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pubblicato il 27 marzo 2012 in aria

Rio e le Convenzioni

La storia dei negoziati sul clima
Negli ultimi anni si è sentito parlare e si è letto molto sul cambiamento climatico.
Il Protocollo di Kyoto, i vertici di Copenhagen, Cancùn, Durban sono i riferimenti sui negoziati sul clima che più recentemente sono comparsi sulla stampa, entrando nelle nostre case e risvegliando la nostra curiosità sul problema dei cambiamenti climatici.
Ma la storia dell’impegno della comunità internazionale sul fronte dei cambiamenti climatici inizia vari decenni or sono.
Già nel 1979 a Ginevra si tenne la prima Conferenza Mondiale sul Clima, che portò alla creazione nel 1988 dell’IPCC, l’Intergovernmental Panel on Climate Change.
L’IPCC è l’ente scientifico internazionale responsabile della raccolta, analisi e sintesi degli ultimi risultati della ricerca sul clima, pubblicati in un rapporto di valutazione che esce   più o meno ogni 5 anni. Il primo rapporto di valutazione è stato pubblicato nel 1990. Oggi siamo in attesa del quinto rapporto che dovrebbe uscire nel 2014.
Sia il primo rapporto dell’IPCC, che la seconda Conferenza Mondiale sul Clima nel 1990 sollecitarono un trattato internazionale sul clima, per il quale ebbe inizio un serrato processo di negoziazione fra i paesi sviluppati, le economie emergenti e i paesi in via di sviluppo.
Dopo una serie di incontri negoziali intermedi, proprio a Rio nel 1992 nacque la UNFCCC,  la Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici, insieme alla altre due convenzioni ‘sorelle’ sulla biodiversità e sulla desertificazione.
Il trattato internazionale sul clima si proponeva di studiare e implementare dei meccanismi di cooperazione per limitare l’aumento della temperatura media globale e per far fronte agli inevitabili impatti del cambiamento climatico già in atto, tenendo conto della vulnerabilità socio-economica e delle responsabilità storiche sulle quantità di gas serra emessi in atmosfera dei paesi firmatari,  che variavano in relazione al livello di sviluppo delle loro economie.
La Convenzione entrò in vigore nel 1994.
Negli anni a seguire si sono regolarmente tenute le conferenze annuali fra i paesi firmatari della Convenzione, le cosiddette COP – Conferences of the Parties to the Convention (la prima ebbe luogo a Berlino nel 1995), intervallate e accompagnate da numerosi incontri di gruppi di lavoro tecnici, e dal lavoro scientifico dell’IPCC.
Un passaggio indubbiamente significativo nella risposta negoziale ai cambiamenti climatici fu l’adozione dell’ormai noto Protocollo di Kyoto, adottato formalmente nel 1997, ed entrato in vigore nel 2005, anche se mai ratificato dagli Stati Uniti: il principale emettitore fra i paesi industrializzati.
Il Protocollo di Kyoto impegna legalmente i paesi sviluppati a specifici obiettivi di riduzione delle emissioni dei gas ritenuti responsabili dell’effetto serra inizialmente definiti per un primo periodo, 2008 -2012, che raggiunge dunque la sua scadenza naturale proprio quest’anno.
Il Protocollo di Kyoto disegna anche gli strumenti economici internazionali volti a rendere meno costoso e più efficace dal punto di vista ambientale il conseguimento di questi obiettivi: il mercato dello scambio dei permessi di emissione- Emission trading, ET- e i meccanismi di investimento in progetti di riduzione delle emissioni attuati dai paesi industrializzati rispettivamente nei paesi in via di sviluppo e nelle economie emergenti- Clean Development Mechanism, CDM e Joint Implementation, JI.
