dcsimg

pubblicato il 15 settembre 2008 in energia

Gas naturale

Il gas naturale
Il gas naturale è stata l’ultima fonte fossile di energia ad affermarsi a livello mondiale. Per più di un secolo, quando il gas veniva scoperto in siti lontani dai luoghi dove poteva essere consumato, si preferiva bruciarlo ai pozzi o liberarlo nell’atmosfera perchè imbrigliarlo in un gasdotto e farlo viaggiare per chilometri e chilometri costava troppo. Consolazione per i petrolieri che lo scoprivano era che, insieme al gas, dai pozzi usciva anche il petrolio.
La situazione è cambiata negli ultimi quarant’anni e oggi il gas naturale è al terzo posto nei consumi mondiali di energia ed è la fonte fossile con le migliori prospettive di crescita.
Negli anni settanta con la nascita delle infrastrutture di trasporto per l’importazione del gas naturale, paesi produttori e consumatori definirono tipici accordi contrattuali che ancora oggi sono un modello di riferimento.
All’inizio una storia tutta americana
Per i primi settanta anni dalla sua scoperta, la produzione e il mercato del gas naturale fu un fatto limitato essenzialmente agli Stati Uniti. Siamo nel 1883 e Pittsburg è la prima città al mondo che riceve metano tramite un gasdotto, mentre una prima rete di trasporto inizia a svilupparsi in Pennsylvania, Ohio e New York.
Dobbiamo attendere il 1927 per vedere realizzati i primi gasdotti a lunga distanza (il primo di 400 chilometri e il secondo di 560 chilometri) e il 1930 quando la Natural gas Pipeline Company of America costruisce un gasdotto dalla capacità di 2 miliardi di metri cubi l’anno e lungo circa 1600 chilometri tra il Texas e Chicago. Fino ad allora i costi e i problemi tecnologici legati al trasporto limitavano la costruzione delle reti di gasdotti alle aree dove i giacimenti erano vicini ai potenziali consumatori.
Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, il presidente F.D. Roosevelt spinse per l’utilizzo delle vaste riserve di gas presenti nel paese, sia per il timore che il petrolio statunitense fosse in rapido declino sia per la paura, nel periodo della guerra fredda, di doversi opporre all’Unione Sovietica senza riuscire a essere autonomi dal punto di vista energetico. Nel 1947 parte una nuova fase di sviluppo del metano con la conversione di due oleodotti in gasdotti che andavano dal Sud-Ovest al Nord-Est del paese: il Little Inch e il Big Inch.
Lo sviluppo dagli anni ’60
Ci spostiamo in Europa dove il gas naturale inizia a prender piede negli anni sessanta in seguito al ritrovamento del giacimento di Groningen in Olanda nel 1959.
Prima di questa scoperta, il gas copriva appena l’1% o poco più dei consumi di energia primaria in Europa. Unica eccezione fra i paesi europei fu l’Italia. Enrico Mattei, allora alla guida dell’Eni, valorizzò le riserve di gas della Val Padana sviluppando un’industria che rese l’Italia, già nel 1960, il primo paese consumatore in Europa e il quinto al mondo dopo Stati Uniti, Unione Sovietica, Canada e Romania. In seguito gli anni settanta e la crisi del petrolio contribuirono alla crescita dei consumi, a consolidare il mercato internazionale e a considerare seriamente l’uso del gas a livello mondiale.

La dipendenza dalle riserve di gas
Solo Nord America e Unione Sovietica erano autosufficienti. I paesi Europei hanno dovuto importare il gas dall’Olanda e dall’Unione Sovietica costruendo grandi gasdotti, che mettevano in collegamento la Siberia occidentale con i principali centri di consumo: le esportazioni iniziate agli inizi anni settanta, nel 1980 avevano raggiunto già i 55 miliardi di metri cubi!
Questo comportò un ingente impegno economico e una sfida dal punto di vista ingegneristico.
Dagli anni settanta ad oggi il consumo mondiale di gas è triplicato, crescendo dai 100 miliardi di metri cubi ai circa 2900 metri cubi del 2006. Attualmente sono tre i grandi mercati regionali del gas: l’Europa Occidentale, il Nord America e le aree industrializzate dell’Asia-Pacifico. Queste zone possiedono meno del 10% delle riserve mondiali di gas che corrisponde ad una vita residua delle loro riserve di circa quindici anni. Di conseguenza la dipendenza dalle importazioni delle aree industrializzate è destinata ad aumentare nel prossimo futuro.

