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pubblicato il 20 gennaio 2012 in aria

Da Rio a Rio+20

Vent’anni dopo Rio
Nel giugno di quest’anno a Rio de Janeiro si terrà il rinnovato appuntamento con la conferenza mondiale sullo sviluppo sostenibile: Rio+20 United Nations Conference on Sustainable Development (UNCSD), a vent’anni dal primo grosso Summit della Terra (Earth Summit), tenutosi sempre a Rio nel 1992.
Questo breve articolo – che illustra la storia delle politiche per la sostenibilità da Rio ad oggi – è il primo di una serie di articoli che racconteranno i principali risultati conseguiti in questi vent’anni, approfondendo il progresso nell’implementazione delle Convenzioni nate a Rio nel 1992 e le principali sfide per il futuro da affrontare a Rio+20.
L’evento di Rio nel 1992, ufficialmente conosciuto come UNCED (United Nations Conference on Environment and Development), ha rappresentato il primo vero incontro mondiale dei capi di Stato sull’ambiente, ed ha avuto un grossissimo impatto mediatico, preparando la strada alle politiche su ambiente e sviluppo che ci hanno accompagnato nei due decenni passati. Al Summit sulla Terra parteciparono 172 governi e 108 capi di Stato o di Governo, 2.400 rappresentanti di organizzazioni non governative e oltre 17.000 persone aderirono al Forum degli Organismi Non Governativi, esprimendo la forte volontà di impegnarsi per un  futuro più sostenibile del nostro pianeta.

Un dialogo lungo vent’anni
Ma che cosa ha portato al primo grosso Summit della Terra, che cosa si è deciso a Rio, e che cosa è successo dal 1992 ad oggi?
UNCED in effetti ha avuto grande risonanza perché è stato anche il risultato di un processo politico internazionale senza precedenti, che ha cercato sia di stabilire una visione globale dei problemi su ambiente e sviluppo – che portasse alla  definizione di reali politiche internazionali – sia di stimolare politiche nazionali a favore di un nuovo modello di sviluppo, condizione imprescindibile per la costruzione di un percorso globale verso lo sviluppo sostenibile. A dimostrazione dell’impegno dei singoli Paesi, a Rio la maggior parte dei Governi ha portato un rapporto sullo stato dell’ambiente e dello sviluppo nel proprio Paese, spesso frutto di un processo di consultazione interna, con il coinvolgimento di gruppi non-governativi, e dell’organizzazione e della partecipazione a innumerevoli incontri nazionali e internazionali sui temi di ambiente e sviluppo.  Ma torniamo un po’ indietro nel tempo. Le radici dell’interesse e della preoccupazione da parte della società e delle istituzioni rispetto alle tematiche ambientali sono infatti più lontane: il dibattito ambientale si sviluppò negli anni ’60 nei paesi industrializzati su alcuni temi specifici, quali i problemi dell’inquinamento dell’aria, la gestione dei rifiuti, l’acidificazione delle acque, il buco dell’ozono, con un focus però molto locale, e in qualche caso regionale. La crescente attenzione alle tematiche ambientali sfociò in un importante vertice che si tenne a Stoccolma, in Svezia, nel 1972: la UN Conference on the Human Environment, che per la prima volta portò sulla scena – su questi temi-  anche la voce dei paesi in via di sviluppo. Questo evento ebbe un ruolo chiave nel promuovere lo sviluppo di politiche ambientali nazionali, con la creazione di agenzie e  ministeri per l’ambiente, e una legislazione ambientale nazionale soprattutto nei paesi industrializzati. Sul fronte internazionale, la Conferenza di Stoccolma generò il Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP), sancì il diritto sovrano allo sfruttamento delle risorse nazionali associato alla responsabilità per l’inquinamento causato oltre il confine del proprio Paese, e portò a tante altre iniziative per affrontare la dimensione sempre meno locale  e  più globale che stavano acquisendo le problematiche ambientali, inestricabilmente legate al processo di sviluppo sociale ed economico. Fra queste,  è sicuramente da ricordare lo storico Rapporto della Commissione Brundtland ‘Our Common future’, prodotto nel 1987 dalla World Commission on Environment and Development – istituita da UNEP e presieduta dal  Primo ministro Norvegese Gro Harlem Brundtland – che analizzò lo stato di società, economia e ambiente a livello globale, e la dinamica delle loro interazioni. Il Rapporto Brundtland mise in luce il ruolo cruciale dell’ambiente nel sostenere la crescita, cristallizzando il concetto di sviluppo sostenibile, e spianando la strada per il Summit della Terra di Rio del 1992. Il dopo-Rio porterà il concetto di sviluppo sostenibile in tutto il mondo, catalizzando l’attenzione su questi temi negli anni a seguire.

