dcsimg

pubblicato il 5 febbraio 2005 in acqua

Iceberg

I vagabondi dei mari
Nel gennaio del 2005, i mezzi di comunicazione hanno dato ampio risalto alla notizia di una possibile collisione di un grande iceberg con la piattaforma di ghiaccio galleggiante della Baia di Ross, in Antartide. Le immagini da satellite fornite da NASA e ESA (European Space Agency, l’Ente Spaziale Europeo), che seguono costantemente i movimenti delle masse di ghiaccio più grandi alla deriva nei mari polari, hanno creato grande attesa per un evento che si preannunciava molto spettacolare. In realtà, dopo qualche giorno di euforia, ci si è resi conto che la collisione non sarebbe avvenuta nell’immediato e che, a causa di molte variabili, non sarebbe nemmeno stato così facile prevederne la data esatta.
Tuttavia, a prescindere dalla spettacolarità dell’evento, lo studio del comportamento di questi vagabondi dei mari permette di acquisire importanti informazioni in diversi campi: dallo studio delle modalità di formazione e di distacco di queste grandi masse di ghiaccio dai ghiacciai e dalle piattaforme di ghiaccio galleggiante, allo studio delle correnti marine e dei venti che li sospingono, alle conseguenze che la formazione degli iceberg può avere sulla vita del nostro pianeta, a cominciare dagli esseri viventi nelle immediate vicinanze, per finire con lo studio dei cambiamenti climatici.
Nel 2000 un immenso iceberg, chiamato B-15, si era staccato dalla piattaforma di Ross andando lentamente alla deriva. Le dimensioni iniziali erano imponenti: lungo 295 km, largo 37, con una superficie di 11.000 km2 e uno spessore compreso tra i 200 e i 350 m, era uno degli iceberg più grandi mai avvistati. Nell’ottobre 2004, B-15, a seguito di una violenta tempesta, si è frammentato in una decina di masse più piccole, tra cui il più grande denominato B-15A.
Le dimensioni del “frammento” sono comunque ragguardevoli: B-15A, lungo 160 km, ha una superficie di 3000 km2, quanto la Valle d’Aosta, e pesa circa due milioni di tonnellate. Inizialmente, sembrava che B-15A si stesse avvicinando a gran velocità (circa 2-3 km al giorno) alla lingua Drygalski, la parte galleggiante del ghiacciaio David, uno dei più importanti ghiacciai antartici. Il gioco di venti e correnti, insieme al suo grande spessore, che lo ha fatto “arenare “ sul fondale a circa 5 km dal ghiacciaio, ne stanno attualmente rallentando i movimenti, tanto da fare per il momento scongiurare la tanto attesa collisione.
La zona del possibile impatto si trova nel Mare di Ross, vicino a Baia Terranova, dove si trova anche la base italiana del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide, la Stazione Mario Zucchelli. Attualmente, B-15A è ancorato sui bassi fondali tra le isole Beaufort e Franklin, e poiché i suoi prossimi movimenti dipendono dall’interazione tra venti, maree, correnti marine e forma dei fondali, è difficile fare previsioni sul suo futuro.

