dcsimg

pubblicato il 10 gennaio 2007 in terra

L’uomo e la montagna

La vita sulle montagne
Le antiche popolazioni che vivevano ai piedi delle montagne non le affrontavano per una sfida personale o sportiva, come facciamo noi ora, ma soltanto quando era strettamente necessario, quando vi erano costretti per poter sopravvivere, spinti per esempio dalla necessità di procacciarsi il cibo. La caccia, la ricerca e l’inseguimento delle prede portavano spesso gli antichi uomini delle montagne a spingersi lontano dagli accampamenti, a volte a giorni di cammino e ad affrontare disagi e pericoli per procurare il cibo per  sè e per la famiglia. Tuttavia era sempre con grande timore che l’uomo si avvicinava alla montagna.
Quando l’uomo, da cacciatore, divenne allevatore e agricoltore, fu la ricerca di nuovi pascoli a spingerlo verso la montagna insieme alla necessità di procurarsi materiale per costruire le abitazioni e legna per riscaldarsi.
Più tardi, con la scoperta dell’uso dei metalli, furono i giacimenti di minerali ad attirare l’uomo verso le montagne: pensiamo alla raccolta dei “cristalli di rocca” (cristalli di quarzo usati per la fabbricazione di lampadari e strumenti ottici) sulle Alpi o allo sfruttamento dei filoni auriferi delle rocce metamorfiche del M. Rosa conosciuti già dai Romani.
L’intensificarsi dei commerci e degli scambi fu però la maggior spinta verso l’esplorazione dei territori di montagna alla ricerca di passi che permettessero di valicare le catene montuose più alte, superando ostacoli naturali che diversamente avrebbero costretto a viaggi lunghissimi, se non impossibili. Chi effettuava il primo viaggio della stagione, sfidando le condizioni atmosferiche ancora avverse, riusciva a vendere per primo i propri prodotti ricavandone prezzi migliori e maggiori guadagni: iniziò così la sfida alla montagna che, sulla spinta di scopi commerciali, venne sempre più spesso volontariamente affrontata durante le stagioni più fredde, nelle condizioni più dure, per poter giungere per primi con il proprio carico di merci preziose.
Non dimentichiamo che le montagne, imponenti baluardi difensivi e ideali “torri di avvistamento”, hanno sempre giocato un ruolo decisivo nel corso di guerre e conflitti: la storia racconta della quasi leggendaria traversata delle Alpi di Annibale con i suoi elefanti e più recentemente anche della lunga guerra di trincea sulle cime e sui ghiacciai delle Alpi durante la Prima Guerra Mondiale. Di questo conflitto e delle lotte degli eserciti di entrambe le fazioni contro la montagna, un nemico più forte di loro, sono rimaste testimonianze nei sentieri della Grande Guerra come le trincee e i rifugi scavati tra roccia e ghiaccio, i residuati bellici e i resti degli sfortunati alpini che i ghiacciai in ritiro restituiscono.
Con l’evolversi del rapporto tra uomo e montagna, le tecniche e i materiali dell’equipaggiamento vengono gradatamente migliorati sperimentandone di persona la validità: lentamente le tecniche si affinano, le informazioni vengono scambiate, i viaggiatori raccontano con meraviglia di popoli di montagna che si muovono sulla neve compiendo evoluzioni su “pezzi di legno arcuati” o con “rami di pino” sotto ai piedi o ancora su strani veicoli trainati da cani. Qualcuno inizia ad utilizzare questi “attrezzi” non più solo per necessità, ma per gioco, per divertimento, per esplorare: sono nati gli sport invernali!

