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pubblicato il 1 novembre 2007 in ecosistemi

Ambiente e salute

Non solo ambiente
Quello del rapporto tra ambiente e salute è un tema molto trasversale, nel senso che interessa al tempo stesso biologi, naturalisti, medici, chimici, fisici e ingegneri, e inoltre sociologi, filosofi, economisti e politici. È evidente quindi che la complessità dell’argomento impedisce di darne un inquadramento esauriente in poco spazio. Per questa ragione, vogliamo iniziare a trattare l’argomento nelle sue linee generali e nelle sue espressioni globali. Per comprendere la portata del problema, comunque, deve anzitutto essere chiaro che il progressivo deterioramento dell’ambiente – sia in termini fisici chimici sia in termini biologici – sta lanciando una sfida non indifferente alla civiltà del nuovo millennio. Lo prova il fatto che una delle preoccupazioni principali delle più importanti agenzie di salute pubblica del mondo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), viene alimentata proprio dalla consapevolezza che una quota crescente dell’umanità vive ormai in condizioni ambientali di pessima qualità. Si teme che, in mancanza di adeguati provvedimenti da adottare a livello internazionale, in futuro la nostra specie debba far fronte ai problemi che derivano da un ambiente sempre meno compatibile con la salute.

Prevenzione
Le insidie a cui l’uomo si espone a causa di un ambiente insalubre sono molte e al contempo molto diverse, e vanno dalle malattie acute, come le intossicazioni, le irritazioni e altre sindromi a decorso breve, comprendenti anche alcune malattie infettive, che sono associate a varie forme di degrado ambientale, alle malattie croniche, come il cancro, le patologie cardiovascolari e altre affezioni degenerative, che sono incentivate per esempio dall’inquinamento dell’aria, ma alla cui insorgenza possono concorrere anche altri fattori di rischio. Il numero delle persone che a livello mondiale corrono il rischio di contrarre qualcuna di queste malattie – soprattutto nelle aree urbanizzate e nelle aree più povere dei paesi in via di sviluppo – non è calcolabile in modo preciso. Si può però sostenere senza tema di smentita che ormai il problema riguarda centinaia di milioni di individui, i quali sono esposti a forme molto pericolose di inquinamento ambientale in modo del tutto inconsapevole. Il degrado delle condizioni di vita infatti non è necessariamente un fatto visibile. Risulta chiaro quindi il motivo per cui la tutela ambientale sta assumendo un ruolo sempre più decisivo negli accordi che vengono sanciti nelle sedi politiche internazionali. E ciò non solo per preservare le risorse naturali del pianeta dal loro continuo impoverimento e deterioramento, ma soprattutto perché si comincia a capire che la prevenzione degli squilibri dell’ambiente è l’unica strada che può garantire un ripristino di quelle condizioni che sono alla base del nostro benessere.