Iceberg: falsi pericoli e rischi reali
Si è molto parlato dei possibili pericoli creati dal vagabondaggio di B15 A, a volte enfatizzando gli aspetti più catastrofici: si è addirittura parlato di una possibile interruzione della corrente del Golfo, che porta le calde acque del Golfo del Messico verso il Nord Europa (mitigando così il clima rigido nelle coste atlantiche europee): ma cosa c’è di vero?
Vero
La presenza di un ingombrante “oggetto” nel canale di Mc Murdo Sound rende difficile ai rompighiaccio avvicinarsi alla base americana di Mc Murdo, la prima stazione di ricerche in Antartide, e alla base neozelandese di Scott. Tuttavia questo comporta “soltanto” alcuni problemi logistici: i rifornimenti e gli spostamenti del personale sono assicurati da collegamenti aerei e, in ogni caso, le basi sono attrezzate con riserve di viveri e combustibile per più di un anno: niente paura, quindi, per i nostri ricercatori!
Chi sta subendo gravi danni a causa di B-15A sono invece alcune colonie di pinguini. I pinguini di Adelia, i più piccoli tra le diverse specie di pinguini antartici, vivono per la maggior parte dell’anno in mare aperto, ma nidificano lungo le coste, sulla terraferma, in prossimità del mare dove si recano a caccia di pesce: di ritorno al nido, nutrono i piccoli con cibo rigurgitato, cibo che normalmente possono conservare nello stomaco per parecchi giorni. La presenza di B-15A, incastrato tra l’isola di Franklin e Cape Royds, dove nidificano circa 3000 coppie di pinguini, impedisce agli adulti di raggiungere facilmente il mare, costringendoli ad una “deviazione” di più di 100 km. Questo fa sì che i genitori consumino interamente il cibo pescato, arrivando al nido senza più nulla per i loro piccoli. I ricercatori stimano che moltissimi cuccioli (fino al 90% dei pulcini) potrebbe morire di fame. Anche un’altra colonia, a Cape Bird, dove vivono più di 50.000 esemplari, è in pericolo. Le colonie molto probabilmente sopravviveranno, ma mancherà una intera generazione di pinguini. La cosa è molto grave, poiché il numero di pinguini in Antartide è già da alcuni anni in drastica diminuzione.
Uno dei pericoli per l’uomo è rappresentato dalla collisione di navi contro le “montagne di ghiaccio”: ancora viva è l’emozione suscitata dalla più famosa delle tragedie del mare, quella del Titanic. Da questo punto di vista, gli iceberg dell’Artico sono più pericolosi, poiché le rotte boreali sono molto più frequentate da navi commerciali. Oggi, tuttavia, il rischio di collisioni è molto diminuito, sia per gli strumenti di navigazione e di rilevamento molto più sensibili, sia per il costante monitoraggio satellitare che tiene sotto controllo i “vagabondi dei mari”
Falso
E’ stato ipotizzato che la collisione e la conseguente frammentazione di B-15A possano provocare un’interruzione della Corrente del Golfo. Non si comprende come possa essere nata questa allarmistica notizia, poiché nessun iceberg è mai stato avvistato in prossimità del percorso della corrente stessa: normalmente, gli iceberg antartici non superano i 45-55° di latitudine Sud.
Si teme anche che la fusione di grandi iceberg possa causare un innalzamento del livello dei mari. Si deve però considerare che gli iceberg presenti in mare, essendo galleggianti , sono già in equilibrio idrostatico con gli oceani, quindi la loro fusione non può influenzare il livello marino. Lo stesso vale per il ghiaccio marino e il ghiaccio delle piattaforme galleggianti. Soltanto iceberg che cadano in mare direttamente dalla fronte di un ghiacciaio terrestre possono far innalzare il livello marino, tuttavia normalmente il volume di questo tipo di iceberg è così piccolo che la variazione sarebbe impossibile da percepire anche con i più sofisticati sistemi di misura. Soltanto la fusione di grandi masse di ghiaccio continentale può influenzare significativamente il livello marino.
Come si vede, molto allarmismo non ha fondamento scientifico: non colpevolizziamo, dunque, troppo questi giganti, attribuendo loro colpe che forse, per la maggior parte, sono soltanto nostre…

Gli iceberg, come nascono
La formazione di iceberg in Antartide, ma anche nei mari che circondano il Polo Nord, è un evento assai comune e per nulla eccezionale. Di eccezionale possono esserci, se mai, a volte, le dimensioni delle masse di ghiaccio che si staccano, dimensioni di parecchie migliaia di km2.
Gli iceberg (da ice, ghiaccio e berg, montagna, montagne di ghiaccio) si formano in due condizioni:

  • quando ghiacciai terrestri scendono fino al mare, la parte finale della lingua di ghiaccio, a contatto con l’acqua marina, inizia a galleggiare, per un fenomeno detto “calving”: il ghiaccio, infatti, è più leggero dell’acqua (di questo è molto facile rendersi conto bevendo una bibita d’estate: i cubetti di ghiaccio galleggiano sulla superficie del liquido nel nostro bicchiere). Questo provoca la formazione di fratture nella massa di ghiaccio e il conseguente distacco di porzioni più o meno grandi. La forma di questo tipo di iceberg è in genere irregolare, con una superficie frastagliata e tormentata;
  • quando ghiacciai molto ampi confluiscono tra loro allo sbocco in mare, l’unione delle lingue finali origina piatti tavolati di ghiaccio galleggiante, le cosiddette piattaforme (da non confondere con la banchisa, originata da ghiaccio formatosi per congelamento di acqua marina).