Gli accordi di Rio
Ufficialmente la conferenza di Rio nel 1992 ha prodotto 5 accordi: l’Agenda 21, la Dichiarazione di Rio, i Principi sulle Foreste, la Convenzione Quadro sul Cambiamento climatico e la Convenzione sulla Biodiversità. Tutti questi accordi hanno stabilito dei principi per la sostenibilità, impegnando i governi a una serie di processi da mettere in atto nel dopo-Rio.
L’Agenda 21 è un immenso documento di 41 capitoli che definisce un piano di azione per lo sviluppo sostenibile, coprendo specifiche risorse naturali, il ruolo dei diversi gruppi di attori –stakeholders – e gli aspetti  legati allo sviluppo ed all’implementazione sociale ed economica del piano per la sostenibilità. L’Agenda 21 ha offerto delle vere e proprie linee guida ed è divenuto un documento di riferimento per i governi sul tema della sostenibilità, integrando la dimensione dell’ambiente in quella dello sviluppo, e promuovendo un approccio bottom-up, partecipativo, e fortemente basato sul ruolo delle comunità locali nel disegno e dell’attuazione dei piani di sviluppo.
La Dichiarazione di Rio comprende 27 principi che guidano le azioni su ambiente e sviluppo, fra i quali i principi sul diritto allo sviluppo e alla riduzione della povertà, sui diritti e sui ruoli dei diversi gruppi sociali, su commercio e ambiente.
I Principi sulle Foreste rappresentano un primo tentativo di negoziare una convenzione sulle foreste, enfatizzando il diritto sovrano allo sfruttamento delle risorse forestali insieme ad una serie di principi generali sulla gestione e sulla protezione delle foreste.
Per quanto riguarda le Convenzioni, a Rio nel 1992 furono rese disponibili alla firma dei Governi sia la Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), che la Convenzione per la Biodiversità (UNCBD), entrate in vigore rispettivamente nel 1994 e nel 1993. Sempre a Rio prese forma la Convenzione per la lotta contro la desertificazione (UNCCD), ‘sorella’ delle altre due Convenzioni, che fu adottata e resa disponibile alla firma dei Governi solo successivamente, nel 1994, entrando in vigore nel 1996.
Fra le Convenzioni nate a Rio,  maggiore risonanza ha sicuramente avuto la UNFCCC, che – con la firma  e l’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto – ha avviato un processo per la riduzione delle emissioni dei gas serra con impegni vincolanti per i Paesi Industrializzati, implementando degli strumenti di mercato per la riduzione delle emissioni basati su criteri di efficienza. La UNFCCC ha catalizzato l’attenzione del pubblico, della scienza e delle istituzioni nel dopo-Rio date le proporzioni davvero importanti che sta assumendo il fenomeno dei cambiamenti climatici, sia dal punto di vista fisico, che economico e politico: un fenomeno infatti cui storicamente hanno contribuito soprattutto i paesi industrializzati, al quale oggi e nel prossimo futuro contribuiranno fortemente anche le economie emergenti – in rapida crescita e bisognose di energia – e che avrà gravi impatti su tanti settori dell’economia e della società,  con maggiori danni nei paesi del sud del mondo, già più vulnerabili dal punto di vista ambientale, sociale ed economico. Ci troviamo dunque di fronte a un tema di proporzioni globali, ma con differenze nelle responsabilità storiche, attuali e future, e nel grado di vulnerabilità fra le diverse regioni del mondo. Il disegno di un nuovo percorso verso un mondo più sostenibile, in discussione al prossimo appuntamento di Rio+20, non potrà prescindere dall’integrazione delle politiche e delle istituzioni per il clima con le politiche e il contesto istituzionale per una green economy.
Parallelamente alla UNFCCC, anche se meno invocata, la Convenzione sulla Biodiversità ha rappresentato un grosso passo in avanti nella conservazione della diversità biologica, nell’uso più sostenibile delle varie forme di biodiversità, e nella divisione più equa dei benefici derivanti dall’utilizzo delle risorse genetiche. La Convenzione, infatti, è nata sia con l’obiettivo di preservare la diversità biologica sul nostro pianeta, attraverso la protezione delle specie e degli ecosistemi, sia di stabilire  le condizioni per gli usi delle risorse e delle tecnologie associate alla biodiversità. La Convenzione riconosce che gli Stati hanno ‘diritti sovrani’ sulle risorse biologiche sul proprio territorio, i cui frutti tuttavia dovrebbero essere ripartiti  in modo equo in base a condizioni mutualmente concordate fra Paesi. Fra i meccanismi di implementazione previsti dalla Convenzione forse il più significativo è il disegno di un piano strategico per il 2011-2020, volto ad identificare i principali obiettivi d’azione per la tutela della biodiversità.