Un inizio commovente
Particolarmente toccante è la storia della nascita di una delle più leggendarie competizioni di sport invernali: l’Iditarod, la più lunga, massacrante, difficile e impegnativa competizione di “sleddog”, la corsa di slitte trainate da cani (dall’inglese sleigh, slitta, e dog, cane).
Nel 1925, nella cittadina di Nome, sperduta nel grande Nord dell’Alaska, imperversò un’epidemia di difterite che colpì soprattutto i bambini. Occorreva procurarsi rapidamente il vaccino, ma la cittadina era lontanissima da tutti i centri abitati “civilizzati”: il vaccino si trovava a 1800 km di distanza. In condizioni atmosferiche terribili, sotto tempeste di neve e con temperature di 30 gradi sotto lo zero, i “musher” (i conduttori di slitte trainate da cani) della zona misero generosamente a disposizione le proprie attrezzature e i propri animali, organizzando una staffetta per far percorrere ai medicinali il lunghissimo tragitto. Grazie alla loro abilità e alla resistenza degli indomabili cani, in 127 ore il vaccino arrivò a Nome salvando la vita a moltissimi bambini. Il tratto più difficile, nelle condizioni più dure e mentre imperversava una furiosa tempesta di neve, fu percorso dalla muta di cani capitanata dal fortissimo e coraggioso cane Balto, quando ormai tutti stavano per darsi per vinti. Balto da allora divenne il simbolo della generosità e dell’abnegazione anche di fronte alle condizioni ambientali più avverse. La sua storia non è del tutto a lieto fine: Balto, dopo essere stato sottratto ad un nuovo padrone che li maltrattava finì la sua carriera di valoroso cane da slitta nello zoo di Cleveland dove è imbalsamato in una sala a lui dedicata. Esso divenne anche una vera star protagonista di un breve film hollywoodiano. Recentemente la sua storia fu riscoperta e Balto divenne il protagonista di un bellissimo cartone animato: non molti sanno che la storia narrata è vera e che il percorso dell’Iditarod ricalca quello dei coraggiosi cani di Nome, 1800 km tra foreste e laghi ghiacciati, in una delle gare più dure e suggestive del mondo a ricordo di un’impresa epica e di un episodio di grande generosità di uomini e animali.

Equipaggiamento
Tutte le moderne tecniche e gli equipaggiamenti che ci permettono di scivolare sulla neve, camminare sul ghiaccio o nella neve alta senza affondarvi, di salire pareti verticali e calarci lungo ripidi pendii, nonostante la foggia e il design moderno, hanno origini antichissime e tutto il materiale che usiamo per affrontare in sicurezza la montagna ci viene dall’esperienza e dalle conoscenze di antichi popoli.
Ötzi, il famosissimo “uomo dei ghiacci” ritrovato nel 1991 sul Ghiacciaio di Senales, nella Ötzthal al confine tra Austria e Italia, ci mostra l’abbigliamento tipico di un “alpinista” di 5.000 anni fa. I materiali a sua disposizione non erano certamente i moderni materiali sintetici di nylon, caldi, leggeri, traspiranti, ma già all’epoca erano ben comprese le necessità di ripararsi dal freddo e dell’acqua con un abbigliamento “a strati” e impermeabile. Tutto era realizzato in pelle con l’eccezione di una mantella “antipioggia” di erbe intrecciate (molto simile ai nostri “poncho” da montagna), mentre calzature robuste e imbottitte di fieno permettevano di camminare sicuri sul ghiaccio mantenendo i piedi caldi. Chi si muoveva sulle montagne ben conosceva gli effetti terribili del freddo sul corpo umano, anche in assenza di conoscenze mediche e fisiologiche. Dall’attrezzatura che aveva con sè, Ötzi doveva essere un cacciatore, equipaggiato con arco, frecce e pugnali di corno; con sè aveva un contenitore di corteccia di betulla destinato a contenere le braci per poter accendere il fuoco la sera e portava una riserva di carne secca. Tutto questo fa pensare che non era impreparato ad affrontare l’alta montagna e al collo portava un ciondolo di marmo levigato: forse un talismano per proteggersi dai demoni della montagna?
5.000 anni fa il clima era più mite dell’attuale e i ghiacciai si stavano ritirando come ai nostri giorni, ma avventurarsi in alta montagna su un ghiacciaio protetti solo da un paio di scarpe di pelle imbottite di fieno doveva comunque essere un’impresa durissima, in cui soltanto uomini particolarmente forti potevano resistere.
Sulla necessità di un abbigliamento adatto alle severe condizioni climatiche dell’alta montagna, Sir Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes, ci ha lasciato un divertente scritto, nel 1864, in cui lamenta che “… il costosissimo tessuto di tweed che il sarto londinese aveva garantito contro il freddo più pungente ha, in realtà, soltanto caratteristiche teoriche!”
Ma l’abbigliamento adeguato non è la sola attrezzatura necessaria. La necessità di affrontare tratti verticali o molto ripidi ha richiesto l’invenzione di corde per assicurare gli scalatori: inizialmente di fibre vegetali intrecciate, ora di nylon robusto ed elastico, in grado di assorbire senza rompersi l’energia di cadute da grandi altezze. Una pubblicazione sulle Alpi stampata a Zurigo nel 1574 descrive le norme di comportamento di una cordata su un ghiacciaio e l’utilizzo delle corde per una progressione tra i crepacci.
Muoversi sulla neve soffice è estremamente faticoso e l’uso di “attrezzi” che permettessero di risparmiare fatica e di muoversi più velocemente è antichissimo: le testimonianze dei più antichi sci risalgono al 5.000 a.C.. Oltre gli sci, venivano usati rami e corde intrecciate per ricoprire le suole delle scarpe e nacquero i progenitori dei ramponi e delle racchette da neve, le “ciaspole”: è singolare che per questi attrezzi si sia di recente riscoperto il vecchio termine dialettale trentino. In un trattato stampato a Basilea nel 1561, il medico bergamasco Guglielmo Grataroli parla già di ramponi “ormai acquistabili ovunque”.
Quindi, per quanto la foggia dei nostri attrezzi da montagna sia moderna e “aggressiva” e i materiali che li compongono siano “tecnologici” e all’avanguardia, quasi tutti derivano da modesti progenitori in legno e fibre vegetali intrecciate!