Un altro passaggio importante nella storia dei negoziati è sicuramente segnato dalla pubblicazione nel 2007 del quarto rapporto dell’IPCC, Fourth Assessment Report– 4AR, che offre maggiore evidenza scientifica sui cambiamenti del clima in atto, sulla loro accelerazione, causata in gran parte dal rapido aumento delle emissioni di origine antropica in atmosfera, e sui loro gravi impatti.  Il 4AR dell’IPCC ha  avuto infatti il merito di accelerare il processo negoziale, che in occasione della COP di Bali nel dicembre 2007 ha visto l’adozione della Bali Road Map, in cui sia i paesi sviluppati che i paesi in via di sviluppo hanno deciso di aumentare e velocizzare i propri sforzi per combattere i cambiamenti climatici attraverso una serie di decisioni. La Bali Road Map ha previsto di focalizzare i lavori della comunità scientifica e negoziale su temi cruciali quali la tecnologia, la finanza, l’adattamento e la riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado delle foreste (REDD, i.e. Reduction of Emissions from Deforestation and Forest Degradation), lanciando un processo formale di negoziazioni su azioni cooperative di lungo periodo, volte anche a disegnare il ‘successore’ del Protocollo di Kyoto.
Data la crescente credibilità del sapere scientifico internazionale sui cambiamenti climatici, e le preoccupanti proporzioni del fenomeno, le COP più recenti hanno sollecitato azioni urgenti e incisive, e hanno avuto molta più risonanza mediatica rispetto al passato.
A partire dalla COP di Copenhagen del 2009,  segnata dal disatteso impegno degli Stati Uniti alla ratifica di un accordo vincolante di riduzione delle emissioni,  alla COP di Cancùn nel 2010, e all’ultima COP di Durban nel 2011, sono stati fatti alcuni progressi su temi cruciali. Innanzitutto rispetto al disegno di un futuro accordo globale sul clima – con la dichiarazione di impegni di riduzione volontari delle emissioni anche da parte delle economie emergenti fra i paesi poveri, quali Cina, India e Brasile – e secondariamente rispetto alla finanza per il clima, cruciale per l’attuazione di effettive azioni di riduzione delle emissioni e di adattamento ai cambiamenti climatici.
A Copenhagen in particolare la comunità internazionale si è impegnata a contenere l’aumento della temperatura entro i + 2° celsius rispetto all’era pre-industriale: obiettivo che, come vedremo più nel dettaglio in seguito, è probabilmente poco realistico.
Le decisioni prese a Copenhagen e Cancùn sono state formalizzate rispettivamente negli Accordi di Copenhagen e di Cancùn e a Durban, nel dicembre scorso, i negoziati hanno fatto progressi rispetto alla loro implementazione.
Durban ha avuto degli esiti inaspettati  sia nel concordare una seconda fase di impegno di riduzione delle emissioni dei paesi sviluppati nell’ambito del Protocollo di Kyoto, dal 1 gennaio 2013 a fine 2017 o 2020 (da decidere prossimamente), sia nel promuovere un processo volto alla definizione di un nuovo strumento legale per il controllo delle emissioni in tutti i paesi, sviluppati e in via di sviluppo,  entro il 2015, da implementare nel 2020.
Dunque a Durban si sono ottenuti risultati importanti nella direzione di un  accordo globale e a sostegno dei meccanismi di mercato per la riduzione delle emissioni, entrambi fattori ritenuti cruciali per generare adeguate risorse per la finanza per il clima.
La prossima COP – la 18esima- sarà ospitata dal Qatar a fine 2012.
Il 2012 rappresenta quindi un anno di passaggio importante nello sviluppo del processo negoziale sul clima sia rispetto a un accordo globale che alla finanza: cosa succederà dopo il 2012 – anno di scadenza del primo periodo di impegni del Protocollo di Kyoto e di verifica sulla capacità di generare adeguate risorse finanziarie  per il clima – continua ad essere l’oggetto principale degli attuali negoziati.
E lo stesso 2012 coincide con l’atteso appuntamento di Rio, dove si ridiscuteranno gli impegni dei Governi per la sostenibilità e non si potrà eludere la sfida del cambiamento climatico.

Cosa dice la scienza? Il divario fra gli obiettivi delle politiche e gli scenari futuri
Il percorso negoziale che abbiamo illustrato ha seguito  più o meno a distanza lo sviluppo della ricerca sul clima, sia sul fronte della scienza fisica, che della ricerca economica e delle loro interazioni.