Salute umana e ambientale
Per capire che la crisi del benessere umano coincide con la crisi dell’ambiente, c’è anzitutto la necessità di chiarire che il concetto di buona salute va inteso in senso molto generale. Tale concetto infatti deve essere allargato a tutti i sistemi biologici, dunque non solo all’organismo umano, ma anche agli altri organismi animali e vegetali. In pratica, affinché si possa parlare di buona salute dell’uomo, si deve poter parlare di buona salute di tutto l’ecosistema in cui egli vive, respira e si alimenta. Se non viene rispettata questa condizione fondamentale, quello di buona salute resta un concetto astratto e dunque privo di qualsiasi significato pratico. Diversamente da quanto si pensa, infatti, l’ambiente non è solo all’esterno del nostro corpo, ma anche all’interno. Parti molto consistenti di ambiente entrano continuamente nell’organismo, almeno sotto forma di aria, acqua e alimenti. È evidente che se queste componenti sono contaminate fisicamente, chimicamente o biologicamente, l’organismo ne verrà contaminato a sua volta, e prima o poi darà segni di malessere o di malattia vera e propria. In pratica, nessun animale può fare a meno di introdurre continuamente “parti di ambiente” al suo interno, per la semplice ragione che nessun animale può sopravvivere senza espletare le sue funzioni minime, che sono appunto quelle di respirare, nutrirsi e idratarsi. Questa semplice descrizione dello stretto legame che esiste tra l’ambiente e la vita dovrebbe già indicare quanto importante sia impostare un rapporto rispettoso con tutto ciò che ci circonda. Del resto, la storia umana è ricchissima di esempi che confermano tali affermazioni. Nonostante l’infinità di eventi che hanno segnato il passato di Homo sapiens, se si ripercorre a ritroso il suo cammino evolutivo si possono identificare vicende che si sono verificate e ripetute molto frequentemente, e che oggi consentono di dedurre con buona approssimazione l’andamento dello stato di salute delle popolazioni ancestrali. Laddove in passato si sono verificati cambiamenti significativi della salute di una popolazione umana, ciò è sempre dipeso da mutamenti altrettanto significativi degli equilibri ecologici. Tali mutamenti in qualche caso sono stati scatenati da eventi naturali, ma molto più spesso sono stati il risultato di attività umane che già a quel tempo erano in grado di alterare profondamente l’ambiente, sia in senso fisico-chimico sia in senso biologico. È noto, per esempio, che molte civiltà remote, come quelle del Medioriente o del Nord Africa, oppure quelle del Sud-est asiatico o dell’America latina, dopo aver attraversato periodi di grande splendore e prosperità andarono incontro a un epilogo rovinoso. Molti indizi oggi indicano che il tramonto di queste civiltà storiche fu contrassegnato da vere e proprie catastrofi ecologiche (scatenate da guerre o altri eventi) che a loro volta provocarono un peggioramento dello stato di salute delle popolazioni umane. Gli archeologi hanno scoperto per esempio che fra il quinto e il sesto secolo a.C. la civiltà mesopotamica subì un grave degrado del patrimonio naturale, soprattutto a carico delle risorse idriche e delle foreste, a cui automaticamente fece seguito una riduzione delle condizioni di salute e della vita media della popolazione. La scala di queste devastazioni di origine antropica, comunque, non fu tale da pregiudicare la rigenerazione delle risorse naturali che erano state deteriorate, nel senso che i danni ecologici provocati dall’uomo non ebbero una portata tale da compromettere irreversibilmente la capacità dei sistemi naturali di riprendersi in tempi relativamente rapidi sulla scala geologica.

Globalizzazione
Oggi però le cose vanno molto diversamente, perché la potenza delle tecnologie e la rapidità dei processi di globalizzazione amplificano terribilmente i problemi ambientali e di salute pubblica, al punto che il rischio per l’uomo di contrarre una malattia di origine ambientale, sia infettiva sia non infettiva, può trasferirsi rapidamente da una parte alla parte opposta del globo. Ciò implica, spesso, che già ai primi sintomi ambientali significativi si è ormai raggiunta una fase critica, e a quel punto il controllo della situazione diventa molto più difficile. Per esempio, nel caso di un grave incidente a un impianto industriale che produce composti tossici, andrebbero messe in atto immediatamente tutte le contromisure necessarie a impedire o a limitare eventuali contaminazioni gassose dannose per l’ambiente e per la salute. In caso contrario, le emissioni potrebbero diffondersi in atmosfera e spostarsi rapidamente a distanze enormi, rispetto al luogo di origine, sfruttando le correnti d’aria, il che provocherebbe situazioni di pericolo anche in luoghi lontanissimi. È evidente che ridurre l’esposizione umana a un inquinante che nell’ambiente ha avuto una diffusione limitata è molto più semplice che ridurla dopo che la diffusione si è estesa ad aree geografiche più ampie. È esattamente su questi aspetti che si dovrebbe concentrare la prevenzione ambientale, senza tra l’altro dimenticare che in certi casi le misure di precauzione sono preferibili a quelle di pura prevenzione: per esempio quando si decide che è più conveniente rimuovere in blocco una fonte di pericolo piuttosto che ridurre gli eventuali effetti negativi che essa può causare. Passando a un esempio tratto dalla cronaca recente, l’epidemia di influenza aviaria che per alcuni mesi ha tenuto banco sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo non fa altro che ribadire quanto descritto sopra, e cioè che da un piccolo “incidente” si possono originare ricadute imprevedibili su scala globale, vale a dire per la salute di tutta la popolazione della Terra (anche se in realtà l’influenza aviaria non ha ancora compiuto il temuto “salto di specie”). La vera causa di questa sindrome virale dei polli risiede nella totale disattenzione alle più elementari misure di igiene ambientale che caratterizza gli allevamenti degli animali da cortile in alcuni paesi dell’estremo oriente. Eppure questo non basta a spiegare la diffusione globale della malattia. Com’è noto, infatti, la sua espansione viene favorita dagli uccelli migratori recettivi al virus che ampliano enormemente l’areale geografico del rischio infettivo per gli animali e, in via teorica, per l’uomo. Come si vede, le vie attraverso le quali una semplice alterazione ambientale può ingigantirsi, fino ad assumere le proporzioni di un rischio planetario, sono imprevedibili, ed è proprio questo il primo principio che si deve tenere presente nella gestione del rischio ambientale-sanitario.