Con gli sci ai piedi
La storia degli sci è antichissima. Furono inventati dagli abitanti delle terre del Nord, della Siberia, della Lapponia e della Scandinavia, dove la neve ammanta il paesaggio per lunghi mesi e la necessità di effettuare spostamenti spingeva gli uomini a cercare mezzi che permettessero di muoversi rapidamente e con poca fatica sulle distese innevate.
La prime raffigurazioni di un paio di “sci” risalgono al 1.000 a. C, ritrovate nel 1920 in un graffito in una grotta di Balingsta vicino a Uppsala, ma alcuni reperti sembrano testimoniare l’uso degli sci già dal 5.000 a. C, prima ancora della ruota! Il primo paio di sci ben conservato fu rinvenuto nella torbiera di Hoting in Svezia ed è datato 2.500 a.C.
Le testimonianze storiche dell’uso degli sci sono antichissime. Nel IV secolo a. C., Erodoto descrive gente che, in Asia Minore (l’odierna Turchia), si spostava con tavolette di legno ai piedi.  Nel VI secolo d.C., Procopio di Cesarea racconta di barbari che “scivolavano sulla neve calzando pezzi di legno arcuato“, ma fu soltanto nel XVI secolo che l’uso degli sci iniziò ad essere più conosciuto in altri Paesi grazie ai racconti e ai disegni di viaggiatori e commercianti.
La prima descrizione dettagliata di un paio di sci si trova nella Historia de Gentibus Septentrionalis, scritta nel 1565 da Olaus Magnus arcivescovo di Uppsala.
In Italia, le prime immagini di un paio di sci comparvero a Venezia nel 1539 e a Verona nel 1578, ma per vederli utilizzati sulle Alpi bisogna attendere la fine dell’Ottocento.
Gli sci comparvero per la prima volta in Italia in Carnia (Friuli Venezia Giulia), dove nel 1648  un gruppetto di soldati scandinavi che partecipò alla Guerra dei Trent’anni rimase a vivere al termine del conflitto: gli scandinavi continuarono ad usare gli sci per spostarsi sulla neve, ma pare che nessuno degli abitanti del posto fosse disposto a provarli! Il primo italiano ad usare un paio di sci, secondo i resoconti storici, dovrebbe essere stato il religioso Francesco Negri, in un viaggio in Lapponia nel 1663.
Alla nuova moda ottocentesca dello sci contribuì il norvegese Fridtjof Nansen che nel 1887 realizzò un’impresa incredibile per quell’epoca: la traversata della Groendlandia con gli sci in 42 giorni. Nansen fu anche l’autore del primo manuale di tecnica sciistica della storia.
Inizialmente visti come strumenti di semplice divertimento, gli sci suscitavano un po’ di perplessità. Sempre lo scrittore Sir Conan Doyle, grande appassionato di montagna, dopo aver lamentato il cattivo consiglio del suo sarto , nel 1894 scriveva: ” … Esteriormente, un paio di sci non presenta nulla di straordinario. Nessuno potrebbe immaginare, così a prima vista, il potere che in  essi si occulta. Tu li calzi, ti volti sorridendo verso i tuoi amici per vedere se ti guardano, ma nello stesso istante tu precipiti come un matto con la testa in un mucchio di neve… i tuoi amici godono così di uno spettacolo di cui non ti avrebbero mai creduto capace … Gli sci sono gli ordigni più capricciosi del mondo!”.
Ma ben presto alcuni ardimentosi iniziarono a comprenderne le potenzialità come strumento per avvicinarsi alla montagna in inverno e per poter raggiungere alcune delle cime più alte.
Molti furono coloro che si cimentarono in traversate e salite sulle Alpi, ma furono le grandi imprese scialpinistiche del Dottor Paulcke (il quale, tra le altre, realizzò la traversata del M. Rosa, fino a quota 4.200 m) a dare il primo grande impulso alla pratica dello sci sulle Alpi. Da quel momento in poi iniziò la grande epopea dello scialpinismo che permise di conquistare le maggiori cime della catena alpina: la prima salita della vetta del M. Bianco con gli sci fu realizzata nel 1904.
Dopo la fase iniziale di ricerca della conquista delle principali vette alpine, si passò, come stava già accadendo per l’alpinismo, alla ricerca delle vie di salita più difficili, delle discese più lunghe e impegnative e delle traversate.
Questa fase pionieristica ed esplorativa dello sci aprì le porte di questa pratica sportiva ad un sempre crescente numero di persone: si trattava, però, ancora di sci inteso come scialpinismo che implicava una faticosa salita con le pelli di foca sotto agli sci e discese fuoripista, visto che, naturalmente, non esistevano ancora nè piste nè impianti di risalita.

