dcsimg

pubblicato il 2 luglio 2008 in spazio

Impatti da meteorite

Il mistero di Tunguska
Il centenario del mistero di Tunguska
Alle 7 del mattino del 30 giugno 1908, in una remota regione della Siberia, lungo il fiume Tunguska, a nord ovest del lago Baikal, si verificò uno degli eventi più misteriosi del XX secolo: una gigantesca esplosione il cui boato fu udito nel raggio di 1.000 chilometri, mentre, a causa della polvere liberata in aria, le notti europee furono insolitamente luminose e la luce del Sole un po’ più fioca.
Per decenni questo evento è stato un rompicapo per gli scienziati e una fonte di ipotesi stravaganti per molti. Solo ora stiamo veramente comprendendo che cosa successe laggiù un secolo fa.
I primi studi
Fu solo nel 1921, a causa delle difficoltà di comunicazione e del travagliato periodo storico attraversato dalla Russia, che il geologo Lonid Kulik riuscì ad arrivare sul posto ed indagare sull’evento. Ciò che scoprì fu sconvolgente: 2.000 km2 di foresta erano stati incendiati ed abbattuti, ma al centro della zona distrutta non c’erano crateri, anzi lì gli alberi erano ancora in piedi, seppur bruciati e scortecciati. Interrogando i testimoni Kulik raccolse dichiarazioni che ricordano molto quelle dei testimoni delle esplosioni atomiche in Giappone, 25 anni dopo: i pochi russi ed indigeni siberiani che assistettero all’esplosione parlarono del cielo che improvvisamente prendeva fuoco, di un vento fortissimo che abbatteva gli alberi e faceva volare via le persone, di una vampata di calore che bruciava la pelle ed incendiava gli abiti, seguita infine da una serie di tuoni assordanti, come una scarica di artiglieria.
Cos’era accaduto a Tunguska?
Kulik propendeva per la caduta di un meteorite, ma l’assenza di un cratere rendeva quell’ipotesi poco realistica. Allora, e fino a pochi anni fa, si pensava che i meteoriti o arrivassero a terra  formando crateri e provocando distruzioni proporzionali alla loro grandezza, o bruciassero in aria senza far danni. In particolare i meteoriti metallici, molto rari, sarebbero arrivati sempre a terra, mentre quelli rocciosi (ossia il 98% del totale di quanto piove sulla Terra dal cielo), essendo fragili e rocciosi, sarebbero riusciti a raggiungere terra solo nei rarissimi casi in cui siano più grandi di 50 metri di diametro. In tutti gli altri casi brucerebbero in aria.
Ipotesi alternative
Questa teoria sui meteoriti provocò una ridda di ipotesi alternative per spiegare quanto avvenuto a Tunguska. Si ipotizzò persino una spiegazione ai limiti della fisica, ovvero l’incontro con un grumo di antimateria, ma anche lo scontro con un buco nero, l’esplosione di una “bomba all’idrogeno” naturale, sotto forma di una cometa ricca di deuterio (l’esplosivo delle bombe H) compressa dal calore dell’attrito con l’aria, lo scoppio di una sacca sotterranea di metano e persino l’incidente ad una nave spaziale aliena, i cui resti, però, chissà dove sarebbero finiti.

Le ultime ricerche
Per chiarirci un po’ le idee abbiamo dovuto aspettare questi ultimi anni, quando si è cominciato a capire, grazie all’avanzamento nello studio dei meteoriti ed alla possibilità di compiere simulazioni al computer, che il rigido schema ipotizzato per l’arrivo a terra di questi corpi era sbagliato. Pochi anni fa simulazioni al computer compiute da Christopher Chyba e Kevin Zahnle della Nasa, hanno ricostruito la probabile dinamica dei fatti di 100 anni fa. Secondo loro un meteorite roccioso di 20-30 metri di diametro, entrò nell’atmosfera terrestre sopra la Siberia a più di 15 chilometri al secondo. Quando incontrò l’aria più densa, a circa 8 chilometri di altezza, tutta la sua energia cinetica si trasformò in calore, provocando l’istantanea vaporizzazione della roccia ed un’esplosione pari a quella di una bomba nucleare di 15 megatoni, 1.000 volte più potente dell’atomica di Hiroshima. Il calore e la dilatazione dell’aria provocati da un evento di questo genere, sono più che sufficienti per spiegare gli effetti distruttivi termici e meccanici osservati a terra, senza bisogno che il terreno fosse stato toccato neanche da una scheggia di roccia.
A conferma che i piccoli meteoriti rocciosi possono comportarsi in modo molto diverso da come si pensava un tempo, e fare danni a terra, è arrivato anche il caso del meteorite caduto sul Perù a settembre 2007. Anche qui si trattava di un meteorite molto piccolo, fra i 5 ed i 2 metri di diametro, e la sua composizione di fragile roccia, avrebbe dovuto far si che si sgretolasse in aria. Secondo Peter Schultz, specialista in meteoriti della Brown University “l’unica ipotesi possibile per spiegare l’arrivo a terra di meteoriti così piccole e friabili è che, l’onda d’urto riaggreghi i frammenti di roccia al corpo principale del bolide, conferendogli una forma più aerodinamica. Alla luce di questo evento e di questa ipotesi, penso che dovremo riprendere in esame l’origine di molti crateri e laghi sulla Terra”.  Ed anche nel caso di Tunguska ci potrebbe essere un lago da riprendere in esame.
Dalla spedizione italiana…
Nell’estate 2007 una spedizione sul luogo effettuata da geologi dell’Università di Bologna diretti da Luca Gasperini, è ritornata affermando di aver scoperto un cratere prodotto da un frammento del meteorite responsabile della gigantesca esplosione del 1908. Sarebbe quello che oggi viene chiamato lago Cheko, un specchio d’acqua di 500 metri di diametro, posto ad 8 chilometri dal centro dell’esplosione. Secondo Gasperini e colleghi, a dimostrare la loro ipotesi ci sarebbero tre cose: i sedimenti del fondo, compatibili con quelli che ci si aspetterebbe che fossero provocati dall’improvviso scioglimento di decine di metri di permafrost avvenuto circa 100 anni fa; la forma dello specchio d’acqua; il fatto che questo lago non viene mai citato in mappe o documenti anteriori al 1908. Nuove spedizioni nei prossimi anni, cercheranno di individuare l’eventuale frammento meteoritico finito nel suolo sotto il lago.

A cura di Videoscienza

Con il patrocinio del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca
 
Eni S.p.A. - P.IVA 00905811006