Il problema dei cambiamenti climatici viene spesso identificato con l’effetto serra.
Ma di cosa si tratta esattamente? In quale misura le attività dell’uomo incidono sull’effetto serra e quali sono le sue implicazioni per l’economia e la società?
Il sistema climatico è estremamente complesso, ma in breve si può descrivere come determinato dalle interazioni termo-idrodinamiche fra l’energia che proviene dal sole, l’atmosfera, gli oceani e le acque lacustri e fluviali, le nubi, la superficie terrestre, la copertura nevosa, i ghiacci e la biosfera. L’effetto serra è un effetto di per sé naturale, dettato  dall’assorbimento da parte dei gas serra atmosferici (anidride carbonica, metano e vapore acqueo) di una parte del calore emesso dalla superficie della terra riscaldata dal sole. La maggior parte dell’energia immessa dal sole nel sistema climatico infatti viene assorbita da oceani e  terraferma, e poi in parte restituita nello spazio nella forma di calore, ovvero di radiazioni infrarosse. I gas serra presenti in atmosfera riemettono in ogni direzione l’energia assorbita, riscaldando ulteriormente la Terra.
L’effetto serra di cui sentiamo tanto parlare si riferisce all’amplificazione dell’effetto serra naturale, ed è dovuto all’aumento delle concentrazioni in atmosfera di anidride carbonica (CO2) e altri gas serra, che intrappolano più radiazione infrarossa di quanto avverrebbe naturalmente. Il calore aggiuntivo che ne deriva riscalda ulteriormente l’atmosfera e la superficie terrestre, disturbando gli equilibri del sistema climatico con effetti sull’intero ecosistema. Negli ultimi due secoli le attività antropiche hanno visto una crescita esponenziale delle emissioni dei gas serra in atmosfera, con conseguenti impatti sul sistema climatico e sulla vita sulla Terra.
Una fotografia sui flussi delle emissioni dei gas serra nel 2010 (dati WRI-World Resource Institute), mostra che le emissioni dei gas serra globali provenivano per il 47,9% dal settore  energetico – di cui il 13,5% dai  trasporti e il 24,6% dalla produzione di elettricità e calore –  per il 3,4% da processi industriali, per il 18,2% da attività legate al cambiamento nell’uso della terra – quali attività di afforestazione e deforestazione – per il 13,5% dall’agricoltura e per il 3,6% dal settore dei rifiuti. I gas serra prodotti da questi settori consistevano per il 77% in anidride carbonica, per il 14% in metano, e per l’8% in protossido di azoto. La CO2 è quindi il principale gas serra, ed i settori dell’energia, dell’agricoltura  e delle foreste giocano un ruolo chiave nella produzione di emissioni.
Anche se la scienza del clima è permeata da incertezza, soprattutto per quanto riguarda i tempi e le dinamiche della risposta della complessità del sistema climatico all’aumento della concentrazione dei gas serra in atmosfera, e i conseguenti impatti sull’economia e la società, la ricerca scientifica offre alcune stime e suggerimenti prudenziali per le politiche.
Il citato rapporto IPCC del 2007, 4AR, propone una serie di stime di probabilità sull’aumento della temperatura media globale in relazione all’aumento delle concentrazioni dei gas serra in atmosfera.
dall’IPCC. Il rapporto valuta che per contenere l’aumento della temperatura al di sotto dei 2°C rispetto all’era pre-industriale – obiettivo concordato a Cancùn – con una probabilità del 50%,  le concentrazioni dei gas serra in atmosfera devono stabilizzarsi al di sotto di una soglia limite di 450 particelle per milione (ppm) di CO2 equivalente.  L’unità di misura di CO2 equivalente traduce in un’unica unità il contributo di tutti i gas serra al riscaldamento dell’atmosfera; infatti, se pur con un potenziale di riscaldamento diverso, oltre all’anidride carbonica e al metano altri gas prodotti delle attività umane rientrano nei gas ritenuti responsabili dell’effetto serra: il protossido di azoto, l’esafluoruro di zolfo, i clorofluorocarburi, e il perfluoroetano.
