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pubblicato il 12 maggio 2007 in ecosistemi

Foreste nepalesi

La popolazione rurale
La conservazione delle foreste
La gestione dell’utilizzo delle foreste e delle sue risorse è un tema che ha uno sviluppo preciso in Nepal, poiché le popolazioni rurali nelle aree remote, che rappresentano piu’ dell’ottanta per cento della popolazione, vivono da sempre a stretto contatto con l’ambiente naturale, che rappresenta per essi la principale forma di sostentamento economico. Così da  sempre le famiglie hanno regolato il proprio rapporto con la natura considerando le esigenze del proprio nucleo e la disponibilità delle risorse presenti, che spesso, soprattutto negli ecosistemi alpini, possono essere particolarmente limitate.
Una miniera (esauribile) di prodotti
Le foreste hanno una parte centrale nell’economia domestica, soprattutto per uno dei suoi prodotti più importanti, il legno.
Il legno infatti è una parte essenziale della sopravvivenza della famiglia, soprattutto nelle zone remote non raggiunte dall’elettricità nè dal gas, poichè viene sia consumato quotidianamente e in larga quantità per cucinare, riscaldare e illuminare la casa, sia utilizzato con regolarità per costruire o riparare le stalle per gli animali d’allevamento; anche il materiale non legnoso di provenienza forestale, come le erbe e le piante per il foraggio degli animali, i funghi e i frutti commestibili, è di importanza vitale per il gruppo.
Ma la pressione per l’utilizzo e lo sfruttamento delle risorse sta aumentando in modo esponenziale: anche se vi sono dei segnali di miglioramento, come la diffusione delle lampade fotovoltaiche o a batteria per rispondere alla richiesta di illuminazione, l’utilizzo di biogas per cucinare e altre soluzioni, la crescita demografica fa sentire i suoi effetti su tutte le foreste del Nepal, in particolar modo nelle regioni dove si concentra la popolazione. Secondo diversi studi, ad esempio, solo nel periodo tra gli anni sessanta e la fine degli anni 80 quasi il 25% dell’area forestale compresa nelle pianure del Terai è stata disboscata completamente.

Community forestry
Fino agli inizi degli anni cinquanta il problema della gestione delle risorse naturali sembrava privo di importanza: il paese, complice la fertilità di grande parte delle sue terre e l’abbondanza di acqua di origine glaciale e monsonica, appariva come una fonte apparentemente inesauribile di materie prime, legnose e non.
Nel 1957 il governo cambiò atteggiamento e con una legge nazionalizzò le foreste, con l’intento di promuoverne la conservazione modificando le modalità di utilizzo: permise solo lo sfruttamento di frutta, legname e foglie cadute naturalmente dagli alberi, e richiese una speciale autorizzazione per il taglio volontario delle piante; naturalmente il comportamento della maggior parte della popolazione rimase immutato.
Nel corso degli anni successivi vennero emanate diverse leggi per la tutela forestale ma non si fece nulla di concreto per fermare lo sfruttamento:  la popolazione continuò a praticare i propri metodi mentre il governo si disinteressò del problema.
È con la rivoluzione democratica del 1990 che il concetto di community forestry assunse il significato che ha oggi: nel 1993 una nuova legge riconobbe la validità delle pratiche tradizionali di conservazione dell’ambiente locale, facendo propria l’esperienza accumulata dalla popolazione nelle diverse zone di residenza.
La nozione di community forest è oggi legata a quella di sviluppo stesso, e vi sono numerosi progetti governativi ed internazionali che hanno lo scopo di aumentare la partecipazione locale alla gestione delle risorse forestali: oggi piu’ che mai del resto, vi sono nuove sfide che devono essere affrontate.

