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pubblicato il 3 novembre 2006 in la vita

OGM

Organismi geneticamente modificati (OGM)
È di due mesi fa la notizia di alcune partite di riso giunte via mare dagli Stati Uniti all’Europa, e infine bloccate al porto di Rotterdam, in Olanda. Malgrado la documentazione certificasse carichi esenti da OGM (detti anche “organismi transgenici”), le analisi predisposte dai laboratori europei hanno dato esito contrario, con il risultato che le istituzioni di controllo hanno decretato che la merce non poteva proseguire il viaggio nei paesi dell’Unione perché non conforme alle disposizioni qui adottate in materia di prodotti transgenici. Al di là delle molte discussioni politiche ed economiche che l’evento ha scatenato, può essere utile comprendere le ragioni per cui sugli alimenti geneticamente modificati esiste un sistema di vigilanza regolato da norme precise che tutelano l’ambiente e la salute dei consumatori (in questo speciale discutiamo del primo aspetto). In altri termini: perché si è generata tanta attenzione intorno alla diffusione ambientale degli organismi transgenici?
Qualche informazione preliminare
È bene chiarire fin d’ora che nella maggior parte dei casi in cui si parla di rischio ambientale da OGM in realtà si limita il ragionamento alle piante. Infatti, se è vero che con le tecniche dell’ingegneria genetica si può intervenire virtualmente su tutti gli organismi (dai microrganismi agli animali), è vero anche che la maggior parte dell’interesse che è venuto a crearsi intorno agli OGM si concentra sulle specie vegetali di pertinenza agroalimentare, come la soia (Glycine max), il mais (Zea mays), la colza (Brassica napus), il riso (Oryza sativa), il grano (Triticum aestivum), la barbabietola (Beta vulgaris), la rapa (Brassica rapa), il pomodoro (Lycopersicon esculentum) e altre specie non sempre strettamente alimentari, come per esempio il tabacco (Nicotiana tabacum). Va anche osservato che di queste piante non tutte le varianti geneticamente modificate sono state autorizzate in Europa.
Un altro aspetto molto importante da chiarire in via preliminare, è che le piante geneticamente modificate sono ottenute con tecniche di laboratorio che sono molto diverse dalle tecniche di selezione e ibridazione tipiche del miglioramento genetico tradizionale. Con queste tecniche dette di “ingegneria genetica”, che sfruttano le proprietà ricombinanti del DNA, infatti, si possono inserire nel genoma delle piante geni estranei al loro corredo originale che vengono prelevati da altre specie vegetali o, come spesso accade, da organismi appartenenti ad altri regni biologici. Grazie a questi geni – da molti studiosi definiti “transgeni”, perché in grado di fissarsi oltrepassando la barriera tra le specie – le piante possono esprimere caratteristiche fisiche e chimiche che altrimenti difficilmente potrebbero esprimere, come la sintesi di pesticidi biologici per poter uccidere i parassiti agricoli senza il ricorso a pratiche di disinfestazione da parte dei contadini. In ogni caso, caratteristiche che si pensa possano far aumentare i raccolti degli agricoltori.
Il regno dell’incertezza
Il rischio associato alle piante geneticamente modificate è stato, ed è tuttora, al centro di un vivace dibattito tra scienziati e altri operatori del settore agroalimentare. Per poter comprendere le ragioni di questo dibattito e, più in generale, per riuscire a capire la diffidenza che soprattutto a livello europeo (ma non solo) è stata manifestata in merito agli OGM, è utile fare una piccola incursione nel “regno” del rischio. Secondo una definizione molto semplice, il rischio non è altro che un concetto utile a descrivere lo stato di incertezza delle nostre conoscenze rispetto ad alcuni eventi possibili. A ben vedere, si tratta di un concetto che tutti utilizziamo continuamente, anche nella vita di tutti i giorni, per esempio quando prendiamo l’ombrello anche se non piove. Normalmente, infatti, prima di uscire di casa ci basiamo su una valutazione “a spanne” delle condizioni meteorologiche esterne (pioverà? – non pioverà?) per prendere decisioni molto semplici. Quando il nostro intuito ci suggerisce che “il rischio” di tornare a casa fradici è imminente, cioè molto probabile, ecco che ci muniamo di un ombrello o di qualsiasi altra protezione che ci assicuri di restare all’asciutto anche in caso di acquazzoni. Facendo quella scelta, tra l’altro, operiamo qualcosa di molto simile a un’azione di prevenzione, cioè accettiamo l’impiccio di un oggetto in più in mano (l’ombrello) assumendo che quella scelta possa evitarci seccature peggiori, come quella di tornare a casa fradici e magari ammalarci.

Prevenzione e precauzione
Con gli OGM, ma anche con altri fattori di impatto, una concreta misura di prevenzione paragonabile a quella appena descritta non è ancora stata messa a punto, perché la vera azione preventiva si basa su due informazioni di partenza molto importanti:

  • la conoscenza della tipologia di rischio a cui si va incontro,
  • la conoscenza della probabilità che quel rischio si avveri.