La soglia dei 450 ppm di CO2 equivalente, confrontata con lo stato attuale e gli scenari futuri sulla crescita delle emissioni,  ci dice subito che gli obiettivi delle politiche per il clima sono molto ambiziosi!
Studi recenti mostrano infatti che in assenza di politiche di riduzione delle emissioni negli scenari tendenziali  quella stessa soglia limite si raggiungerà fra oggi e il 2015, e fra il 2040 e il 2060 si raggiungerà addirittura una concentrazione di 650 ppm di CO2eq. – livello compatibile con un aumento della temperatura di + 3° – in crescita esponenziale a fine secolo.
Per riuscire invece a raggiungere l’obiettivo dei +2° negli scenari più ambiziosi il quarto rapporto IPCC indica che l’aumento delle emissioni globali deve essere dimezzato nei prossimi 10-15 anni, e che le emissioni globali devono essere ridotte drammaticamente del 50% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2050.
I risultati dei negoziati rispetto agli impegni di riduzione sono ancora distanti da quest’obiettivo: se il Protocollo di Kyoto contempla degli obblighi di riduzione delle emissioni per i paesi industrializzati entro il periodo 2008-2012 del 5% su scala globale rispetto ai livelli del 1990, a Cancùn, se pur su base volontaria, i paesi sviluppati si sono impegnati a ridurre le emissioni in una misura che varia fra il 20 e il 40% rispetto alle emissioni del 1990 entro il 2020.

I costi dei cambiamenti climatici: equità ed efficienza
Che cosa impedisce un impegno più serio e incisivo da parte dei Governi?
Il grosso problema è come ripartire l’onere della riduzione delle emissioni fra paesi che hanno raggiunto un diverso livello di sviluppo, economico e tecnologico. I paesi più poveri e  le economie emergenti hanno responsabilità storiche minime sull’incremento delle emissioni dei gas serra in atmosfera, ma hanno esigenze di crescita e sviluppo che richiedono grossi e crescenti consumi energetici, e un incremento nell’uso della terra, anche a fronte della forte crescita demografica. A Rio nel 1992, quando nacque la UNFCCC, le emissioni globali della Cina erano meno della metà di quelle degli USA. Cinque anni dopo, quando è stato firmato il Protocollo di Kyoto, il rapporto era ancora poco superiore alla metà. Nei dieci anni seguenti lo scenario è completamente cambiato. Oggi la Cina è il più grande emettitore del mondo, con emissioni superiore di più del 10% di quelle degli USA, e le proiezioni future indicano un gap crescente.
I dati pro capite offrono una prospettiva molto diversa. Se nel 1992 il cittadino cinese medio emetteva il 10% delle emissioni prodotte da un cittadino americano medio, nonostante la rapida crescita economica e la stabilità della popolazione oggi le emissioni pro capite della Cina sono poco più di un quarto di quelle degli USA.  Le proiezioni indicano che questa differenza sarà rilevante  anche nei prossimi decenni, e danno un’idea di quanto sia difficile coinvolgere un Paese come la Cina in un accordo vincolante a livello globale. Ridurre le emissioni senza frenare la crescita comporta infatti dei costi, che si traducono essenzialmente in investimenti per l’efficienza energetica e in nuove tecnologie.
Spesso i Paesi poveri sono anche maggiormente vulnerabili agli impatti attesi del cambiamento climatico, quali la desertificazione, l’innalzamento del livello delle acque del mare – pensiamo alle piccole isole del Pacifico – o eventi estremi come inondazioni o episodi siccitosi. La maggiore vulnerabilità ambientale, sociale ed economica di questi Paesi comporta più elevati costi di adattamento, e trasferimenti Nord-Sud per finanziare interventi di emergenza e azioni locali di adattamento preventivo.
Ma a quanto ammontano i costi dei cambiamenti climatici?