L’uomo e la natura
Uso tradizionale
La maggior parte della popolazione nepalese utilizza sistemi di aratura, di piantagione e di raccolta quasi esclusivamente basati su metodi tradizionali, che richiedono una profonda conoscenza dei meccanismi e dei tempi di crescita delle piante. Innanzitutto non vengono impiegati animali per arare, tranne in qualche caso quando la comunità utilizza un bue per il lavoro comune, come la preparazione dei campi prima dell’arrivo dei monsoni; i motivi di questa scelta sono sia di carattere religioso e culturale (gli induisti infatti rispettano la vacca come animale sacro), sia causati dalla conformazione morfologica di gran parte del paese: le zone di montagna e le valli con brusche depressioni richiedono il terrazzamento dei campi, pratica che esclude la possibilità di coltivazione intensiva con animali o macchine agricole.
L’andamento ciclico del clima monsonico spinge inoltre i contadini a lavorare in perfetta sintonia con il susseguirsi  delle stagioni e delle condizioni atmosferiche, tanto che è solo durante certi periodi dell’anno che viene concentrata la maggior parte del lavoro, in accordo con le grandi piogge e i periodi immediatamente precedenti e successivi ad esse.
Parte di un insieme
Nella vita di tutti i giorni i nepalesi si confrontano con la natura considerandosi come una semplice parte dell’ecosistema, come un elemento infinitamente piccolo rispetto al sistema naturale preso nel suo insieme, da rispettare e venerare. Del resto anche l’induismo, la confessione prevalente nella larga parte del paese (e a maggior ragione anche il buddismo, che è la seconda per importanza), dimostra che non vi è sostanziale differenza tra l’uomo, gli altri esseri animali e la natura, poiché nel ciclo delle rinascite ciascun essere può vivere un’esistenza come uomo, o pianta, o insetto e così via. Vi è quindi, almeno a livello formale, un profondo rispetto per la natura e tutti i suoi elementi: le montagne, ad esempio, rappresentano divinità specifiche, tanto che in alcune di esse non è consentito fare attività di esplorazione o di trekking.
Allo stesso modo le foreste che spesso ospitano templi e monasteri vengono rispettate come sacre ed anche i fiumi, essendo legati alle pratiche religiose e a specifici rapporti tra sacralità e acqua, sono considerati un elemento molto importante.

Acqua e sacralità
Una delle risorse piu’ importanti, l’acqua, ha un rapporto particolare con una dimensione molto importante della vita nepalese, quella religiosa. La religione è presente in ogni aspetto della vita quotidiana, e il senso del sacro pervade l’esistenza di ogni abitante, mostrandosi quotidianamente nelle offerte, nelle preghiere e nella devozione alle divinità: l’acqua ha un ruolo fondamentale  per le pratiche religiose, sia in occasioni particolari sia in situazioni comuni. Intesa come elemento di purificazione con poteri benefici e versata sugli oggetti sacri, l’acqua diviene un veicolo di trasmissione della divinità, tanto da essere impiegata durante tutti i riti di iniziazione della maggior parte delle etnie del paese.
Essa viene utilizzata quando le donne portano al tempio l’offerta quotidiana composta da una piccola brocca di rame con dell’acqua, insieme a riso, fiori, colori in polvere e altri elementi; o quando viene versata per  il lavaggio rituale dei piedi, delle mani e della bocca che ogni bramino ortodosso svolge ritualmente prima di ogni pasto, per evitare la contaminazione con impurità esterne.
Piogge divine
L’acqua per i nepalesi è da sempre fondamentale per l’agricoltura e il lavoro nei campi, e la regolarità delle piogge monsoniche ha portato ad una progressiva divinizzazione di questo elemento, tanto che esistono numerose leggende che collegano la pioggia e  l’acqua ad una schiera di divinità e di diverse potenze spirituali: la Valle di Kathmandu stessa, che in origine preistorica era occupata da un grande lago, sembra sia stata liberata dalle acque da parte del dio Manjushri, che con un colpo di spada creò un varco nella valle dove l’acqua potè defluire; qui ogni anno vi è un importante festival dedicato a Machhendranath (dio della pioggia e dei raccolti) che dura diversi giorni, con feste e processioni, al quale assiste anche il re, considerato tutore della fertilità e della prosperità del suo paese.
I bagni pubblici
L’acqua raccolta in grosse vasche rettangolari poste all’aperto acquista poteri benefici, poiché si ritiene che queste acque siano in comunicazione con gli altri  fiumi del Nepal e soprattutto con il sacro fiume Gange in India. In diverse località del paese vi sono ampi spazi con grosse vasche pubbliche divenuti luoghi di pellegrinaggio, dove i fedeli giungono per compiere i bagni rituali che gli permettono di acquisire meriti religiosi e di purificarsi ritualmente; in occasione di determinate ricorrenze folle di fedeli si accalcano nei luoghi di pellegrinaggio per partecipare alle cerimonie pubbliche e ai sacrifici rituali.
L’acqua si mostra così essere un elemento fondamentale della vita religiosa di nepalesi, e il suo esempio evidenzia il profondo rapporto che lega tra loro la dimensione del sacro, l’uomo e le risorse naturali del paese.