Tornando all’esempio visto sopra, sappiamo bene che il rischio che corriamo quando usciamo di casa sprovvisti dell’ombrello è quello di bagnarci in caso di pioggia (tipologia); inoltre, sappiamo che, se sono presenti nuvole molto basse e al contempo non soffiano correnti d’aria in grado di spazzarle via, l’eventualità di pioggia è assai prossima (probabilità). Anche se non si tratta di un vero rischio calcolato, ciò che facciamo è fingere che lo sia, e ci comportiamo di conseguenza.
Ebbene, con gli OGM queste due informazioni non sono molto chiare, anzitutto perché, non essendo tutti uguali, gli OGM sono potenzialmente responsabili di rischi molto differenti, sia per tipologia sia per gravità; in secondo luogo, perché, trattandosi di fattori di impatto assolutamente nuovi, ancora non si è riusciti a quantificare la probabilità con cui essi possono produrre danni all’ambiente (e alla salute umana). Ciò che sappiamo è che se davvero i rischi da OGM sono fondati – come già segnalato dalle prime evidenze sperimentali – i danni legati al loro rilascio ambientale possono essere gravissimi: si pensi per esempio al forte impatto che essi possono esercitare sulla riduzione della biodiversità dovuta all’inquinamento genetico.
Quando si ha a che fare con questi organismi (o con altri fattori di impatto poco conosciuti), allora, bisogna coniare una nuova nozione di rischio: una nozione che ha una valenza più teorica che pratica, e che come tale implica azioni di precauzione anziché azioni di vera prevenzione.
La nozione di precauzione applicata al rischio ambientale dice che, in assenza di conoscenze consolidate sulla possibilità di danni all’ambiente da parte di una nuova attività, o di una nuova tecnologia, non si può utilizzare tale lacuna per autorizzare quella attività o quella tecnologia, ma si debba piuttosto sospendere la decisione fino a quando non siano disponibili conoscenze più esaurienti. In parole più semplici è opinione di molti scienziati ritenere che manchino le conoscenze per sapere con precisione quali danni possono insorgere (e con quale probabilità) dalla diffusione ambientale degli OGM. Le conoscenze scientifiche attuali consentono di ipotizzare che i danni all’ecosistema potrebbero essere gravi e irreversibili e pertanto, in attesa di dati più sicuri, immetterli nell’ambiente attraverso le coltivazioni in campo aperto potrebbero essere un errore.
Detto questo, il rischio ambientale che deriva dalla coltivazione di piante geneticamente modificate può essere classificato – sulla base degli organismi che ne risentono in via diretta – nei termini che seguono.

Organismi vegetali
Inquinamento da flusso genetico verticale (FGV)
È in sostanza la diffusione dei transgeni di una specie (o di una popolazione) vegetale geneticamente modificata all’interno del pool genetico di un’altra specie (o popolazione) vegetale sessualmente compatibile. Ciò significa che attraverso la riproduzione sessuale si possono trasmettere i caratteri di una coltura transgenica a una coltura non transgenica, o a una qualsiasi altra pianta, che abbia caratteristiche di affinità riproduttiva con la prima. Il FGV in sostanza è legato al trasferimento dei pollini dalle coltivazioni transgeniche alle coltivazioni convenzionali e alle piante selvatiche, mentre il rischio riguarda la possibilità che i transgeni si propaghino con esso grazie ai normali meccanismi di riproduzione sessuale, con effetti ecologici che al momento non si possono prevedere. Per quanto riguarda questa tipologia di rischio, sono già noti casi di inquinamento genetico prodotti da colture geneticamente modificate di colza e di barbabietola.
Inquinamento da dispersione di semi transgenici (DST)
Si tratta in pratica della possibilità che semi geneticamente modificati possano diffondersi dando origine a piante transgeniche in ambienti in cui non sono desiderate (per esempio le coltivazioni biologiche) o possono rivelarsi dannose (ecosistemi naturali). In quest’ultimo tipo di rischio viene inclusa anche la possibilità che i semi transgenici diano luogo a piante dotate di caratteristiche che ne aumentano l’invasività o che comunque ne rafforzano il successo riproduttivo (fitness) a scapito delle piante spontanee, con gravi squilibri a carico delle comunità biologiche.

Organismi animali
Riduzione di popolazioni animali non-target (RPA)
Questa voce rientra nel rischio tipico associato a piante geneticamente modificate per resistere ai danni provocati da animali che parassitano le coltivazioni agricole. È stato dimostrato che le sostanze tossiche prodotte da queste piante in realtà non sono dannose soltanto per gli animali parassiti (animali target), ma anche per altri animali (animali non-target), perfino per specie che svolgono un ruolo utile negli ecosistemi agrari (impollinazione, predazione di parassiti, ecc.).
Selezione di popolazioni di parassiti resistenti (SPR)
È un aspetto spesso trascurato ma che può essere alla base di molti problemi per gli agricoltori nella gestione dei loro campi. Infatti le colture geneticamente modificate per la produzione di sostanze antiparassitarie, oltre a uccidere animali non-target, come effetto collaterale possono anche selezionare ceppi di animali target resistenti, che cioè non risentono della tossicità di quelle sostanze. Il risultato è un aumento della popolazione dei parassiti (di solito insetti) che può diventare molto difficile da fermare, se non ricorrendo a interventi basati sull’applicazione di imponenti quantità di pesticidi, che notoriamente sono tossici anche per l’uomo.

Microrganismi
Inquinamento da flusso genetico orizzontale (FGO)
Questa forma di inquinamento genetico è essenzialmente legata alla possibilità che frammenti di DNA transgenico possano trasferirsi, per semplice ricombinazione del DNA, dal genoma di piante geneticamente modificate al genoma di microrganismi, come i batteri e i virus (e da questi ad altri organismi). Attraverso questo processo, tra l’altro, è sempre possibile che vengano trasferiti anche i segmenti di DNA che conferiscono resistenza agli antibiotici, ossia i transgeni utilizzati in laboratorio come “marcatori” per evidenziare l’avvenuta manipolazione genetica (trasformazione) delle cellule vegetali primarie sottoposte a manipolazione. A tale proposito, è stata descritta la possibilità che la resistenza agli antibiotici venga trasferita dalle piante transgeniche ad altri organismi, come per esempio i batteri patogeni per l’uomo (o altri organismi), con effetti, ancora una volta, difficili da prevedere.

A cura di Carlo Modonesi

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