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pubblicato il 3 dicembre 2006 in la vita

Agricoltura sostenibile

Mangiare per sopravvivere
L’agricoltura è l’attività principale dell’uomo, perché consente di produrre gli alimenti che attraverso i negozi e i supermercati arrivano sulle nostre tavole. Se non esistesse l’agricoltura, probabilmente la nostra specie non ci sarebbe più, o non sarebbe quella che è oggi, ossia la più influente del pianeta.
Prima di inventare l’agricoltura l’uomo era per lo più un cacciatore-raccoglitore. La sua esistenza, anziché basarsi sulla stanzialità, cioè sulla tendenza a vivere nel solito luogo per tempi molto lunghi, dipendeva dall’incessante spostamento da un luogo a un altro per poter disporre continuamente di nuove fonti di cibo. Infatti, fino a 10.000 anni fa gli alimenti non venivano prodotti con l’agricoltura, così come si fa oggi, ma venivano cercati e prelevati in mezzo alle tante risorse fornite spontaneamente dall’ambiente. Le tribù nomadi si cibavano di prodotti selvatici commestibili come radici, frutti, foglie, bacche, semi, uova e piccoli animali, inoltre cacciavano la selvaggina, come i grandi ungulati.
Questa vita così movimentata non era altro che la conseguenza di una necessità fondamentale che, come si può intuire, non ha bisogno di molte spiegazioni: mangiare per sopravvivere.

Un po’ di storia
Il passaggio dal nomadismo a uno stile di vita sedentario si verificò grazie alla cosiddetta Rivoluzione agricola, grazie alla quale alcune popolazioni si affrancarono dalle risorse spontanee della natura e fondarono le prime economie basate sullo sfruttamento della terra. Molti studiosi ritengono che nella storia dell’umanità questa fase di transizione sia cominciata oltre 10.000 anni fa in una regione precisa: la Mezzaluna Fertile, una fascia di territorio ricca di corsi d’acqua che si trova fra Palestina, Iraq, Siria e Turchia.
Vengono fatte alcune ipotesi su come potrebbe avere avuto origine la coltivazione delle piante in quest’area del Medio Oriente, ma una delle più diffuse sostiene che il “caso” abbia giocato un ruolo chiave. È molto probabile che qualche popolazione mediterranea del neolitico abbia scoperto, per pura coincidenza, che nei punti in cui venivano lasciati cadere i semi di una pianta selvatica commestibile, come per esempio un cereale, si potevano rigenerare piante dello stesso tipo.
Da qui alla presa di coscienza delle potenzialità dei semi probabilmente non dovette passare molto tempo. Presto i nostri progenitori si resero conto che piantando i semi dei vegetali commestibili si potevano ottenere piante con le stesse caratteristiche, e a volte perfino con caratteristiche migliori.
Si deve inoltre considerare che, più o meno contemporaneamente a queste prime forme di coltivazione, ebbero luogo anche i primi tentativi di allevare gli animali. Questo aspetto viene spesso trascurato, ma in realtà, quando si parla di rivoluzione agricola ci si riferisce anche ai primi passi del processo di domesticazione degli animali. Il risultato fu un mutamento progressivo e radicale sia del sistema di vita dell’umanità sia del suo modo di interagire con la natura.

