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Un piccolo esperimento domestico

Per rendersi conto del complesso di fattori che rendono un’acqua sottosatura o sovrassatura, si può fare un altro piccolo esperimento in cucina, mentre attendiamo che bolla l’acqua per la pasta: se prendiamo un bicchiere di acqua e vi aggiungiamo del sale, dopo un certo tempo, relativamente breve, i cristalli di salgemma scompaiono, disciolti nell’acqua, che diviene una soluzione acquosa (se mescoliamo, l’operazione diviene, tra l’altro, più rapida, perchè agitando l’acqua portiamo acque aggressive a contatto con i cristalli di sale, allontanando nel contempo l’acqua che si è già saturata di salgemma in prossimità dello stesso).
Se continuiamo ad aggiungere sale, inizialmente questo continua a sciogliersi, ma, superato un certo quantitativo, parte del sale rimarrà, sotto forma di cristalli, sul fondo del contenitore: abbiamo raggiunto il limite di solubilità del salgemma alla temperatura ambiente e la nostra soluzione è satura.
Se riscaldiamo l’acqua, la solubilità del salgemma cambia, aumenta, e il sale sul fondo della pentola scompare, disciolto nella nostra acqua, ritornata sottosatura. Se, però, lasciamo bollire l’acqua, e dimentichiamo la pentola sul fuoco, l’evaporazione fa concentrare la soluzione (con l’evaporazione, l’acqua si allontana, ma gli ioni Na e Cl no) e in breve tempo questa diviene sovrassatura e inizia a depositare aloni biancastri di salgemma sulle pareti della pentola (insieme ad altri sali disciolti nell’acqua a nostra insaputa, come il carbonato di calcio): se lasciamo continuare il processo, alla fine troveremo la nostra pentola coperta di bei cristalli cubici di salgemma.

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