Dal legno alla fibra di vetro
Gli esperimenti dei primi salitori portarono ad affinare e migliorare sia le tecniche che i materiali. I moderni sci sono ovviamente diversi dai primi “prototipi” dei popoli del Nord, anche se l’idea di base non è fondamentalmente cambiata molto.
In Lapponia, con una tecnica inventata più di 2.000 anni, ma ancora usata nel secolo scorso, gli sci erano molto diversi da quelli a cui siamo abituati: sul piede destro si calzava uno sci molto lungo, sul sinistro uno sci più corto e coperto di pelle di foca utilizzato per spingersi. Altrove gli sci erano semplici tavolette di legno lunghe e strette, arcuate all’estremità anteriore per impedire che affondassero nella neve. Il legno più utilizzato era il frassino.
Gli attacchi erano semplici lacci di cuoio e necessitavano di tecniche particolari: per esempio, i primi sciatori usavano un lungo bastone per effettuare le curve, secondo una tecnica norvegese detta “telemark” (dal nome di una cittadina norvegese dove questa tecnica fu descritta per la prima volta). Si passò poi ad usare un bastone più corto in una mano e una picozza nell’altra. L’uso dei due bastoncini sembra nascere nel 1907, in occasione della salita all’Aiguille du Chardonnet nel Gruppo del M. Bianco, dove un tale signore Roget diede dimostrazione dell’utilità della nuova invenzione ai suoi compagni dotati di picozze e bastoni. Introdotto l’uso di due bastoncini di uguale lunghezza per curvare, si cominciò ad usare la tecnica detta “christiania”. Diffusissima in tutte le scuole di sci odierne, anche questa tecnica ha origini antiche e norvegesi: il nome, infatti, viene dall’antico nome della città di Oslo, (Christiania) dove pare sia stata inventata.
Inizialmente, sulle Alpi non si usavano pelli di foca (ora, fortunatamente, sostituite da strisce di materiale sintetico!), ma ramponi fissati sotto gli sci: l’uso delle pelli di foca per facilitare la salita viene ancora dal Nord, dalla Lapponia.
Nel 1843 venne organizzata a Tromso, in Norvegia, la prima gara di sci “alpino”, mentre l’uso di questi strumenti si diffondeva anche in Canada, Nevada e California, per fini meno “sportivi”. Infatti erano utilizzati dei cercatori d’oro per poter lavorare anche durante l’inverno.
All’inizio, la moderna distinzione tra “sci alpino”, che consente di sciare su pendii ripidi e con neve ghiacciata, e “sci nordico”, che consente di percorrere lunghe distanza su tratti pianeggianti, non era molto evidente: i materiali e le tecniche erano pressochè identici.
La vera rivoluzione dello sci avvenne alla fine dell’800, quando l’eclettico pittore-inventore Mathias Zdarsky provò ad accorciare gli sci (limitandone la lunghezza a 1,80 m, mentre prima erano lunghi più di 3 metri!) e inventò, sperimentando un centinaio di diversi modelli, degli attacchi fissi con parti metalliche per tenere fermo il tallone.
Le tecniche di utilizzo di questi nuovi attacchi, molto diverse dalle tradizionali tecniche per gli sci con attacco mobile, iniziano a creare una differenza tra quello che diventerà lo sci alpino, o da discesa, e lo sci di fondo.
In Italia, la grande diffusione dello sci si deve all’ingegnere svizzero Adolf Kind, che fonda, nel 1897, lo Ski Club di Torino, che si trasformerà poi nella FISI nel 1908 (Federazione Italiana Soprt Invernali). All’inizio, gli sci venivano chiamati “ski” anche in Italia e coloro che praticavano lo sci erano detti “skiatori“, poi “scivolatori” e finalmente “sciatori”.
Lo sci si diffuse sempre più fino a che negli anni ’50, con la crezione dei primi impianti di risalita e di funivie, iniziò a diffondersi anche tra il grande pubblico. Lo sci ora gode di grandissima popolarità, anche se si è differenziato sempre più dal suo precursore, lo scialpinismo, sia come materiali che come tecniche, ma soprattutto, come motivazioni e come approccio alla montagna: emozionanti discese mozzafiato lungo piste lisce e veloci da una parte, la magia di una salita silenziosa nella neve fresca, tra vette incontaminate e selvagge, dall’altra …

