì multipli obiettivi, essendo quindi in grado di tenere conto di più criteri decisionali.
Nel caso dell’adattamento alla desertificazione, la scelta della metodologia dipenderà dalla scala di riferimento necessaria, privilegiando l’analisi costi-efficacia e l’analisi multi-criteriale a livelli di scala più micro, ovvero locale.

Verso Rio +20
Da questa breve rassegna sulle criticità e sulla complessità della valutazione economica degli impatti e delle azioni per combattere la desertificazione, emerge ancora più chiaramente la necessità di adottare un approccio integrato, sia nei metodi di analisi, che nel disegno delle politiche per la desertificazione nel contesto della sostenibilità.
Anche le politiche di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico, per rispondere a criteri di efficienza, efficacia ed equità, dovranno incorporare la valutazione di strategie per combattere la desertificazione, oltre che per tutelare la biodiversità.
Un recentissimo rapporto, preparato dalla comunità di esperti internazionali per la UNCCD2,  denuncia proprio come la scarsa attenzione alla risorsa ‘terra’ sia il tassello mancante  per raggiungere uno sviluppo sostenibile. Il rapporto sostiene che trovare un accordo su di un obiettivo per la gestione sostenibile della terra a Rio+20 sia un pre-requisito per garantirsi acqua, cibo ed energia nel futuro. A fronte di una domanda di cibo che si stima debba crescere del 50% entro il 2030, e di una domanda di energia e acqua che cresceranno rispettivamente del 45 e 30%, si renderebbero necessari 120 milioni di ettari in più di terra produttiva, in grado di sostenere la produzione di cibo richiesta. Il rapporto dichiara che ogni anno circa 12 milioni di ettari di terra produttiva vengono persi a causa del degrado della terra e della desertificazione. Sulla stessa quantità di terra si potrebbero crescere 20 milioni di tonnellate di cereali. A livello globale, si stima che il degrado della terra impatti sulla vita di 1 miliardo e mezzo di persone.  E dal momento che l’uso della terra continua ad essere al centro della competizione fra agricoltura, foreste, allevamento del bestiame, produzione di energia, urbanizzazione ed estrazione di materie prime, si rendono sempre più necessarie politiche che mettano l’uso della terra al centro di un percorso verso la sostenibilità.
La comunità scientifica presenterà a Rio+20 la proposta di raggiungere un obiettivo di degrado ‘netto’ della terra pari  a zero entro il 2030, e sempre entro il 2030 un obiettivo di degrado ‘netto’ delle foreste pari a zero, oltre all’obiettivo di implementare politiche per affrontare la siccità in tutti i paesi più a rischio entro il 2020.  Sempre a Rio+20 gli esperti proporranno, in analogia con quanto avvenuto sul fronte del cambiamento climatico:

  • un più solido contesto istituzionale internazionale, quale ad esempio un Protocollo della UNCCD sull’uso della terra e del suolo, per permettere un’azione globale con la rapidità e la scala necessarie;
  • l’istituzione di un Intergovernmental Panel/Platform on Land and Soil,  che svolga la funzione di autorità scientifica internazionale, trasparente e credibile, sul tema
  • la redazione di una valutazione esaustiva sull’economia del degrado della terra.

Valutazione integrata e integrazione delle politiche – uso della terra, degrado del suolo e delle foreste – desertificazione, clima, energia e biodiversità sono le parole chiave delle prossime politiche globali verso la sostenibilità. E il tema desertificazione, ruotando intorno al nodo cruciale dell’uso della terra, non potrà essere ulteriormente trascurato.

NOTA 2: A Sustainable Development Goal for Rio+20: Zero Net Land Degradation, UNCCD, May 2012

A cura di Alessandra Goria

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