La “rivoluzione verde”
Un fatto molto importante favorito dall’avvento dell’agricoltura fu l’aumento demografico umano. Prima di scoprire le proprietà agricole delle piante, infatti, l’intera popolazione globale si aggirava intorno ai 5 milioni di individui. Dopo tale scoperta, quel numero cominciò a crescere in modo vertiginoso: si calcola che all’inizio dell’età cristiana gli esseri umani fossero già aumentati di 50 volte, raggiungendo quota 250 milioni. Nel frattempo la coltivazione delle piante si era diffusa in Africa, Asia ed Europa e, a seguire, anche nel Nuovo Mondo.
Fu a quel punto che cominciarono a rendersi evidenti i primi effetti ambientali dovuti a questa nuova possibilità di approvvigionamento alimentare. Ove possibile, infatti, gli ambienti naturali venivano trasformati per potervi coltivare piante commestibili oppure per potervi allevare bestiame, sottraendo territorio alle piante e agli animali selvatici. Molte regioni del mondo vennero deforestate, desertificate o comunque trasfigurate rispetto alle caratteristiche originali dei loro territori, e questo ebbe una ricaduta sia sull’aspetto del paesaggio sia sull’evoluzione della biodiversità.
Per molto tempo, tuttavia, le alterazioni ambientali prodotte dall’attività agricola rimasero circoscritte ai territori coltivati, nel senso che le tecnologie e i metodi impiegati per la coltivazione erano per lo più di portata locale, e così anche i loro effetti.
Circa 50 anni fa, però, la situazione cominciò a cambiare e l’agricoltura diventò una delle attività umane più dannose per la natura, con effetti che lentamente cominciarono a mostrare una portata più ampia rispetto a quella locale. Tale cambiamento coincise con il momento in cui nei paesi avanzati si cominciò a guardare all’attività agricola come a un settore di sviluppo molto promettente anche dal punto di vista industriale. Per una seconda volta, aveva avuto luogo una transizione tale da giustificare l’uso del termine “rivoluzione”: la Rivoluzione verde.
Un’agricoltura sostenibile?
Dunque, intorno alla metà del secolo scorso, la vecchia attività agricola basata sulla coltivazione dei prodotti locali e sul lavoro manuale dei contadini ha ceduto il passo a un’agricoltura più tecnologica e legata ai processi industriali. Nel lavorare la terra, le macchine sono diventate essenziali e hanno sostituito la manodopera umana e quella fornita dagli animali. Inoltre le varietà vegetali ad alta resa hanno preso il posto delle numerose varietà che venivano coltivate un tempo, determinando un aumento cospicuo della produzione agricola ma, al tempo stesso, anche costi ambientali molto alti.
Le piante ad alta resa, infatti, necessitano di molta più acqua di irrigazione rispetto a quelle tradizionali, inoltre dipendono fortemente dall’applicazione di quantità ingenti di pesticidi e di fertilizzanti; infine, richiedono una lavorazione molto pesante del terreno.

Danni da pesticidi
I pesticidi sono sostanze tossiche e spesso altamente mobili, vale a dire che la loro presenza non resta circoscritta ai campi coltivati ma si diffonde su aree molto più ampie. Buona parte di queste sostanze viene trasportata dalle acque reflue dell’agricoltura e finisce nei fiumi, nei laghi e nei mari. Alcuni pesticidi inoltre possono filtrare nel suolo profondo e arrivare a contaminare le acque di falda, riducendo la loro qualità per l’uso potabile.
La salute umana viene messa a rischio dai pesticidi non solo perché questi contaminano gli alimenti vegetali e animali che consumiamo, ma anche perché possono trovarsi nell’acqua che beviamo.
A ciò si devono aggiungere gli effetti deleteri dei pesticidi sulla biodiversità, perché oltre a essere tossici per i parassiti contro cui vengono utilizzati, essi sono nocivi per la stragrande maggioranza dei sistemi biologici. Questo perché un pesticida non è in grado di distinguere un parassita dannoso da un organismo amico dell’agricoltura, come per esempio un animale impollinatore. Molte di queste sostanze vengono definite dagli scienziati “xenobiotici”, proprio perché, essendo totalmente sconosciute ai processi naturali degli ecosistemi, non possono essere rimosse dall’ambiente attraverso la normale degradazione chimica effettuata dai microrganismi (xeno = diverso; biotico = vivente).
Questi composti, per giunta, danno luogo a un fenomeno noto come “bioaccumulo”, che riflette la loro tendenza a penetrare negli organismi e ad accumularsi nei loro tessuti via via che risalgono i livelli della catena alimentare. Per questa ragione, un pesticida, che a causa del dilavamento del terreno o attraverso uno scarico agricolo finisce in un corpo idrico (come un fiume o un lago), può entrare nella catena alimentare acquatica fino ad arrivare all’organismo umano, per esempio attraverso il consumo di pesce.
Date le loro caratteristiche xenobiotiche e il loro potere di bioaccumulo, i pesticidi sono anche molto persistenti nell’ambiente. Il DDT, un noto pesticida largamente impiegato in agricoltura durante il dopoguerra, a partire dagli anni ’70 è stato vietato in tutti i paesi avanzati per la sua elevata tossicità nei confronti dell’uomo e di tutti gli altri animali. Nonostante ciò, a distanza di 30 anni, la sua presenza viene ancora rilevata nei gusci delle uova e nei tessuti di molte specie animali, soprattutto quelle che vivono a stretto contatto con l’acqua.