La ricerca economica in materia dice che i costi delle strategie di riduzione delle emissioni – in gergo costi di mitigazione –  necessarie per raggiungere l’obiettivo dei 2°  sono stimati pari a una perdita di PIL (Prodotto Interno Lordo) globale – ovvero il valore della ricchezza prodotta nel mondo- compresa fra il 4 e il 7 %, variando in base alla scelta dello scenario e del tasso di sconto utilizzato.  Per quantificare in termini monetari questi costi in valori assoluti e in un momento nel tempo, in uno dei vari sentieri possibili verso la stabilizzazione delle emissioni per contenere l’aumento della temperatura entro i 2°,  i costi nel 2020 si attesterebbe intorno ai 94 miliardi di US $. Gli strumenti di mercato contemplati nel Protocollo di Kyoto sono stati pensati per garantire maggiore efficienza, e dunque raggiungere gli obiettivi di riduzione a costi minori, ma per essere efficaci devono riuscire a coinvolgere tutti i grandi emettitori, presenti e futuri.
Oltre ai costi di mitigazione, per valutare i  costi complessivi legati ai cambiamenti climatici e’ necessario quantificare anche il valore del danno degli impatti di cambiamenti del clima e i costi di adattamento. A livello metodologico la valutazione economica dei costi complessivi non è semplice perché mitigazione e adattamento hanno dimensione temporali e spaziali diverse: la azioni di mitigazione hanno effetti distanti nel tempo, con benefici globali, mentre le azioni di adattamento sono tipicamente locali e immediate. In presenza di risorse finanziarie limitate e di incertezza, i decisori devono scegliere quali azioni privilegiare, valorizzandone eventuali sinergie.

Un approfondimento sui temi cruciali del dibattito: mitigazione, adattamento e finanza
Mitigazione

La mitigazione nell’ambito del cambiamento climatico è definita dalle Nazioni Unite come un intervento dell’uomo per ridurre le fonti, o aumentare l’assorbimento, dei gas serra, e quindi per ridurre le concentrazioni dei gas serra in atmosfera.
Possiamo immaginarci  l’atmosfera come una vasca da bagno: una parte delle emissioni che ogni anno vengono immesse nell’atmosfera fuoriesce, per assorbimento da parte degli oceani e della biosfera terrestre. Una parte invece resta. Oggi si stima che in un anno circa 30 miliardi di tonnellate di CO2 prodotte dalla combustione di combustibile fossili entrino in atmosfera, e di questi 30 circa 8 miliardi vengano assorbiti dagli oceani e 7 dalle foreste. I 15 miliardi di tonnellate di CO2 restanti ogni anno vanno ad aggiungersi all’atmosfera terrestre. Le emissioni pro capite ammontano a circa 4 tonnellate di CO2 all’anno, calcolate come media globale. Per avere un’idea di quali consumi possano generare questa quantità di emissioni, si pensi che corrispondono a poco più di un volo aereo di andata e ritorno da Milano a San Francisco, o da Milano a Tokyo, oppure al consumo medio annuo di un’automobile che percorra 24.000 km all’anno, con un consumo medio di 5 litri ogni 100 km.  Quindi consumi ampiamente superabili da un cittadino medio che vive nella parte ricca del mondo.
Data l’evidenza sull’aumento delle concentrazioni dei gas serra in atmosfera e le stime sulla risposta del clima offerte dalla comunità scientifica, come illustrato precedentemente la comunità politica internazionale si è posta degli obiettivi stringenti di stabilizzazione delle emissioni, e la mitigazione è assolutamente inevitabile. Secondo la UNFCCC tutti i Paesi devono intraprendere degli sforzi per la stabilizzazione in atmosfera dei gas serra a livelli che prevengano interferenze dannose dell’uomo con il sistema climatico, seppur in base al principio delle ‘responsabilità comuni ma differenziate’, che autorizza i paesi in via di sviluppo ad assumersi impegni diversi dai paesi industrializzati.
