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pubblicato il 5 gennaio 2005 in terra

Tsunami alle Maldive

Tsunami a Sumatra
Il giorno 26 dicembre 2004, un terremoto avvenuto a 300 km ad ovest dell’isola di Sumatra, ha generato un’onda di dimensioni gigantesche: uno tsunami. Per capire facilmente di cosa si tratta, basta realizzare un facile esperimento: prendiamo un catino riempito di acqua e diamo un pugno sotto di esso, subito vediamo una serie di onde che si allontanano circolarmente a partire dal punto sotto il quale abbiamo dato il nostro colpo, abbiamo così ricreato in scala ridotta un minuscolo tsunami.
Il terremoto avvenuto a Sumatra è stato classificato come di magnitudo 9, quindi sorprendentemente forte, se pensiamo che il terremoto di Messina del 1908 e quello dell’Irpinia del 1980 sono stati circa di magnitudo 7; in termini energetici però un terremoto di magnitudo 8 è 30 volte più grande di uno di magnitudo 7, mentre uno di magnitudo 9 è 900 volte più potente di quello di magnitudo 8. Un terremoto di questa intensità ha causato onde anomale che hanno raggiunto in alcuni casi 34 metri di altezza. Le vittime nei paesi che si affacciano sul Golfo del Bengala sono state centinaia di migliaia e incalcolabili i danni economici provocati dallo tsunami, in particolare in quei Paesi che basano la propria economia sul turismo, come la Repubblica Maldiviana.

Turismo alle Maldive
L’arcipelago delle Maldive si trova al centro dell’Oceano Indiano, a circa 700 km a sud-ovest dello Sri Lanka. Insieme alle Laccadive a nord e alle isole di Chagos a sud, le Maldive fanno parte di un fronte montagnoso sottomarino alto circa 2000 km, formato circa sessanta milioni di anni fa, sulla cresta del quale si sono sviluppate le barriere coralline, chiamate anche reef. L’arcipelago delle Maldive è formato da circa 1190 isole coralline (di cui soltanto 300 circa sono abitate) e la distanza tra l’isola più a Nord e quella più a Sud è di 850 km, mentre la distanza tra l’isola più ad Est e quella più ad Ovest è di 130 km. Ne deriva una superficie di 110.000 Km2 di cui però solo 300 Km2 sono emersi, quindi solo lo 0,27% del Paese è parte affiorante, mentre il restante 99,73% è mare.
La popolazione è di circa 270.000 abitanti e l’economia del Paese è basata principalmente sull’industria del turismo.
La barriera corallina maldiviana è una delle più belle al mondo ed è quindi, la maggior attrazione turistica di questo Paese. Grazie ad essa il numero di visitatori negli ultimi trenta anni è aumentato in maniera quasi esponenziale, ed in questo momento il “turismo dei coralli” contribuisce al 30% del Prodotto Interno Lordo. Il flusso turistico dall’Italia in particolare costituisce il 21.2% del totale con circa 130.000-140.000 turisti l’anno.
La barriera corallina maldiviana
I fondali delle Maldive possiedono le più ricche formazioni coralline di tutto l’Oceano Indiano che vengono chiamate atolli, cioè formazioni corallini che delimitano una laguna circolare centrale ( la parola “atollo” deriva dal maldiviano “atholu” che significa “isole disposte ad anello”). Queste costruzioni madreporiche sorgono solitamente in acque oceaniche profonde in corrispondenza di antiche isole vulcaniche sommerse. Qui si trovano oltre 66 generi e più di 100 specie diverse di madrepore, con l’aggiunta che qui vive circa un terzo dei pesci corallini presenti in tutto l’Oceano Indiano. Il motivo di tanta ricchezza dipende dalla varietà di ambienti presenti alle Maldive: vicino alle barriere che si alzano da 2000-3000 metri sino alla superficie, si trovano tranquille lagune delimitate da bianchissime spiagge. I reef sono continuamente interrotti da crepacci che si trasformano in tunnel e canyon e forniscono l’habitat ideale in grado di soddisfare le esigenze di ogni singola specie e delle comunità che queste formano. Tanta ricchezza di biodiversità ha fatto temere il peggio in seguito al passaggio del maremoto in questo arcipelago, soprattutto mentre stava avvenendo una lenta ripresa del reef dopo il disastroso passaggio del Niño nel 1998.