Esperti al lavoro
Il Summit della Terra del 1992 indubbiamente ha rappresentato, in quel momento storico e politico, un  successo dal punto di vista delle istituzioni, confermando e legittimando il sistema delle Nazioni Unite come la sede istituzionale più adatta per promuovere lo sviluppo sostenibile, nel tentativo di conciliare l’inevitabile divario fra Paesi del Nord e del Sud del mondo. Il tema della ‘governance’ e del contesto istituzionale per la sostenibilità, come vedremo, di fronte alla crisi economica ed energetica globale  sono oggi divenuti nodi centrali del dibattito sullo sviluppo sostenibile.
Il processo del dopo-Rio ha visto non solo l’organizzazione di alcuni importanti eventi programmati per dare un seguito alle decisioni e all’implementazione dei programmi decisi a Rio,  ma anche l’istituzione di enti creati ad hoc, quali la Commissione sullo sviluppo sostenibile (CSD), o lo sviluppo di programmi complementari implementati da altre entità interne al sistema delle Nazioni Unite, quali il Programma sullo sviluppo (UNDP), il Programma sull’ambiente (UNEP), l’Organizzazione di sviluppo industriale (UNIDO), la Conferenza sul commercio e sullo sviluppo (UNCTAD). La Commissione sullo sviluppo sostenibile fu istituita proprio per garantire che fosse dato un seguito e fossero implementate le decisioni prese al Summit della Terra, monitorando il progresso nell’implementazione dell’Agenda 21 e della Dichiarazione di Rio su Ambiente e Sviluppo.
A 10 anni da Rio, nel 2002 a Johannesburg in Sud Africa fu organizzato il primo grosso seguito ufficiale del Summit sulla terra: il Summit Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile (World Summit on Sustainable Development), più comunemente chiamato Rio+10. Il Summit di Johannesburg  fu particolarmente interessante per il fatto che riuscì a coinvolgere, oltre ai capi di Stato, i rappresentanti del mondo del business e delle associazioni, iniziando un processo di partnership fra settore pubblico e privato destinato a giocare un ruolo cruciale nelle future politiche per la sostenibilità. Il principale risultato del Summit è stato probabilmente la Dichiarazione di Johannesburg, che ribadisce l’impegno dei paesi del mondo per uno sviluppo sostenibile, enfatizzando il ruolo del partenariato e degli accordi multilaterali. La Dichiarazione si focalizza in particolare su alcuni temi di sviluppo sociale portati alla ribalta da un altro importante evento organizzato nel 2000 all’ingresso nel nuovo millennio, il World Millennium Summit, che rappresenta una pietra miliare nella definizione di obiettivi di sviluppo per la comunità globale, nel rispetto dell’uomo e dell’ambiente. Il World Development Summit, che ha prodotto degli obiettivi concreti da raggiungere nel nuovo millennio (Millennium Development Goals), afferma i valori e principi della libertà, eguaglianza, solidarietà, tolleranza, rispetto per la natura e  condivisione delle responsabilità;  il valore della pace, della sicurezza e del disarmo; l’urgenza dello sviluppo e dell’eradicazione della povertà; della protezione dell’ambiente come bene comune;  il rispetto dei diritti umani, della democrazia, e della buona ‘governance’; la tutela dei più vulnerabili e l’attenzione ai bisogni speciale dell’Africa, oltre al bisogno di rafforzare il sistema delle Nazioni Unite. Gli strumenti del partenariato e di nuovi accordi fra i Governi sviluppati nel Summit di Johannesburg sono stati promossi proprio con l’obiettivo di aiutare il raggiungimento degli Obiettivi del Nuovo Millennio.