Eutrofizzazione
Negli ultimi 40 anni l’uso dei fertilizzanti sintetici, che contengono i principali nutrienti delle piante, cioè l’azoto (N) e il fosforo (P), è cresciuto di quasi otto volte. Tuttavia i dati indicano che questa crescita è almeno in parte ingiustificata. Infatti, qualcosa come la metà dei fertilizzanti che oggi vengono applicati alle colture, anziché essere assorbita nei tessuti delle piante coltivate, finisce nelle acque sotterranee e superficiali.
Il fatto è negativo perché, oltre a indicare che nelle modalità di impiego dei fertilizzanti c’è qualcosa che non funziona, produce deterioramento ambientale. Se una larga percentuale dei fertilizzanti si disperde nell’ambiente, infatti, si producono due tipi di danno in un colpo solo. Il primo tipo di danno è economico, ed è legato al fatto che un quantitativo enorme di fertilizzanti, e quindi di denaro, viene sprecato inutilmente. Il secondo tipo di danno invece è ambientale. Questi composti infatti devono essere ritenuti degli inquinanti a pieno titolo, perché una volta penetrati nelle acque superficiali causano alterazioni della loro composizione chimica e biologica. Il problema è che una volta arrivati in un fiume, in un lago o in mare, essi continuano a fare quello che devono fare, cioè nutrire i vegetali.
I corpi idrici sono abitati da molti tipi di alghe (e piante acquatiche) che, avendo a disposizione grandi quantitativi di nutrienti, aumentano in modo spropositato la loro massa biologica (biomassa), causando le cosiddette esplosioni algali. Quando poi tutta questa biomassa vegetale muore, viene decomposta dai microrganismi dell’acqua attraverso reazioni chimiche che modificano le proporzioni dei gas disciolti. In pratica viene consumata gran parte dell’ossigeno disponibile nell’acqua, e così viene a ridursi la possibilità di respirare per tutti gli organismi acquatici, che quindi muoiono.
A questo punto si scatenano vere e proprie morie generalizzate di animali, piante e microrganismi. Il tipo di inquinamento idrico che è alla base di queste morie biologiche è noto come “eutrofizzazione”. Anche se talvolta può dipendere da altri fattori, nella maggior parte dei casi l’eutrofizzazione è provocata proprio dall’eccesso di fertilizzanti usati in agricoltura.

Piante modificate
Uno sviluppo molto più recente dell’agricoltura industriale – tanto che alcuni l’hanno addirittura qualificato con l’espressione Seconda Rivoluzione verde – riguarda le cosiddette piante geneticamente modificate (GM). Una pianta GM non è altro che una specie vegetale in cui sono stati introdotti alcuni frammenti di DNA provenienti da altre piante, o addirittura da organismi appartenenti a regni biologici differenti, attraverso speciali tecniche di laboratorio basate sulla ricombinazione genetica. Le grandi aziende sementiere che producono e vendono piante GM sostengono che queste tecniche innovative consentono un miglioramento delle colture di gran lunga superiore a quello che si può ottenere con tecniche tradizionali di selezione. Esse, in pratica, possono garantire raccolti maggiori, perché la manipolazione del loro DNA ne potenzia la capacità di resistere agli attacchi dei parassiti e dei pesticidi.
Su questa agricoltura, definita “biotecnologica”, non ci soffermeremo, perché in Europa è ancora in corso un acceso dibattito sulla sua efficacia. Alcune sue promesse sono molto interessanti, però sulla sua effettiva sostenibilità sono stati espressi dubbi da molti scienziati, a causa dei rischi che essa comporta per l’ambiente e per la salute delle persone.

Consumi e “stili di vita”
Un altro costo imposto dalla trasformazione dell’agricoltura in attività industriale è legato allo stile di vita di alcune popolazioni del mondo. Nei paesi ricchi, infatti, il 70% della produzione di cereali viene impiegato per nutrire il bestiame. Tutti questi animali, che vengono allevati in batteria per ricavarne soprattutto carne e altri prodotti, aggravano il problema della contaminazione ambientale di origine agricola: gli allevamenti intensivi sono altamente inquinanti e contribuiscono all’eutrofizzazione delle acque superficiali.
Si deve poi aggiungere che destinando all’allevamento del bestiame da carne una quota sempre più alta delle granaglie coltivate a livello mondiale, in futuro si potrebbero generare forti squilibri sia nei mercati cerealicoli internazionali sia nella distribuzione planetaria delle risorse alimentari, con ulteriore peggioramento della già difficile situazione dei paesi del Terzo mondo. Se i paesi ricchi continueranno a consumare la stessa quantità pro-capite di carne che consumano oggi, infatti, le persone che vivono nei paesi poveri avranno sempre meno cereali (riso, grano e mais) con cui sfamarsi, perché i prezzi saliranno.
Infatti destinando più cereali agli animali allevati, restano meno cereali per il consumo diretto da parte delle persone, perché le quantità di cereali che si possono produrre a livello mondiale è già al suo massimo.
Si tenga conto, peraltro, che la popolazione mondiale ha superato i sei miliardi di unità e che non smetterà di aumentare per almeno altri 50 anni.
Il consumo di carne comporta di fatto un consumo indiretto di cereali. Ma si tratta di un consumo di cereali molto più intenso rispetto al consumo diretto, perché per ogni Kg di carne mangiata (per esempio, carne bovina) in realtà si sono consumati oltre 15 Kg di cereali.
Come si vede, coltivare i cereali per sfamare gli animali da cui si ricava la carne non è il modo giusto perché l’agricoltura diventi un perno della sostenibilità.