Conseguenze
L’impatto dello tsunami alle Maldive sulle persone e sulle strutture è stato piuttosto contenuto rispetto alle altre zone colpite, nonostante le notizie dei media subito dopo lo tsunami fossero allarmanti, se non addirittura catastrofiche. Il falso allarme probabilmente derivava dalla particolare vulnerabilità delle isole maldiviane dovuta a molteplici cause: il punto più alto dell’arcipelago non supera il metro e mezzo di altezza sul livello del mare, l’erosione costante delle spiagge di numerose isole, il difficile accesso alle isole, le dimensioni alquanto modeste della maggior parte delle isole (si attraversa un isola mediamente in una decina di minuti a piedi!), l’altissima dipendenza economica dal turismo e una barriera corallina fragile in lenta ripresa in seguito al fenomeno di “sbiancamento” del 1998.
Sulle coste occidentali dell’Indonesia, le onde hanno raggiunto altezze di 34 metri, causando la distruzione totale delle infrastrutture della costa e della vegetazione, mentre le onde abbattute sulle isole Maldive hanno avuto altezze da 1 metro ad un massimo di 3.5 metri circa.
L’arcipelago maldiviano si trova ad Ovest di Sumatra a migliaia di chilometri di distanza dall’epicentro del terremoto e il maremoto è arrivato durante un momento di bassa marea e quindi i danni sono stati notevolmente ridotti. Se lo tsunami si fosse abbattuto durante un’alta marea, probabilmente i danni sarebbero stati molto più ingenti.
Il governo ha dichiarato che le vittime sono state 82 e 26 i dispersi, le abitazioni distrutte circa 4000, mentre le isole turistiche sono rimaste totalmente funzionanti per il 72.5% (63 isole su 87). Da testimonianze raccolte direttamente nelle isole maldiviane sembra che i danni maggiori siano stati provocati dal veloce defluire dell’acqua dopo il passaggio dell’onda, che oltretutto trasportava detriti di vario genere, quali barche, legname, mobili, piante, ecc. Bisogna anche aggiungere che la maggior parte delle abitazioni nelle isole dei pescatori non possiede fondamenta, ma sono semplicemente appoggiate sulla sabbia e quindi la pressione anche solo un metro di acqua che preme contro muri, non ancorati saldamente al terreno, può avere effetti notevoli. Nella capitale delle Maldive Malè, infatti, non ci sono stati crolli di strutture edilizie, poiché queste sono costruite con solide fondamenta.
Relativamente modesti sono stati quindi, i danni economici legati alle abitazioni distrutte, mentre più preoccupante è stata invece la fuga dei turisti che, dopo il maremoto del 26 dicembre si sono ridotti di circa 72.3%.

La ricerca
Ricerche scientifiche sul reef dopo lo tsunami
In seguito alle notizie confuse e prive di fondamenti scientifici arrivate in un primo momento, si stanno ora muovendo i primi studi sui danni causati dallo tsunami a livello ambientale. E’ proprio un ente italiano che per primo si è occupato di verificare la situazione della delicata barriera corallina nell’arcipelago maldiviano: il Dipartimento di Biologia Evoluzionistica dell’Università di Bologna su invito delle Autorità del Governo della Repubblica Maldiviana. L’Ente si è occupato di studiare con videoriprese 18 stazioni subacquee tra gli atolli Malè Nord e Sud, distribuite tra: pareti oceaniche (reef esposto verso l’esterno dell’atollo e che quindi è sottoposto all’impatto delle onde dell’oceano), reef interno (reef che si trova all’interno di un atollo e quindi non subisce direttamente l’onda oceanica), pass (canali di collegamento tra l’oceano esterno e il mare interno dell’atollo) e secche (reef sommerso).
Nessun danno permanente
I risultati ottenuti da questo studio preliminare indicano che non ci sono stati danni considerevoli alle barriere coralline situate nell’atollo di Malè Nord, mentre nell’atollo di Malè Sud, nei pressi soprattutto delle pass, sono stati trovati numerosi coralli ramificati (in particolare del genere Tubastrea)  in parte spezzati o distrutti e alcune parti del reef franate a causa di un recente evento violento come quello di un’onda anomala particolarmente potente.
Secondo il Dipartimento di Biologia Evoluzionistica dell’Università di Bologna, la barriera corallina presente nell’atollo Malè Nord è stata colpita in maniera meno violenta dall’onda, probabilmente grazie all’isola di Sri Lanka, che potrebbe avere frenato la corsa dello tsunami nella parte nord dell’arcipelago maldiviano.
L’atollo di Malè Sud, invece, molto più esposto, avrebbe subito un impatto più violento in particolare nelle zone di pass, poiché l’accelerazione del mare in questi canali che collegano l’esterno dell’oceano con il mare interno dell’atollo, è stata così forte da causare la rottura e la frana di parte del reef. Le pass sono le uniche aperture verso l’oceano e quindi è lì che passa la gran parte della massa di acqua che entra e esce dagli atolli durante le maree. E’ facile quindi capire quanto possono essere violente le correnti che attraversano le pass, ma niente al confronto della corrente causata dal passaggio dello tsunami, che si potrebbe definire come un’alta marea di dimensioni eccezionali. I coralli che abitano queste particolari zone, sono adattati a resistere alle forti correnti, ma non tanto da resistere ad una corrente così insolitamente forte. Fortunatamente le zone di pass rappresentano una percentuale molto bassa rispetto a tutto l’ecosistema della barriera corallina e il totale del reef danneggiato non supera il 5.7%, danni che rappresentano quindi una frazione minima e che potranno essere recuperati nell’arco di una decina di anni. Il turista quindi non si accorgerà di alcuna conseguenza dovuta al passaggio dell’onda anomala e le larve del corallo che arriveranno dalle zone di reef rimaste intatte, potranno così ripopolare le aree colpite dallo tsunami in breve tempo.