Onde di neve
Snowboard e monosci
Nonostante quello che si possa pensare, lo snowboard, la “tavola” che tanto appassiona i ragazzi in questi ultimi anni, non è un’invenzione recente. Il primo prototipo di snowboard comparve nel 1929 negli USA, realizzato con un pezzo di slitta con applicati dei lacci per fissarvi gli scarponi, ma non ebbe molto successo perchè i piedi vi erano fissati paralleli alla tavola, e non obliqui, come sui modelli moderni.
Molti sciatori cercarono, unendo due sci, di realizzare il monosci, che avrebbe consentito di scendere in linea retta molto più velocemente: con un modello decisamente più moderno di monosci, nel 1982 fu raggiunta la velocità di 100 km orari!
Bisogna però attendere il 1963 per vedere nascere il vero snowboard, quando Shermann Popper, per far divertire i suoi bambini, decise di provare a utilizzare un surf da onda: qui non si trattava più di record di velocità, ma di “cavalcare” le onde di neve in fantastiche evoluzioni a bordo dello “snurfer” (il nome deriva da “snow surfer” – il surf da neve).
Lo snowboard, inizialmente nato negli USA, divenne popolarissimo a metà degli anni ’80, grazie ad un filmato che è ora un mito per gli appassionati della tavola: Apocalypse Snow, che fece conoscere questa (allora bizzarra) specialità in tutto il mondo.
Gli snowborder, però, dovettero conquistarsi la possibilità di poter sciare sulle piste, come gli altri sciatori “tradizionali”: fino agli anni ’80, la diffidenza verso questi nuovi attrezzi era tale che il loro uso era proibito in tutte le stazioni sciistiche e, quando permesso, subordinato alla presentazione di un certificato che attestasse la capacità di controllare la tavola.
Dopo il primo campionato USA nel 1982 e il primo raduno europeo nel 1989, lo snowboard entra a tutto diritto tra le discipline olimpiche nel 1998, per la prima volta, alle Olimpiadi di Nagano in Giappone.