Il Nepal e la sostenibilità
Tuttavia, nonostante un approccio idealmente rispettoso della natura circostante, sempre piu’ spesso la mentalità della popolazione nepalese giustifica logiche di sfruttamento totalmente incompatibili con l’equilibrio naturale, assumendo comportamenti insostenibili da un punto di vista ecologico: il risultato è lo sfruttamento delle risorse forestali a ritmi eccessivi e l’utilizzo di concimi e fertilizzanti chimici a scapito della salvaguardia dell’ambiente, l’ inquinamento delle acque e la difficoltà di smaltimento dei rifiuti nelle zone densamente popolate.
Questi fattori, insieme al crescente stato di inquinamento dell’aria, stanno rapidamente mutando la concezione della natura del popolo nepalese: da una parte i sostenitori di uno sfruttamento infinito, che considerano cioè le risorse del paese come difficilmente estinguibili e non si curano così delle conseguenze delle loro azioni; dall’altra, come forma di reazione, sta crescendo il sentimento sempre piu’ diffuso che la natura sia una risorsa preziosa da salvaguardare, e che questo compito spetti innanzitutto all’uomo.

Gli indigeni e le risorse
Gli abitanti delle zone rurali hanno sviluppato da secoli differenti tecniche di utilizzo equilibrato delle risorse naturali, sia per la necessità di sopravvivere in regioni remote e spesso aride sia per un senso di rispetto della natura e dei suoi prodotti.
Così ancora oggi per fare fronte allo sfruttamento intensivo delle risorse essi adottano metodi tradizionali, che possono essere distinti in tre gruppi principali: le tecniche di rotazione delle zone di pascolo e la regolazione dell’accesso degli animali della comunità, la pratica di pulizia e rigenerazione dei campi attraverso l’uso del fuoco (khoriya) e lo sfruttamento delle risorse naturali su base stagionale.
Oltre a queste tecniche principali vi sono anche degli accorgimenti per così dire secondari, come l’equa distribuzione dei prodotti naturali a seconda delle esigenze delle singole famiglie (i criteri principali sono il numero di persone che compongono il nucleo, il possesso di animali e di terreni), la cura e la crescita di piante non commestibili per proteggere le zone del foraggio dai predatori selvatici e altri.
Tecniche di rotazione
Lo spostamento delle coltivazioni su base rotazionale chiamato khoriya è una tecnica che praticata correttamente consente lo sfruttamento eco sostenibile dei terreni coltivati, ma poiché richiede l’utilizzo del fuoco alla fine di ogni ciclo può comportare gravi danni alla natura quando non è utilizzata con le dovute precauzioni. Le popolazioni indigene suddividono l’area comunitaria in settori differenti che utilizzano solo in parte per la coltivazione, mentre gli altri vengono lasciati riposare per periodi di tempo che vanno dai tre ai sette anni.
Alla fine di ogni periodo, una volta finito il raccolto, nei campi vengono tagliate tutte le piante e le erbe, poi viene dato fuoco all’intera area: in questo modo la cenere che si deposita fertilizza il terreno, mentre i contadini si dedicano alla rigenerazione dei settori lasciati precedentemente a riposo, piantando nuovi alberi e potando quelli presenti, disboscando la terra ed eliminando i cespugli, recintando le aree riservate alla coltivazione e pulendo i sentieri di ingresso. Così, al termine del periodo di pausa, i terreni hanno avuto il tempo necessario per rigenerarsi e il suolo, smosso e fertilizzato con la cenere, è pronto per un nuovo ciclo.
Pascolare a “targhe alterne”
