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pubblicato il 6 Settembre 2009 in energia

Giacimenti sotto i ghiacci

Nuove frontiere per l’Artide
Con la graduale scomparsa del ghiaccio marino in seguito al riscaldamento globale, il fondo del Mar Glaciale Artico è attualmente oggetto di un’operazione cartografica molto accurata e senza precedenti. Tra le ultime novità rilevate spicca una catena di vulcani lungo la dorsale di Gakkel e le informazioni che ne derivano potrebbero cambiare i confini tra i paesi che si affacciano sul Mar Glaciale Artico: Canada, Danimarca, Groenlandia, Norvegia, Russia e Stati Uniti (Alaska). L’estensione della piattaforma continentale di questi paesi determinerà infatti quale fondo marino ognuno di essi potrà rivendicare, per sfruttare i giacimenti di petrolio e gas.
Attualmente l’Artide si sta scaldando più rapidamente di altri luoghi della Terra e le nostre conoscenze su quello che si trova sotto il ghiaccio cambiano altrettanto in fretta.
L’Artide, un mondo di acqua e ghiaccio
A differenza dell’Antartide, che è un continente, nell’Artide le poche terre emerse sono costituite da arcipelaghi di isole. Non vi si trovano, quindi, grandi ghiacciai o grandi calotte, ma soltanto un’enorme estensione di ghiaccio marino galleggiante sul Mar Glaciale Artico.
A differenza dei ghiacciai e delle calotte, che mantengono più o meno inalterate le loro dimensioni nel corso dell’anno, il ghiaccio marino subisce spettacolari variazioni di estensione, particolarmente apprezzabili se osservate da satellite, su aree che coprono 15-20 milioni di km2 dei mari polari. L’età del ghiaccio marino raramente supera l’anno, lastroni di età pluriennale si trovano soltanto nel Mar Glaciale Artico.

Il ghiaccio marino
Il ghiaccio marino ha un’origine completamente diversa da quello dei ghiacciai. Si forma, infatti, per congelamento diretto dell’acqua di mare, quando la temperatura dell’aria rimane al di sotto di – 1.8°C per qualche giorno. La sua formazione, stagionale, è spettacolare: dapprima si formano aghi e lamelle di ghiaccio, che, galleggiando, danno alla superficie marina un particolare aspetto “oleoso”, il cosiddetto grease ice, il ghiaccio “grasso”. I cristalli si aggregano, originando lastre sempre più spesse che, a causa delle continue collisioni provocate dal moto ondoso, prendono una forma circolare con i bordi rialzati, somigliando a grosse frittelle bianche, da cui il nome di pancake ice. Con il mantenersi di temperature basse, le lastre si saldano tra loro a dare una copertura continua, la banchisa, o pack. Lo spessore varia da 1 a 5-7 metri, e si accresce continuamente per congelamento di acqua marina alla base e per apporti di neve sulla superficie. Le correnti, i venti, le tempeste mantengono la banchisa in continuo movimento, causando rotture di lastroni, accavallamenti, collisioni, creando un paesaggio tormentato fatto di creste sporgenti dal ghiaccio e grandi fratture, che rendono molto difficile l’esplorazione.

Ghiaccio in via di fusione
La banchisa polare estiva del Mar Glaciale Artico si è ridotta quasi della metà, come è possibile osservare dalle diverse immagini satellitari che troviamo nel web; allo stesso modo la fusione del ghiaccio della calotta groenlandese sta accelerando. Il ghiaccio marino, che si espande e si contrae naturalmente con le stagioni, ricopre il Mare Artico da quasi tre milioni di anni e ora è sensibile alle variazioni dovute ai cambiamenti climatici. I modelli climatici di dieci anni fa prevedevano che i ghiacci dell’Artico sarebbero scomparsi entro l’estate del 2100, la data è stata anticipata poi al 2050 e ancora al 2030.
La riduzione del ghiaccio porterebbe a un aumento del traffico navale che oggi è concentrato dove le correnti tiepide tengono la costa libera dai ghiacci. Venti e correnti sospingono i ghiacci verso l’Arcipelago Canadese dove si trova un passaggio scorciatoia tra Pacifico e Atlantico: il passaggio a Nord Ovest. Dal 2006, la fusione accelerata dei ghiacci ha reso navigabile questo passaggio alla fine di ogni estate.
In passato durante l’ultima glaciazione il livello del mare si è abbassato di circa 110 m rispetto all’attuale e molte terre ora sommerse risultavano quindi emerse. Per esempio, un ponte di terra univa l’Alaska e la Siberia! Questo accade perché quando, nel corso di un glaciazione, grandi quantità di acqua vengono intrappolate nelle calotte e nei ghiacci continentali, gli oceani e i mari vengono impoveriti di importanti quantità di acqua. Questo ha provocato, nel corso di ogni glaciazione, un abbassamento generalizzato del livello dei mari su tutto il pianeta.

Energia sommersa
Sotto il Mare Glaciale Artico potrebbe trovarsi ¼ delle risorse non conosciute di petrolio e gas del mondo, gran parte delle quali dovrebbero trovarsi sulle piattaforme continentali. I giacimenti sono formati da alghe e plancton risalenti a 100 milioni di anni fa, quando la terra era più calda e l’Artide priva di ghiacci. In un’epoca compresa tra il Triassico e il Terziario, alcune terre artiche sono state quasi tropicali, non solo perché le temperature globali erano più alte, ma perché si trovavano a latitudini più calde e successivamente nei tempi geologici si sono spostate più a nord. Oggi il fondo del Mar Glaciale Artico appare ricco di petrolio: secondo le stime di esperti, sarebbe sepolto fino a un quarto delle riserve mondiali non ancora scoperte. Se i paesi che si affacciano sul Mar Glaciale Artico riusciranno a espandere la loro sovranità verso nord, potranno essere sfruttati proprio i depositi che si formarono a partire da 100 milioni di anni fa. Si stimano 90 miliardi di barili di petrolio e 47.000 miliardi di m3 di gas naturale. Altre stime sono meno ottimistiche e considerano la presenza di gas in abbondanza, ma molto meno petrolio e tutto in giacimenti che già appartengono alle acque territoriali di ciascun paese. La fusione dei ghiacci marini apre sia le acque artiche alla navigazione sia i fondali marini alle esplorazioni minerarie.

Una questione di confini
La Convenzione Onu sul Diritto del mare stabilisce che il territorio sovrano di una nazione si estende per 12 miglia nautiche dalla costa, ma questa può sfruttare le risorse di una zona economica esclusiva che arriva a 200 miglia fino al margine esterno della sua piattaforma continentale. Sempre secondo il trattato, se uno stato vuole ampliare il limite delle proprie acque territoriali oltre le consuete 200 miglia nautiche, deve dimostrare che il fondo marino non è altro che un’estensione del continente, ovvero la stessa massa terrestre sommersa.
Oggi le mappe vengono tracciate con strumenti ad alta tecnologia, rivelando realtà anche diverse dal previsto: alcune aree sono più elevate, altre più profonde di quanto si credesse. I dati sono essenziali per poter rivendicare una zona marina perché lo stato interessato deve descrivere la conformazione del fondo e lo spessore dei sedimenti. Unica zona che rimarrà internazionale è la dorsale oceanica di Gakkel perché si tratta di un elemento geologico ancora in formazione!

A cura di Elisabetta Monistier

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