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pubblicato il 8 aprile 2011 in ecosistemi

Aree protette

Uno sguardo all’indietro
La protezione della natura, almeno come concetto generale, ha origini piuttosto lontane, perché non è da oggi che la nostra specie si è accorta del suo impatto negativo sull’ambiente. Già nella Grecia antica erano note le conseguenze ambientali provocate da alcune attività umane, come per esempio il disboscamento.
Il problema è che, per secoli, l’unico criterio che l’umanità ha usato per rapportarsi con la natura è stato di tipo utilitaristico. Le piante e gli animali non venivano considerati per quello che sono, cioè organismi viventi, ma unicamente come oggetti necessari alla sopravvivenza. Del resto fino a poche centinaia di anni fa la sopravvivenza era il problema principale dell’uomo, quindi certi atteggiamenti erano del tutto comprensibili.
Durante il Medioevo si verificarono iniziative che, se considerate in modo superficiale, potrebbero far pensare a tentativi di proteggere la natura. Si trattava invece di casi di appropriazione indebita delle terre o delle acque, per cui le minoranze sociali che detenevano il potere si impadronivano di ricchezze naturali a scapito della popolazione più povera. La ragione che spingeva i potenti ad agire in quel modo non era dunque la necessità di fare rispettare le risorse naturali, ma al contrario impedirne l’accesso agli altri, per poter disporre dei beni e dei servizi forniti dall’ambiente in modo esclusivo.
La vera protezione della natura dovette aspettare ancora molto tempo perché potesse tradursi in un moderno principio di civiltà e di democrazia.

Un valore ambientale e sociale
I primi sforzi ottocenteschi di preservare le specie animali si fondavano grossomodo sugli stessi obiettivi di appropriazione indebita dei ricchi dell’epoca medievale. Anche in questo caso il vero scopo era attingere liberamente alle risorse della natura senza doversi porre il problema di condividere questo privilegio con altri. Lo dimostra il fatto che le prime aree protette create dai nobili del Nord Europa non erano altro che riserve di caccia dove poter uccidere la selvaggina per la carne, i trofei, le pelli e l’avorio, o anche soltanto per semplice “passatempo”.
Tuttavia se ci avviciniamo maggiormente all’epoca odierna, vediamo che con il tempo la protezione della natura ha assunto un significato molto differente, e anzi, a ben vedere, un significato addirittura opposto a quello del lontano passato. Essa attualmente si basa sul presupposto che il patrimonio naturale che si è evoluto in centinaia di milioni di anni è un bene universale e, come tale, di tutti. È necessario allora che il suo sfruttamento sia il più possibile equo e regolato, in modo che ogni cittadino ne tragga i vantaggi necessari e nessuno possa approfittarsene a danno degli altri. La protezione della natura, in un certo senso, è diventata un valore sociale.
Questa nuova concezione ha faticato molto ad affermarsi e anche oggi non si può certo dire che sia completamente accettata. Infatti i benefici che derivano dall’uso delle risorse naturali non sono equamente ripartiti nelle popolazioni del mondo: per esempio, i paesi ricchi ne consumano molte di più rispetto ai cosiddetti paesi in via di sviluppo.
Alla fine del XIX secolo, comunque, in molti paesi si cominciò a parlare della necessità di tutelare la natura, perché le attività dell’uomo, soprattutto lo sviluppo industriale e l’agricoltura, rischiavano di danneggiarla in maniera irreversibile. Di fatto ci si rese conto che il modo migliore per poter garantire la continuità dei cicli biologici delle specie animali e vegetali era quello di abolire, o comunque di limitare drasticamente, le attività umane nei luoghi più ricchi di biodiversità.
Fu allora che negli Stati Uniti nacque il primo parco nazionale della storia: il famigerato Parco di Yellowstone.
In Italia le prime aree protette risalgono agli anni Venti del secolo scorso e portano il nome del Parco Nazionale del Gran Paradiso e del Parco Nazionale d’Abruzzo. A completare la serie dei cosiddetti “parchi storici” italiani, seguirono il Parco Nazionale del Circeo, il Parco Nazionale dello Stelvio e il Parco Nazionale della Calabria; dopodiché vennero tutti gli altri.