Verso la sostenibilità
Il concetto di agricoltura sostenibile è molto recente, e per certi versi è anche molto difficile da applicare. Il primo requisito necessario a praticare una vera agricoltura sostenibile è la conoscenza del territorio e delle sue risorse, ma anche delle tradizioni culturali della gente che vi abita, il che non è sempre un’operazione così semplice.
Deve essere chiaro, infatti, che la parola “sostenibilità”, in agricoltura, significa pianificare e praticare il lavoro della terra in modo tale che i suoi obiettivi e i suoi metodi non si scontrino con le caratteristiche specifiche dell’ambiente, ma anzi vadano il più possibile nella medesima direzione. Per esempio, se in un determinato territorio le condizioni del suolo, del clima e della biodiversità rendono più facile e promettente coltivare gli alberi da frutta piuttosto che i cereali, allora è bene privilegiare i primi, che non comporteranno grandi costi e assicureranno un buon raccolto, piuttosto che puntare sui secondi, che invece implicheranno trattamenti dispendiosi senza promettere gli stessi risultati.
Il significato di agricoltura sostenibile diventa allora un pochino più chiaro, e può essere ridotto alla regola che per coltivare in modo intelligente le piante è necessario rendere massimo il contributo della natura e minimo quello dell’uomo. Esprimendo lo stesso concetto con parole diverse, si può dire che per fare un’agricoltura equilibrata si devono minimizzare i costi (ambientali, economici, sociali, ecc.) e massimizzare le rese e la conservazione dell’ambiente.

Dalla teoria alla pratica
Dal punto di vista pratico, l’interesse primario di un agricoltore dovrebbe essere quello di garantirsi la fertilità della terra per un tempo che sia il più lungo possibile. Per tale obiettivo si sono dimostrate molto utili alcune pratiche agricole, come per esempio il ricorso a forme molto leggere di aratura e lavorazione del terreno.
In altri casi si è visto che nei campi coltivati la presenza costante di una bassa copertura vegetale può garantire la buona tessitura dei suoli grazie all’“effetto tenuta” prodotto dalle radici. In altri casi ancora, è stato dimostrato che la fertilità viene favorita dalla rotazione ciclica di piante coltivate con altre che fanno aumentare l’apporto di nutrienti nel terreno, migliorando le sue proprietà chimiche, in termini di pH, minerali e sostanza organica: tutti aspetti importanti, che consentirebbero di diminuire il bisogno di fertilizzanti chimici e altri apporti esterni.
Molti studi, inoltre, hanno evidenziato che il ricorso ai pesticidi chimici si può diminuire e, in alcuni casi, addirittura eliminare, mettendo in opera una corretta lotta biologica. Quest’ultima tecnica si basa sul principio che molti parassiti delle coltivazioni agricole possono essere combattuti facendo in modo che nei campi si stabiliscano le condizioni appropriate per l’insediamento dei loro predatori naturali, come per esempio molte specie di insetti e di ragni, e dei loro patogeni, come alcuni batteri e funghi non pericolosi per l’uomo. Per poter ottenere questi risultati, però, è indispensabile un investimento di lungo periodo in biodiversità. Cerchiamo di fare chiarezza su quest’ultimo punto. Investimento di lungo periodo in biodiversità vuol dire che il primo passo per arrivare a un’agricoltura sostenibile deve essere fatto proprio dagli agricoltori, i quali dovrebbero sforzarsi di generare, all’interno dei loro poderi, piccole fasce incolte di territorio in grado di ospitare piante e animali di vario tipo (arbusti, siepi, alberi, insetti e altri invertebrati, uccelli, micromammiferi, rettili, ecc.). Pur non contribuendo agli utili, questi piccoli appezzamenti offrirebbero in cambio enormi guadagni ecologici (e indirettamente anche economici), perché consentirebbero di far circolare molte specie biologiche “amiche” dell’agricoltura. Si tratterebbe in pratica di favorire, nelle aree coltivate, le condizioni di ricchezza biologica utili a mantenere su tempi lunghi la fertilità del suolo, il controllo dei parassiti, la protezione dal vento, dalla pioggia e dall’erosione, più tutta una serie di altre proprietà tipiche dell’agricoltura sostenibile.
Questi interventi richiedono qualche sacrificio iniziale in più, ma dopo poco tempo assicurano una maggiore stabilità dei terreni messi a coltura e una maggiore sicurezza per gli agricoltori e per la produzione di alimenti.

a cura di Carlo Modonesi

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