Gli obiettivi di Rio+20
Vent’anni dopo Rio, sulla base dei principi sanciti e dei programmi iniziati dai vertici mondiali per la sostenibilità che si sono susseguiti nell’ambito della Nazioni Unite,  nel giugno di quest’anno Rio+20 valuterà lo stato dell’arte dello sviluppo sostenibile da due diverse  prospettive: la prospettiva della ”green economy” nell’ambito dello sviluppo sostenibile  e dell’eradicazione della povertà, e la prospettiva del “contesto istituzionale per lo sviluppo sostenibile” – con l’obiettivo di garantire un nuovo impegno politico a livello internazionale per lo sviluppo sostenibile. Se rispetto al passato c’è maggiore consapevolezza sul valore dell’ambiente e del progresso sociale per lo sviluppo, e sulle dinamiche delle interazioni fra ambiente, economia e società, il sistema delle Nazioni Unite fa fatica a ottenere un impegno condiviso e coerente da parte dei Paesi Membri sui temi più urgenti da affrontare a livello globale, e il disegno di un contesto istituzionale più adeguato ed efficace sarà oggetto dei negoziati e giocherà un ruolo cruciale per perseguire la sostenibilità.
Nel programma della conferenza di Rio+20 saranno approfonditi alcuni temi prioritari, fra i quali:

  • il lavoro, dedicando particolare attenzione ai green jobs,
  • l’energia, trattando il tema dell’accesso all’energia e della povertà energetica, oltre a quello dell’efficienze energetica e delle energie rinnovabili,
  • le città, come motori della crescita e dello sviluppo,
  • il cibo, ripensando ai modelli di produzione, distribuzione e consumo del cibo – per far fronte sia alla crisi alimentare che ambientale e climatica,
  • l’acqua, per affrontare concretamente i problemi della scarsità e della qualità dell’acqua, che affliggono vaste aree delle regioni più povere del mondo, esacerbando le malattie, la fame e la malnutrizione,
  • gli oceani, cruciali per gli equilibri degli ecosistemi,
  • i disastri naturali, per capire come sviluppare la resilienza dei sistemi ambientali, sociali ed economici agli eventi estremi attesi con sempre maggiore frequenza nel futuro, ad esempio attraverso interventi infrastrutturali o misure di pianificazione delle emergenze.

A cura di Alessandra Goria

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