Le aree protette secondo la IUCN
Oggi le aree protette vengono formalmente indicate come “aree di terra e/o di mare dedicate specificamente alla protezione e al mantenimento della diversità biologica e alle risorse naturali e culturali connesse”.
In base alla classificazione della International Union for Conservation of Nature (IUCN), la massima organizzazione mondiale per la salvaguardia dei territori naturali, sono state previste sei diverse tipologie generali di aree protette, che riflettono gradi differenti di esposizione al disturbo umano.
Esse sono vengono così definite:

  • Riserve naturali integrali e aree incontaminate
  • Parchi nazionali
  • Monumenti naturali
  • Riserve a gestione attiva di specie, habitat e risorse naturali
  • Paesaggi terrestri e aree marine protetti
  • Aree per la gestione sostenibile delle risorse

Vediamo più precisamente che cosa significano queste definizioni.
Riserve naturali integrali e aree incontaminate
Si tratta di territori in cui tutte le specie e tutte le risorse sono protette in maniera rigorosa. L’obiettivo è quello di prevenire qualsiasi possibilità di interferenza con l’uomo, vietando ogni tipo di attività. Lo scopo di queste aree infatti è quello di preservare integralmente la biodiversità che vi abita, garantendone l’isolamento totale dalle zone industriali e antropizzate. Esse costituiscono dei laboratori di ecologia a cielo aperto, dove l’unica attività consentita, su rilascio di specifica autorizzazione, è appunto lo studio scientifico dei processi naturali.
Parchi nazionali
Sono le aree protette più note. In linea generale, nei parchi nazionali non sono ammesse le attività che si basano sul prelievo delle risorse e ogni iniziativa potenzialmente nociva per l’ambiente deve essere attentamente autorizzata, pianificata e controllata. I parchi nazionali si estendono su superfici molto ampie e spesso comprendono habitat alquanto differenti e interessanti. Per questa ragione, fra le loro peculiarità c’è quella di essere meta prediletta delle escursioni naturalistiche di molti studenti della scuola e dell’università. D’altra parte, un patrimonio che riveste una così grande importanza scientifica, oltre che estetica, merita sempre di essere visitato.
Monumenti naturali
In questo caso abbiamo a che fare con aree di dimensioni piuttosto contenute, dove però si rende necessario stabilire un regime di protezione a causa della presenza di formazioni biologiche e/o geologiche di particolare interesse oppure di reperti storici e artistici di alto valore culturale.
Riserve a gestione attiva di specie, habitat e risorse naturali
Si tratta di aree il cui significato è grossomodo simile a quello delle riserve naturali integrali. La differenza risiede nel fatto che in esse sono tollerate iniziative di manutenzione dell’ambiente naturale, come alcune pratiche selvicolturali, la gestione di specie problematiche, e poche altre. Nelle riserve di questo tipo possono inoltre essere autorizzate alcune attività a basso impatto ambientale.
Paesaggi terrestri e aree marine protetti
Sono territori e zone di mare in cui i limiti alle attività umane sono intesi in maniera flessibile. Di fatto in questa tipologia di area protetta sono consentite pressoché tutte le attività che hanno a che fare con le tradizioni locali, purché caratterizzate da un uso modulato delle risorse naturali. Si tratta spesso di località che offrono buone opportunità per un turismo non aggressivo e attività ricreative compatibili con l’ambiente. Rientrano tipicamente in questa categoria le zone abitate da piccole comunità a economia basata sulla pesca, sull’agricoltura locale e sul turismo ecologico.
Aree per la gestione sostenibile delle risorse
Con questa definizione vengono indicate zone naturali di notevole estensione in cui il bilancio fra uso e non uso delle risorse è spostato a favore del primo. In altri termini viene privilegiato il concetto di sfruttamento controllato della natura rispetto a quello di protezione rigidamente intesa. Si tratta dunque di aree dotate di una biodiversità rilevante dove tuttavia è possibile il prelievo sostenibile di materie prime, di origine biologica e abiologica, a condizione che tali attività si svolgano nel rispetto dei tempi e delle modalità del loro rinnovamento spontaneo.