Discipline sciistiche
Gli sci consentono, a chi li sa maneggiare adeguatamente, incredibili evoluzioni sulla neve: nascono così discipline particolari e spettacolari che in comune hanno soltanto il fatto di richiedere degli sci ai piedi.
Il salto dal trampolino con gli sci è una delle più antiche e tradizionali, già presente fin dalle prime edizioni delle Olimpiadi invernali.
Negli anni ’70 si sviluppa invece la specialità del “chilometro lanciato” (KL), alla ricerca della massima velocità raggiungibile sugli sci. Su piste appositamente preparate gli atleti raggiungono velocità impensabili che attualmente sono superiori ai 200 km/h: la più alta velocità mai raggiunta sulla superficie terrestre da un uomo privo di mezzi di propulsione. Per documentare questi record, è stato necessario inventare un particolare tipo di sensore capace di misurare la velocità dello sciatore senza disturbarne in alcun modo l’aerodinamicità! Tutto questo vestiti con tute di materiali “spaziali” (nel vero senso del termine, visto che spesso si tratta di materiali che derivano direttamente dalla ricerca aerospaziale), sci e scarponi avveniristici, realizzati con lunghi studi aerodinamici nelle gallerie del vento. Il KL, pur essendo una specialità riservata a pochissimi atleti, ha portato le maggiori novità nei materiali: vengono condotti esperimenti di aerodinamicità sui materiali e sui design degli attrezzi che poi vengono applicati alla produzione di massa (esempi fra tutti: i bastoncini arcuati e “sagomati”, che seguono il corpo dello sciatore minimizzando l’attrito con l’aria e i materiali delle moderne tute da gara, che consentono di scivolare senza danno sulla neve in caso di caduta).
La specialità probabilmente più spettacolare è lo sci acrobatico, chiamato anche “free style” (stile libero o “hot dog”) dove gli atleti si esibiscono in fantastici salti ed evoluzioni spettacolari su piste dove buche, gobbe e cunette vengono create appositamente, anzichè essere lisciate!
Inutile dire che questa specialità, come anche le due precedenti, è assolutamente vietata sulle piste!!
Per quanto riguarda l’evoluzione dello scialpinismo, a partire dagli anni ’70 (ma, in fase pionieristica, anche già dagli anni ’30), alcuni sciatori iniziarono a cimentarsi su pendii con inclinazioni superiori ai 45°: nasce lo sci estremo che rapidamente porta a sfidare i pendii più impegnativi, dalla parete Nord del M. Bianco al Cervino. Attualmente, l’impresa più estrema realizzata è considerata la discesa del versante Est del Fletschorn.
I pendii più ripidi vengono sfidati anche alle alte quote dei giganti himalayani: nel 1964, è stata scesa con gli sci la parete Ovest del Cho Oyu ad una quota 8.100 m, 50 metri sotto la vetta e nel 1978 fu sceso un tratto della via normale dell’Everest da quota 8.200 m.

Neve artificiale
Per gli appassionati dello sci, un inverno senza neve, senza poter mettere gli sci ai piedi e scivolare giù per candidi pendii è un’idea terribile, tanto che proprio la richiesta da parte di un sempre crescente numero di sciatori ha incentivato negli ultimi anni l’uso di innevare artificialmente le piste da sci.
Bello, poter sciare in barba ai capricci meteorologici! Ma quali sono le conseguenze sull’ambiente? Non sono poche e sono abbastanza pesanti: chiunque abbia davvero a cuore la tutela della montagna dovrebbe pensare al prezzo che l’ambiente paga per le nostre sciate “fuori stagione” prima di progettare una giornata sulla neve artificiale.
Per innevare una pista di medie dimensioni (per esempio, circa 1.600 m) servono almeno 20.000 m3 di acqua, cioè 20 milioni di litri che producono 42.000 m3 di neve: questa quantità riempirebbe 4.200 camion (dati da “ALP, La fabbrica della neve”, marzo 2002, n. 203).
L’acqua necessaria per la produzione della neve artificiale viene per la maggior parte prelevata direttamente dagli acquedotti, utilizzando quindi acqua potabile di buona qualità con un evidentissimo spreco. In passato, in molte stazioni sciistiche si sono verificati problemi a causa degli eccessivi prelievi dagli acquedotti. Quando invece l’acqua necessaria per l’innevamento artificiale viene prelevata da corsi d’acqua e bacini naturali, nelle stagioni particolarmente secche possono venire pesantemente alterate le condizioni idriche e spesso non viene garantita la quantità d’acqua minima necessaria per la “sopravvivenza”  del corso d’acqua o del bacino lacustre. L’abbassamento eccessivo del livello di piccoli bacini lacustri può, tra le altre cose, provocare fenomeni franosi e di dissesto lungo le sponde.
Da poco tempo, molte stazioni sciistiche si stanno dotando di bacini artificiali per la raccolta delle acque piovane durante l’autunno. Sicuramente questo è un comportamento più compatibile con il rispetto dell’ambiente dal punto di vista idrologico, ma non è privo di problemi: il bacino di raccolta artificiale rimane nascosto dalla neve e dal ghiaccio d’inverno, ma ben visibile come una conca foderata di argilla o cemento d’estate. Inoltre il peso dell’invaso e del suo contenuto e possibili infiltrazioni di acqua sul fondo possono innescare processi di dissesto e di franamento.
In passato, per prolungare la durata della neve artificiale, venivano utilizzati additivi chimici che modificavano il punto di congelamento dell’acqua: alla fusione della neve, queste sostanze venivano assorbite dal terreno, con conseguenze sull’ecosistema del suolo. Gli ultimi modelli di cannoni permettono di produrre neve resistente anche senza l’utilizzo di additivi, tuttavia anche la neve “pulita” ha conseguenze sull’ambiente perchè la copertura nevosa artificiale, più compatta della neve “naturale”, dura molto più a lungo e modifica il periodo vegetativo della flora, con alterazione dei tempi di ripresa del ciclo naturale. Una ripresa ritardata della vegetazione dopo il disgelo può avere conseguenze negative sull’erosione del suolo. Inoltre, la neve artificiale è più densa e pesante di quella naturale e ciò può compattare il suolo in superficie, rendendolo meno permeabile: questo riduce l’infiltrazione e favorisce lo scorrimento superficiale delle acque di precipitazione e di fusione della neve, contribuendo ad innescare processi di erosione superficiale. La compattazione del suolo rende anche più difficile l’attecchire della vegetazione: il risultato è che le piste da sci, in estate, si presentano come lunghe strisce di pietrisco e terriccio nude e sterili, scavate da profondi solchi di erosione, che contrastano nettamente con il verde dei prati e dei boschi circostanti.
Per procurarsi a costi inferiori la neve artificiale, alcune stazioni non hanno esitato a prelevare la preziosa sostanza “grattando” letteralmente la superficie dei ghiacciai (come è accaduto sul ghiacciaio della Marmolada), per trasferirla sulle piste: in un momento così delicato per i nostri ghiacciai alpini, questa operazione è decisamente discutibile e carica di conseguenze pesantissime.
Si potrà obiettare che nel corso della maggior parte degli avvenimenti sportivi si assiste allo spettacolo dei cannoni sparaneve in azione, ma in questo caso l’utilizzo dell’innevamento artificiale può essere giustificato dall’importanza dell’evento, a volte di risonanza mondiale, come nel caso di un’Olimpiade o un Campionato del Mondo.