Estesissime piattaforme circondano il continente antartico: le piattaforme di Ross, nel mare omonimo, e di Ronne, nel Mare di Weddell, sono le più estese. I movimenti di correnti e maree nell’acqua sottostante, insieme alla costante spinta esercitata dai ghiacciai che alimentano le piattaforme, causano la fratturazione e la frammentazione delle piattaforme stesse, che ogni anno perdono in questo modo tra i 1450 e i 2000 km3 di ghiaccio (un volume equivalente a circa la metà dell’acqua potabile consumata in un anno nel mondo). Gli iceberg di questo tipo hanno in genere la forma di piatti tavolati dalla superficie relativamente liscia e regolare. Sono tipici della zona antartica, mentre gli iceberg del primo tipo si formano più facilmente nei mari artici, dove le terre emerse non sono circondate da piattaforme di ghiaccio galleggiante e i numerosi ghiacciai terrestri possono perciò sfociare direttamente in mare: da una semplice immagine è pertanto possibile “indovinare” la provenienza di una “montagna di ghiaccio”!
Essendo il ghiaccio meno denso dell’acqua, gli iceberg galleggiano sulla superficie marina: la parte immersa è quindi circa 7- 10 volte (a seconda della differenza di densità tra acqua e ghiaccio) più alta di quella emersa. Se si considera che alcuni icerberg possono essere alti, rispetto alla superficie del mare, parecchie decine di metri, si comprende bene come l’appellativo di “montagne di ghiaccio” sia particolarmente indicato: un iceberg che mostra una parete di 30 metri, continua, per esempio, sotto il livello del mare, fino a una profondità di più di 200 metri!
L’iceberg più grande mai avvistato è un iceberg antartico, osservato nel 1956, che misurava 335 x 97 km, con una superficie di 31.000 km2, pari a quella del Belgio.
Dopo la frammentazione di B-15, grande come l’Abruzzo, attualmente il primato di gigante dei mari spetta all’iceberg C-19A, più grande della Liguria.
Essendo costituiti da ghiaccio di ghiacciaio, originato, quindi, dalla trasformazione di neve, gli iceberg sono fatti per la gran parte da acqua dolce. Hanno rappresentato in passato un’importante riserva di acqua potabile per le popolazioni dell’estremo Nord, come gli Inuit. Anche ora vengono periodicamente riproposti progetti per lo sfruttamento di queste preziose risorse, per esempio rimorchiando iceberg in prossimità di coste di Paesi con scarsità d’acqua potabile, tuttavia per ora i costi di queste operazioni risultano ancora molto superiori ai benefici.

Gli iceberg, una vita in viaggio
Una volta staccatisi dal ghiacciaio o dalla piattaforma, gli iceberg vengono sospinti alla deriva dai venti, dalle correnti e dalle maree. L’erosione operata dal vento e dalle onde e la progressiva fusione a cui vanno incontro spostandosi verso latitudini più calde ne riducono le dimensioni, insieme a ulteriori frammentazioni a causa, per esempio, di violente tempeste o collisioni tra loro o con la terraferma. Il destino degli iceberg è quindi quello di ridursi di dimensioni fino a scomparire, ma la loro vita può essere anche di parecchi anni.
A causa della fusione che subiscono con l’aumentare delle temperature, gli iceberg si osservano soltanto ad alte latitudini. Gli iceberg antartici, per esempio, normalmente non si spingono oltre la cosiddetta “convergenza antartica”, una fascia a 45-55 ° di latitudine Sud, ma qualche eccezione è sempre possibile: l’iceberg più “giramondo” mai osservato, nel 1894, si è spinto fino ad una latitudine di 26°30’ Sud, nell’Oceano Atlantico.
Il nome degli iceberg: una carta di identità
Gli iceberg di maggiori dimensioni (i più interessanti da studiare, ma anche i più pericolosi per la navigazione) sono costantemente seguiti e tenuti sotto controllo dai satelliti (ora anche con l’uso di GPS). Per facilitarne l’identificazione, il NIC (National Ice Center degli USA, che dipende dal Dipartimento della Difesa e dalla NOAA, National Oceanic and Amtosferic Administration, nonchè dalla Guardia Costiera statunitense) attribuisce un nome a ciascuno dei nuovi icerberg avvistati.
In Antartide, i nomi degli iceberg sono costituiti da una lettera, che identifica la zona di provenienza, e da un numero, che indica il numero progressivo di avvistamento a partire dal 1976, anno in cui è stato istituito il servizio di vigilanza, mentre un’altra lettera identifica i “figli” di successive frammentazioni.
L’iceberg B-15A, che sta tanto facendo parlare di sè, è il frammento più grande (A) di B-15, il quindicesimo iceberg che si è formato nel settore B, nella Piattaforma Orientale di Ross.
I settori in cui l’Antartide è stata suddivisa sono, in senso antiorario:

  • A : 0-90W (Mare di Weddell/Bellinghausen)
  • B: 90W-180 (Piattaforma Orientale di Ross/Amundsen)
  • C: 180-90E (Piattaforma Occidentale di Ross/Wilkesland)
  • D: 90E-0 (Mare di Weddell Orientale/Amery)