L’azione di mitigazione globale nel prossimo futuro dovrà prevedere una revisione dei target di riduzione delle emissioni per i paesi industrializzati ed anche azioni di mitigazione da parte dei paesi in via di sviluppo e delle economie emergenti, supportate da adeguata tecnologia, finanziamenti e attività di capacity-building. Lo sviluppo di tecnologie a basso contenuto di carbonio dovrà essere incentivato giocando un ruolo davvero cruciale nella rivoluzione necessaria nel settore energetico per far fronte alla sfida climatica.
Alcuni esempi concreti di mitigazione includono: l’uso più efficiente dei combustibili fossili per i processi industriali o per la generazione di energia elettrica, la sostituzione di fonti fossili con fonti di energia rinnovabile (energia solare e eolica), l’aumento dell’isolamento degli edifici, l’espansione delle foreste e di altri bacini di assorbimento per rimuovere grandi quantità di CO2 dall’atmosfera, e parallelamente la riduzione della deforestazione, che si stima responsabile di circa il 20% delle emissioni globali di CO2. Efficienza e risparmio energetico, energie rinnovabili, nuove tecnologie per l’assorbimento – quali la sequestrazione  geologica – e il nucleare sono le opzioni studiate dalla comunità scientifica e al vaglio dei decisori.
Adattamento
La mitigazione dunque è inevitabile, ma anche l’adattamento: come ampiamente discusso infatti è ormai improbabile un mondo con una crescita della temperatura al di sotto dei 2°. Ma cos’è esattamente l’adattamento?
L’adattamento è definito dall’IPCC, nel terzo rapporto di valutazione del 2001, come “L’aggiustamento nei sistemi ecologici, sociali o economici in risposta agli stimoli climatici attuali o attesi, e ai loro effetti o impatti […] si riferisce ai cambiamenti nei processi, nelle pratiche o nelle strutture per attenuare o contrastare i danni potenziali o per avvantaggiarsi delle opportunità associate con i cambiamenti nel clima”. L’IPCC distingue fra: adattamento autonomo – ovvero la risposta naturale automatica ad uno ‘shock’; anche i sistemi socio-economici reagiscono in parte in modo autonomo, attraverso possibilità di sostituzioni dettate da segnali di prezzo o di scarsità. E adattamento pianificato – inteso come l’insieme della strategie adatte ad alleviare il danno – dopo che si è materializzato – attraverso adeguate modifiche del sistema socio-economico e ambientale che ha subito gli impatti. L’adattamento pianificato è tipicamente intrapreso da attori del settore pubblico.
Come già accennato, l’adattamento è una politica ormai urgente dati gli impatti del cambiamento climatico già in atto e attesi con sempre maggiore intensità nel corso di questo secolo. Con elevata probabilità ci si aspetta che i cambiamenti climatici determineranno  sempre più episodi di siccità e inondazioni, eventi estremi e innalzamento delle acque del mare, con drammatiche conseguenze per l’economia e la società. I paesi più vulnerabili a questi impatti sono i paesi più poveri, ed in particolare le piccole isole nell’area del Pacifico, che dovranno necessariamente intraprendere azioni di adattamento.
La UNFCCC ha impegnato tutti i paesi a predisporre dei Piani Nazionali di Azione per l’Adattamento (NAPA). Per i paesi in via di sviluppo la redazione di questi piani, aiutata dal piano quinquennale di Nairobi (Nairobi Work Programme on impacts, vulnerability and adaptation to climate change –  Understanding vulnerability, fostering adaptation), dovrebbe aiutare ad identificare progetti di adattamento meritevoli di finanziamento e supporto da parte della comunità internazionale. Cruciale a riguardo sarà la capacità di garantire per l’adattamento dei fondi addizionali rispetto ai fondi già stanziati per lo sviluppo (ODA, Official Development Assistance).