Sciare consapevoli
Nessuno lo può negare: volare scivolando su un pendio innevato con gli sci ai piedi è una delle sensazioni più belle e inebrianti che si possano provare. E’ uno sport divertente, sano, che ci porta a contatto di una natura spesso spettacolare e maestosa.
Ma, purtroppo, è uno sport che costa molto caro in termini di impatto sull’ambiente. L’inquinamento visivo, acustico, in termini di rifiuti, di dapauperamento di prati e boschi e di disturbo alla fauna selvatica arrecato da una stazione sciistica è grandissimo e non è certo difficile rendersene conto. Difficile, però, rinunciare a una bella e comoda sciata utilizzando impianti di risalita: lo scialpinismo è decisamente molto più rispettoso dell’ambiente, ma è uno sport più duro, difficile, rischioso, e richiede una grande conoscenza della montagna, oltre che un buon allenamento, cosa che impedisce di trasformare tutti gli sciatori in scialpinisti.
Ma anche se siamo appassionati sciatori e non vogliamo rinunciare al nostro sport preferito, ci sono alcune considerazioni importanti che possiamo tenere presenti nella scelta delle stazioni sciistiche e nei nostri comportamenti durante una giornata sulla neve, che ci permetteranno di godere ugualmente di una bella gita, minimizzando però il nostro impatto sull’ambiente.
Una scelta intelligente
Un’azione molto importante riguarda la scelta della stazione sciistica: se abbiamo a cuore l’ambiente, non sceglieremo quelle più “di moda” o più famose, ma premieremo, nella nostra scelta, quelle a minore impatto sull’ambiente e più rispettose della montagna, del suo delicato ecosistema, ma anche quelle che maggiormente rispettano il desiderio di pace, silenzio e ambiente incontaminato della maggior parte degli sciatori.
Nella scelta della stazione più compatibile (o meno “invasiva”) sull’ambiente, scegliamo quelle le cui strutture abbiamo il minor impatto visivo possibile, quelle dove le strutture fatiscenti di vecchi impianti in disuso vengono smantellate, non quelle dove vecchi piloni e tralicci vengono lasciati ad arrugginire sui fianchi della montagna.
Teniamo presente che comprensori sciistici troppo vasti, con collegamenti tra valli adiacenti e circuiti di piste di decine e decine di chilometri comportano uno sconvolgimento totale dell’intera montagna, costringendo, per esempio, gli animali ad allontanarsi da tutta la zona. Se invece la zona adibita allo sci è limitata, la fauna selvatica avrà comunque la possibilità di trovare rifugio in un’altra area della montagna e forse anche noi avremo la possibilità di ammirarne qualche esemplare, se pure da lontano. Evitiamo anche di scegliere stazioni che ogni anno creano nuove piste, magari vicinissime tra loro, a scapito dei boschi e degli alberi: qualche centinaio di metri in più di pista non modificheranno molto il nostro divertimento, ma faranno una grande differenza per il bosco che dovrà lasciar loro spazio! Evitiamo anche i luoghi che hanno realizzato troppe strutture artificiali, come ponti, “cavalcapiste” e sottopassi e rinunciamo il più possibile alle sciate “fuori stagione” e alle stazioni che fanno un uso eccessivo dell’innevamento artificiale.
Da pochi anni, è divenuto di gran moda, in moltissime stazioni sciistiche, diffondere sulla montagna musica ad altissimo volume. Questa moda, evidentemente gradita a molti, può essere molto discutibile dal punto di vista dell’utente, perchè molti sciatori preferirebbero godersi la pace e il silenzio della montagna: questo gruppo di sciatori evita spontaneamente le stazioni che offrono questo “servizio”. Ma se facciamo parte della prima categoria, proviamo a pensare, per un attimo, che la nostra musica preferita è una fonte di grandissimo disturbo per tutta la fauna selvatica.
Anche la possibilità di sciare di notte, sulle piste suggestivamente illuminate da potenti riflettori, è molto allettante, tuttavia, prima di goderci questo divertimento, pensiamo che l’illuminazione notturna disturba i ritmi della fauna e della flora già messi a dura prova durante la giornata!
Questa scelta consapevole delle stazioni più rispettose dell’ambiente, se effettuata da tutti gli sciatori, potrebbe portare ad una maggior attenzione all’ambiente da parte delle società che gestiscono i comprensori sciistici, con indubbi vantaggi per la montagna, ma anche per chi ne usufruisce. Con le nostre scelte possiamo quindi “premiare” le gestioni più meritevoli, incoraggiandole a continuare la loro attività nel rispetto dell’ambiente. Scegliamo bene, quindi, e invitiamo i nostri amici e compagni di sci a fare altrettanto:  non è un contributo da poco alla difesa dell’ambiente!