Iceberg e cambiamenti climatici
Ogni anno le piattaforme antartiche “perdono” circa 1450-2000 km3 di ghiaccio: cosa significa? Le piattaforme si stanno velocemente sgretolando e presto spariranno?
Dati alla mano, si può osservare che da quando sono iniziate le esplorazioni antartiche, i distacchi di iceberg, anche di grandi dimensioni sono un evento comune e niente affatto “catastrofico”. Anche le dimensioni delle piattaforme di ghiaccio oscillano continuamente, espandendosi e ritirandosi con una tendenza che non è ancora stato possibile determinare. Nel maggio 2002 la piattaforma di Ross ha “perso” un iceberg lungo poco meno di 200 km e nel giro di pochi mesi almeno altri tre giganti, lunghi da 80 a 50 km, si sono staccati dalla stessa zona: dopo questi eventi, la piattaforma di Ross è ritornata alle dimensioni rilevate nel 1911 dall’esploratore Robert Scott. Questo sembrerebbe indicare un’espansione rispetto ai primi anni del secolo scorso. Dal 1979, sembrerebbe però che la frammentazione delle piattaforme antartiche si stia intensificando, tuttavia soltanto dalle osservazioni sugli iceberg non è possibile dire se i ghiacci dell’Antartide si stiano riducendo: per poter fare affermazioni più precise, occorre verificare se la quantità di ghiacci persi sotto forma di iceberg superi o meno la quantità di nuovo ghiaccio formatosi a seguito delle annuali precipitazioni nevose. Soltanto con questi dati a disposizione, su un certo numero di anni, è possibile determinare un bilancio e quindi azzardare una previsione sul futuro dei ghiacci antartici.
Quello che è certo è che rispetto agli anni ’40 si è registrato un aumento della temperatura media annua di 2,5 ° C, che dovrebbe accelerare la fusione dei ghiacci, ma accanto a questo in alcune zone dell’Antartide si è registrato da alcuni anni un aumento delle precipitazioni nevose, che dovrebbe andare ad alimentare la calotta e i suoi ghiacciai: quale di queste due tendenze prevarrà in futuro, non è dato ancora saperlo, ma è evidente come tutto dipenda da un fragile equilibrio, in cui i fattori accennati sopra sono soltanto due tra le tante variabili nel complesso gioco del clima terrestre. In definitiva, occorrono ancora anni di studi e di costanti osservazioni per poter comprendere il funzionamento del clima del nostro pianeta e per poter di conseguenza presentare modelli previsionali per il prossimo futuro: si comprende quindi come la ricerca sul campo sia di fondamentale importanza per suffragare, con dati oggettivi raccolti “in natura”, teorie scientifiche e modelli di previsione.

La fabbrica del ghiaccio
I ricercatori delle basi di Baia Terranova (base italiana) e di Mc Murdo (base Usa) stanno studiando “in diretta” il comportamento di B-15A, ma anche dei suoi “fratelli più piccoli, e dei numerosissimi “parenti prossimi” presenti in zona. Lo studio è particolarmente importante per poter meglio comprendere il funzionamento dei “motori” del nostro sistema climatico e poter, quindi, formulare ipotesi sulla possibile evoluzione del clima nel prossimo futuro. La circolazione della Corrente Circumantartica e gli scambi di calore con le acque più calde della fascia equatoriale, infatti, sembrano giocare un ruolo fondamentale nell’influenzare il clima del nostro pianeta a tutte le latitudini.
Baia Terranova è una grande insenatura nel Mare di Ross che presenta la singolare particolarità di rimanere sempre libera dai ghiacci marini, grazie alla presenza della lingua del Ghiacciaio Drygalski e dei forti venti che scendono dalla terraferma verso il mare. I venti, infatti, soffiando spesso a più di 200 km/h, sospingono il ghiaccio marino in formazione verso il mare aperto, mentre la lingua Drygalski ostacola l’ingresso nella Baia del ghiaccio marino formato altrove e sospinto dalle correnti. Lo specchio d’acqua libero dai ghiacci permette un forte scambio di calore tra le masse d’aria fredda provenienti dalla calotta e le acque oceaniche, cosa che ha importanti ripercussioni sulla circolazione oceanica globale. Inoltre, grazie al continuo allontanamento del ghiaccio marino appena formato, Baia Terranova, pur costituendo soltanto l’1% della superficie del Mare di Ross, produce dal 10 al 30% del ghiaccio marino che vi si forma: si tratta quindi di una delle più importanti “fabbriche di ghiaccio” del pianeta, ed è evidente che il suo studio è di grandissima importanza per comprendere il comportamento del pianeta stesso.

A cura di paola Tognini

Con il patrocinio del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca
 
Eni S.p.A. - P.IVA 00905811006