La protezione in Italia
La classificazione appena vista viene riconosciuta a livello internazionale come lo schema di base per l’istituzione delle aree protette. Questo schema però non viene sempre applicato alla lettera, perché il territorio, la cultura, i sistemi amministrativi e le attività economiche delle varie nazioni del mondo sono profondamente diversi. Di conseguenza, quando all’interno di un paese si prende la decisione di sottoporre il territorio naturale a una qualche forma di protezione, la classificazione IUCN viene utilizzata come criterio generale a cui applicare le modifiche necessarie per essere in regola con l’ordinamento amministrativo dello Stato interessato. L’aspetto importante è che venga emanata una legge in cui siano definite le norme di protezione che meglio rispondono a tale esigenza, fermo restando il rispetto dei requisiti di protezione della natura contemplati a livello internazionale.
In Italia esistono diverse leggi sulla protezione della natura, ma la più importante è la Legge 394 del 1991, che configura sette tipologie di aree protette, anziché sei. Inoltre, come indicato sotto, queste tipologie implicano nomi leggermente diversi rispetto a quelli contenuti nello schema fissato dalla IUCN.
Attualmente le aree protette ufficialmente notificate al Ministero dell’Ambiente sono 1347. Di seguito viene riportata la loro definizione, accompagnata dal loro numero indicato tra parentesi:

  • Parchi nazionali (24)
  • Riserve naturali statali (147)
  • Riserve marine statali (27 aree marine protette, 2 parchi sommersi e il Santuario Internazionale dei mammiferi marini, detto anche Santuario dei Cetacei)
  • Parchi naturali regionali (151)
  • Riserve naturali regionali (419)
  • Altre aree protette (576)

La natura protetta con una rete
Ancora una volta è indispensabile una precisazione, per così dire, di tipo storico. Quando si parla di aree protette non si può trascurare l’evoluzione del loro significato.
La concezione di protezione implica la salvaguardia del patrimonio naturale dallo sfruttamento eccessivo da parte dell’uomo. Secondo il punto di vista più diffuso fino agli anni Novanta, però, per poter conseguire questo obiettivo si doveva isolare il più possibile ciò che si trovava all’interno degli ambienti naturali da ciò che vi era all’esterno. Si trattava certamente di un modo di concepire la protezione naturalistica che ha dato qualche buon risultato e che andava bene fino a qualche decennio fa. Tuttavia oggi è superato.
Attualmente prevale l’idea che una vera protezione della natura debba conciliarsi con una visione sistemica dell’ambiente. Ma che cosa vuol dire visione “sistemica”?
In pratica, si ritiene che le aree protette non debbano essere viste come delle “isole” di territorio separate dal resto dell’ambiente, ma piuttosto come i “nodi” di una rete biologica che sono continuamente in relazione fra loro. Queste aree insomma devono essere messe in collegamento reciproco perché possa essere facilitata la dispersione delle specie biologiche da una parte all’altra. E per fare ciò è necessario valorizzare gli ambienti con possibili funzioni di “corridoio” che si trovano fra un’area protetta e l’altra: i nodi di una rete rendono molto bene questa idea.
Le conoscenze avanzate di scienze naturali confermano la correttezza di questa nuova impostazione della protezione della natura, avendo dimostrato che negando agli animali e alle piante la possibilità di spostarsi in ambienti nuovi, essi rischiano di diminuire in numero, fino anche all’estinzione.
Molte specie che vivono all’interno di un’area protetta, soprattutto se costituite da un numero esiguo di individui, hanno grandi difficoltà a riprodursi con successo se non hanno la possibilità di migrare. Altre addirittura non riescono nemmeno a nutrirsi se non possono uscire e rientrare continuamente dalla loro zona residenziale.
Tutto questo ha indotto gli studiosi di molti paesi a elaborare insieme un progetto europeo noto come Rete Natura 2000, il cui scopo è proprio quello di studiare un complesso di ambienti di collegamento fra le aree protette del continente che diano agli organismi più mobili (di solito animali) l’opportunità di spostarsi in base alle loro caratteristiche biologiche. La biodiversità potrebbe così distribuirsi su superfici più estese del territorio, anziché concentrarsi in pochi siti.
Le aree protette rimarrebbero i centri di riferimento delle azioni di salvaguardia della biodiversità, così come lo sono state fino a oggi. Ma la situazione complessiva della natura migliorerebbe sensibilmente, perché sarebbe un po’ come avere un’unica grande area protetta che si estende “a rete” sull’Europa intera.

A cura di Carlo Modonesi

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