Comportiamoci bene!
Scelta la stazione più adatta, naturalmente, è doveroso anche il nostro personale contributo nel rispettare le “solite” regole di comportamento! Non buttiamo, quindi, i nostri rifiuti, nemmeno “piccole” gomme da masticare e carte di caramelle: è facile occultare tutto sotto la neve, ma in primavera? Se la stazione sciistica non dispone di adeguati contenitori per la raccolta dei rifiuti, riportiamoceli a casa nello zaino: il peso di cartacce e contenitori vuoti non ci disturberà certo nella discesa!
Nei rifugi e negli alberghi, non sprechiamo luce, acqua e riscaldamento: anche se abbiamo scelta la formula della “pensione completa tutto compreso”, non dobbiamo necessariamente consumare tutta l’energia elettrica o l’acqua calda che ci vengono messe a disposizione!
Non acquistiamo souvenir e oggetti di artigianato fatti con parti di animali di specie protette, e rispettiamo noi stessi la fauna e la flora: con la montagna innevata è difficile cogliere fiori di specie protette, fortunatamente, ma che dire di coloro che, per gioco, strappano rami dagli alberi lungo la pista o ne colpiscono i tronchi  passandovi accanto seduti sulla seggiovia?
Consideriamo che non siamo i soli ospiti e teniamo un comportamento rispettoso del desiderio di quiete degli altri sciatori. Rispettiamo le regole di sicurezza e non mettiamo a repentaglio l’incolumità nostra e altrui con esibizioni e acrobazie tanto pericolose quanto sciocche.
Non avventuriamoci fuori pista: è un’emozione che può costarci cara, che può creare situazioni di grave pericolo per noi e per gli altri sciatori e che può anche disturbare gli animali che cercano di sfuggire alla confusione lontano dal tracciato delle piste.
Allora, se abbiamo capito cosa fare … via! Siamo pronti per una sciata più consapevole ed ecologica, ma non meno divertente!

A cura di Paola Tognini

Con il patrocinio del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca
 
Eni S.p.A. - P.IVA 00905811006