Danni soltanto temuti
In un primo momento si è pensato che, al di là dei danni meccanici subiti dalla barriera corallina per la forza del maremoto, ci potessero essere terribili conseguenze per colpa dell’enorme massa di sabbia strappata dalle isole durante lo tsunami. I polipi del corallo, infatti, vivono in simbiosi con particolari alghe, che grazie alla fotosintesi ne permettono la crescita. La sabbia, infatti, avrebbe potuto depositarsi sul corallo, e togliendo la luce, avrebbe causato la morte di intere colonie e tutta la vita marina ne avrebbe sofferto irrimediabilmente. Per fortuna sembra che alle Maldive la corrente abbia già spazzato via la sabbia e la situazione stia tornando velocemente alla normalità.
Morfologia subacquea: che fortuna!
Anche la morfologia delle scogliere coralline maldiviane ha evitato una catastrofe.
Le onde generate da un maremoto sono diverse da quelle del vento. Una normale onda, infatti, interessa solo la superficie del mare e ha una larghezza che non supera il centinaio di metri; le onde di uno tsunami, invece, coinvolgono l’intero spessore dell’acqua e hanno larghezze di decine di chilometri, con una massa davvero enorme. Quando un’onda generata da uno tsunami arriva su una spiaggia, anche se la sua velocità non è elevata ma pari ad esempio a quella di un uomo in corsa, non si ferma perché dietro ci sono milioni di tonnellate di acqua che continuano un’ irrefrenabile corsa. Le parti di costa pianeggianti per questo motivo sono state completamente devastate dal maremoto.
Se invece prendiamo in considerazione una scogliera verticale che si alza da un mare profondo circostante, quando arriva uno tsunami, la superficie del mare si alzerà semplicemente per riabbassarsi non molto tempo dopo (da pochi minuti ad un massimo di un’ora), con un’altezza d’onda di pochi metri. In questo caso non ci sarebbero conseguenze perché la morfologia della scogliera ha impedito all’enorme energia potenziale dell’onda di trasformarsi in energia cinetica, o più semplicemente un’enorme massa di acqua si è alzata e poi abbassata stando al suo posto. E’ questo il caso dell’arcipelago maldiviano composto da atolli corallini, che come già accennato, si sono formati sulle vette di antichi vulcani sottomarini e di conseguenza sono circondati da scarpate molto ripide e da mari di colpo profondi. Questa morfologia dei fondali non ha causato quindi particolari deformazioni e rovesciamenti delle onde di tsunami, ma quasi soltanto fenomeni di notevole allagamento, con conseguenze molto meno disastrose rispetto alle altre aree colpite dal maremoto. Inoltre la barriera corallina orientale esterna ha assorbito l’urto dell’onda anomala, proteggendo le isole più interne.
Il paradiso non può attendere
In un primo momento i danni alla barriera corallina erano stati ipotizzati intorno al 20% di reef distrutto e si era erroneamente parlato di pesci in grave pericolo, come del pesce pappagallo che non si sarebbe più potuto nutrire delle alghe che crescono sui coralli o delle aragoste che non avrebbero più avuto nascondigli dai predatori in conseguenza del passaggio dello tsunami. Fortunatamente come già detto, tutto questo non si è avverato, e proprio grazie alle prime ricerche italiane, le conclusioni sono sorprendentemente ottimiste. Niente paura quindi per i pesci che abitano la barriera corallina maldiviana e per tutti gli altri organismi che sono direttamente collegati ad essa: le Maldive continueranno ad essere un paradiso per tutti i turisti che vorranno visitarle, turisti che in questo modo potranno anche contribuire a sostenere l’economia del Paese.

A cura di Tiziana Bosco

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