Anche la gestione delle zone di pascolo segue un andamento ciclico, sia per quanto riguarda il numero di animali che possono di volta in volta accedervi, sia quanto al numero delle aree accessibili. Gli animali vengono portati a pascolare nelle foreste ad altitudini diverse e in gruppi separati, secondo turni e modalità di pascolo stabilite: quando nel villaggio ci sono pochi capi di bestiame, le famiglie organizzano una sorta di cooperativa che si occupa collettivamente del pascolo degli animali, dai mesi di aprile – maggio fino ad ottobre inoltrato.
Poiché si ritiene che gli animali ad alta quota acquistino piu’ vigore e produttività, ogni anno essi vengono portati in montagna a pascolare, in gruppi di venticinque o trenta capi, per un periodo di due settimane a gruppo, ripetendo il ciclo per due o tre volte durante la stagione. Anche in questo caso le zone di pascolo non sono tutte aperte, ma vengono fatte ruotare per permettere alla vegetazione di rigenerarsi e non esaurire le riserve necessarie per il periodo.
A seconda degli animali da pascolare, siano essi bufali d’acqua o buoi, vacche, capre o pecore, cambiano i periodi e le zone di pascolo: i bufali, ad esempio, sono lenti e meno agili, e quindi vengono portati tutti insieme in zone piu’ accessibili, come pendii dolci e luoghi con molti alberi, dove possono trovare riposo dal sole e corsi d’acqua dove immergersi. Il resto del bestiame viene stanziato in altre aree meno accessibili, ad altitudini piu’ elevate e meno produttive, poiché generalmente buoi e altri animali hanno una capacità adattiva maggiore e piu’ resistenza giornaliera; le capre e le pecore vengono portate nei punti piu’ estremi e inaccessibili del pascolo, poiché sono animali che riescono a muoversi piu’ agilmente e hanno un approccio con le piante piu’ distruttivo.
Durante l’inverno gli animali vengono fatti rientrare nelle aree vicine al villaggio, dove in parte pascolano e in parte rimangono presso le stalle dove vengono nutriti con il foraggio conservato da prima dell’estate. È solo nei primi giorni di marzo che essi tornano all’aperto e vengono portati nei grossi appezzamenti di terreno della comunità, per pascolare e preparare i campi (quando vengono utilizzati per arare),  e soprattutto per fertilizzarli. Poi, giunto il periodo di pascolo, il ciclo riprende, garantendo la corretta conservazione e l’utilizzo sostenibile delle risorse naturali della comunità.
I prodotti stagionali
Oltre alla coltivazione e al pascolo rotazionale, un altro metodo che segue un ciclo regolare è quello del consumo dei prodotti delle foreste su base stagionale. Le popolazioni rurali hanno infatti una conoscenza profonda del ritmo di crescita delle piu’ diverse piante e dei prodotti degli animali selvatici, come il miele e le uova di uccello, le erbe e gli alberi: così anche la raccolta di legna da ardere, di materiale non legnoso e di foraggio per gli allevamenti domestici sono regolate in base alla stagione e alla tipologia di prodotto. Alcune piante richiedono di essere raccolte in determinati periodi dell’anno per essere commestibili per gli animali, mentre altre hanno bisogno di lunghi periodi di riposo per ricrescere ed essere pronte alla raccolta.
Anche i prodotti utili per l’uomo, come i funghi, la frutta, il bambu’, le piante fibrose e quelle medicinali, hanno ritmi di crescita e di raccolta specifici: così pur senza limitare la quantità di raccolto permesso, ogni comunità stabilisce i tempi e i modi per farlo.
Questi semplici accorgimenti e tecniche tradizionali regolano da secoli il rapporto tra la produzione naturale di risorse e il loro sfruttamento, e si sono rivelati utili per fronteggiare lo stato di emergenza degli ultimi decenni: essi sono stati infatti recuperati dai progetti governativi e internazionali per la sussistenza dell’ecosistema e la salvaguardia dell’ambiente.

a cura di Filippo Tessari

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