Metropoli
A livello mondiale, uno dei fattori che maggiormente contribuiscono ad acuire l’impatto sanitario del deterioramento ambientale risiede nel processo di urbanizzazione. Oggi è ancora in corso un fenomeno di migrazione, dalle aree rurali più svantaggiate alle aree urbanizzate ritenute più “vivibili”, che coinvolge soprattutto i paesi in via di sviluppo. Questo massiccio spostamento dalla campagna alla città è spesso motivato dal miraggio di un posto di lavoro, dalla fuga dall’insicurezza (anche alimentare), dalla ricerca di una vita più agiata oppure, più semplicemente, dalla speranza di trovare relazioni sociali più stimolanti. Va detto che coloro che compiono questi spostamenti di massa sono spinti da motivazioni perfettamente comprensibili – chi non si farebbe allettare da una possibilità di vita migliore? – ma purtroppo va anche detto che in molti casi ciò che essi trovano è una realtà molto meno confortevole di quella sperata.
Le città infatti sono sempre più caotiche e affollate e, come tali, in molti frangenti diventano luoghi in cui l’esposizione ai rischi ambientali (o di altro tipo) aumenta in modo impressionante. Molte megalopoli del mondo ormai ospitano milioni e milioni di abitanti, e se si pensa anche solo ai problemi di aria e di acqua inquinate che le attanagliano, si può comprendere la ragione per cui in molti casi l’urbanizzazione sembra produrre molti più guai di quanti ne risolve, soprattutto per i nuovi arrivati.
La testimonianza di Città del Messico è emblematica. Nella capitale mesoamericana vivono oltre 20 milioni di persone e circolano quasi 5 milioni di autoveicoli, il che genera il caso di inquinamento urbano più clamoroso del mondo. In essa si concentrano valori spropositati di emissioni atmosferiche, oltre a notevoli problemi di smaltimento delle acque reflue e dei rifiuti solidi, con tutto ciò che ne deriva in termini di impatto che questi tipi di inquinamento possono esercitare sulla salute della popolazione e in particolare su quella che ha meno disponibilità economiche per potersi tutelare e curare (vivendo in case più sane, mangiando cibi più nutrienti, fruendo delle cure mediche necessarie, ecc). E qui, naturalmente, si apre un’ulteriore tematica di grande importanza per quanto concerne il rapporto tra ambiente e salute. Gli esperti sostengono che, in ultima analisi, le cause del progressivo degrado ambientale e del suo impatto sulla salute umana oggi sono da collegare – nelle grandi città ma anche in altre aree non necessariamente urbanizzate sia del mondo avanzato che del mondo arretrato – all’eccessiva povertà. In pratica, spesso si instaura un meccanismo perverso per cui il sovraffollamento umano fa aumentare esponenzialmente l’inquinamento ambientale, soprattutto laddove mancano conoscenze, tecnologie e servizi che potrebbero ridurre il fenomeno: si pensi solo ai grandi agglomerati urbani del Terzo mondo dove mancano gli impianti fognari.
In questo modo aumentano l’inquinamento, i rifiuti, l’uso scriteriato dell’acqua e dei combustibili energetici, e così aumenta anche l’esposizione alle malattie, specialmente nelle fasce indigenti della popolazione. Le ragioni specifiche di questa dinamica subdola che colpisce i più deboli possono variare da paese a paese. Tuttavia le grandi istituzioni sanitarie (come l’OMS) hanno ampiamente documentato che la povertà trascina sempre con sé una lunga catena di altre sventure, tra le quali l’alto rischio di ammalarsi e di morire prematuramente a causa di un ambiente degradato costituisce senza dubbio – insieme al dramma della fame – la prima emergenza umanitaria del pianeta.

A cura di Carlo Modonesi

 
 
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