Gli accordi contrattuali
I paesi produttori e consumatori definirono accordi contrattuali della durata di 20 o 30 anni.
Una loro peculiare caratteristica, apparentemente anomala, è la clausola “prendi o paga” (Take or Pay) con la quale l’acquirente si impegna a pagare ogni anno un certo volume di gas anche nel caso in cui effettivamente ne ritiri meno o non ritiri per niente. In questo modo, dato l’enorme costo delle infrastrutture di trasporto, il produttore si assicura il rientro degli investimenti sostenuti attraverso ricavi sicuri. Se ci pensiamo, chi produce petrolio può trasportarlo via nave e venderlo  a qualunque paese al mondo senza sostanziali differenze nel costo del trasporto. Un produttore di gas che vende via gasdotto, ha un numero limitato di potenziali clienti, rappresentati esclusivamente dai paesi attraversati dal gasdotto stesso!
Ma per i clienti è vantaggiosa la clausola del Take or Pay?
I clienti la accettarono di buon grado perchè, andando a costruire sul loro territorio i gasdotti, hanno la necessità di poter contare su forniture di gas affidabili per molti anni.
Nel tempo, questa forma contrattuale, si è dimostrata uno strumento efficace nel garantire approvvigionamenti sicuri e continuativi nel corso dei decenni con rarissime eccezioni come quella che risale all’inverno 2005-2006.

Come viene determinato il prezzo
Altro elemento contrattuale destinato a durare fino ai nostri giorni è quello sulla formazione del prezzo del gas. Consumatori e produttori, con il fine di rendere il prezzo del gas competitivo, idearono una formula che lo legava all’andamento del prezzo dei principali combustibili concorrenti al tempo come l’olio combustibile e il gasolio, entrambi derivati del petrolio.
Al Gas Exporting Countries Forum dell’aprile 2007, i partecipanti hanno espresso la loro volontà a collaborare e hanno stabilito la costituzione di un gruppo  di lavoro sul meccanismo di formazione dei prezzi del gas. Un quadro nel quale potrebbe rientrare la nascita di un’OPEC del gas, ovvero di un cartello tra i paesi esportatori sul modello di quello già esistente per il petrolio; un progetto di cui si parla dagli anni novanta, ma che stenta a decollare. Infatti l’efficacia di un’organizzazione di questo tipo sarebbe limitata dai meccanismi di funzionamento del mercato del gas perchè, in presenza di contratti a lungo periodo con il prezzo del gas legato all’andamento di quello del petrolio, i produttori non potrebbero manipolare i valori del mercato attraverso la modulazione dell’offerta.
Un cartello del gas si scontrerebbe anche con la rigidità del mercato stesso e per le infrastrutture necessarie per il trasporto. Di conseguenza un paese produttore, senza creare grossi problemi, può anche far mancare gas a un cliente per tempo limitato, ma non lo può far mancare a lungo perchè difficilmente potrebbe vendere lo stesso gas ad un altro paese
Qualche numero per il futuro
Come già detto l’Europa dipende per circa il 60% da importazioni di gas provenienti da pochi fornitori: per il 39% dalla Russia, il 21% dalla Norvegia e per il 18% dall’Algeria. Considerando che la produzione di gas interna europea continuerà a calare nei prossimi anni, mentre aumenterà la domanda che sta crescendo anche a tassi superiori del 3% l’anno da circa quindici anni. Previsione plausibile è che al 2020, l’Europa potrebbe dipendere per oltre l’85% dei suoi consumi da importazioni, tra le quali un ruolo sovrastante le avrebbero quelle provenienti dalla Russia.

A cura di Elisabetta Monistier

Con il patrocinio del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca
 
Eni S.p.A. - P.IVA 00905811006