Il Protocollo di Kyoto ha istituito un Fondo per l’Adattamento per finanziare progetti di adattamento nei paesi in via di sviluppo sotto la UNFCCC, che si alimenta con il 2% delle entrare derivanti dai progetti CDM. Si stima che l’ammontare del fondo raggiungerà gli 80-300 milioni di US$ per l’intero periodo 2008-2012. A Durban quest’anno è stato inoltre lanciato il Green Climate Fund, meccanismo operativo finanziario della Convenzione, che si preoccuperà di catalizzare risorse finanziarie non solo per la mitigazione ma anche per l’adattamento.
Finanza
La finanza per il clima è uno dei temi cruciali dei negoziati, perché la dimensione del problema richiede grossi sforzi finanziari, con un contributo sia da parte della finanza pubblica che della finanza privata.
A Durban sono stati fatti alcuni progressi sul fronte della finanza pubblica.
E’ stato infatti ufficialmente lanciato il GCF (Green Climate Fund), la cui istituzione era stata decisa a Cancùn, riconosciuto come l’ente operativo del meccanismo finanziario della Convenzione, e operativo a tutti gli effetti a partire da quest’anno. Il GCF  finanzierà progetti, programmi e politiche  per attività di mitigazione e adattamento nei paesi in via di sviluppo. Anche se non è ancora stato definito un piano per la capitalizzazione del fondo, a Durban è stato approvato un disegno sommario della sua architettura. Oltre al GCF, all’interno del  meccanismo finanziario della Convenzione operano altri fondi speciali in sinergia con altri canali di finanziamento bilaterali, regionali e multilaterali: lo Special Climate Change Fund (SCCF) e il Least Developed Countries Fund (LDCF) – entrambi gestiti dal Global Environment Facility Fund (GEF) – e l’Adaptation Fund (AF), già citato e nato all’interno del Protocollo di Kyoto.
Oltre al lancio del GCF, a Durban i Governi hanno deciso di sottoscrivere per il 2012 un programma di lavoro per la finanza per il clima di lungo periodo (cosiddetta long-term finance),  volto a moltiplicare le risorse finanziarie per il clima dopo il 2012. Negli accordi di Cancùn infatti si reiterava l’impegno dichiarato a Copenhagen di stanziare risorse immediate  (fast-start finance) per il clima in misura pari  a 30 miliardi di US$  entro il 2010-2012, per poi riuscire nel più lungo periodo a generare  100 miliardi di US$ all’anno entro il 2020 (long-term finance).  Il programma per la finanza di lungo periodo intende analizzare i bisogni finanziari reali dei paesi in via di sviluppo legati ai cambiamenti del clima, basandosi in particolare sui risultati del progetto  NEEDS –  sviluppato ad hoc dalle Nazioni Unite –  e intende valutare diverse opzioni  per la mobilizzazione delle risorse finanziarie provenienti da varie fonti, incluse fonti pubbliche e private, bilaterali e multilaterali.  Tutti gli aggiornamenti, i dati e la documentazione su finanza e clima sono disponibili sul portale per la finanza della UNFCCC.
Mentre la finanza pubblica per il clima si sta organizzando, la finanza privata si sta già muovendo. Studi recenti mostrano che la finanza privata supera di gran lunga i fondi pubblici stanziati per il clima, anche se è catalizzata da investimenti in interventi per la mitigazione, primariamente nel settore delle energie rinnovabili, e non necessariamente mirati alla protezione del clima. Una partnership fra finanziatori pubblici e privati, che garantisca un giusto equilibrio fra investimenti per la mitigazione e l’adattamento – anche attraverso canali bilaterali – è auspicabile.
In assoluto risultano comunque importanti: la creazione di un clima di business favorevole agli investimenti, attraverso l’abbattimento delle barriere esistenti in particolare nei paesi poveri; l’utilizzo dei fondi pubblici soprattutto per aiutare le fasi iniziali di finanziamento dei progetti nei paesi poveri, per poi aprire la strada ad ulteriori investimenti privati; lo sviluppo di strumenti innovativi, capaci di attrarre e canalizzare il capitale privato; la promozione di investimenti anche in aree diverse dalle energie rinnovabili – quali ad esempio l’uso e il cambiamento nell’uso della terra, e le attività di forestazione – e per l’adattamento.

A cura di Alessandra Goria

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